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mercoledì 23 dicembre 2020

NON ESISTONO PICCOLE DONNE

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con la sua prima raccolta di vite altrui per People, uscita nel gennaio 2020, intitolata Non esistono piccole storie. Perché a tutti piacciono le storie, le storie vere, a volte “piccole”, ma dal significato enorme. 

Non esistono piccole donne è una sorta di Spoon River, composta da storie originali, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. Storie dedicate al protagonismo delle donne, narrate come sempre in prima persona, quasi che Bückler assumesse la loro identità, raccontando. Eroine e vittime, spesso accantonate nella memoria comune per lasciar posto agli uomini.

«Quante donne non hanno visto riconosciuto il proprio lavoro, o peggio, sono state dimenticate?» si domanda l’autore all’inizio del testo. «Sicuramente troppe» la risposta. Questo libro cerca di raccontarne alcune (tutte sarebbe impossibile), per dar voce a coloro che si sono affacciate nella Storia, lasciando un segno che neppure l’indifferenza altrui ha potuto scalfire.

«Johannes Bückler è un’oasi di memoria nel deserto dell’immediato.»
«La tua prosa è un dipinto continuo.»
«Due spanne sopra la banalità.»
«Che bello il mondo visto attraverso le tue storie.»
«Il “dietro le quinte” della Storia… j’adore!»
«L’Omero di Twitter.»
 I follower di Johannes Bückler su Twitter

Prefazione di Gabriella Greison.  
Fisica, scrittrice, autrice e performer teatrale. È definita “la donna della fisica divulgativa italiana” e anche “ a rockstar della fisica”. Scrive romanzi con la fisica a far da sfondo. Fisica quantistica, donne della scienza, fisici del XX secolo sono le sue ossessioni. Porta a teatro, e non solo a teatro e non solo in Italia, i monologhi tratti dai suoi libri.

Il libro si può acquistare in ogni libreria, su Amazon e tutte le altre piattaforme anche in formato ebook o direttamente dall'editore. Qui >>>>>
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L’interpretazione di Camilla Filippi, che ha prestato la propria voce a Zelda Sayre Fitzgerald, ce lo fa apprezzare con intensità ancora maggiore.  Zelda parla, si racconta, come se stesse parlando a se stessa e a ciascuno di noi. E, soprattutto, fosse proprio lei stessa a parlare.
Ascoltatela.  
La trovate su Spotify o su Spreaker o su People, direttamente.

Camilla Filippi a Bergamo con lo spettacolo "Non esistono piccole donne" Guarda intervista >>>>>

Camilla Filippi è un'attrice e artista visiva italiana.  

Il libro "Non esistono piccole donne" scritto da Johannes Buckler, è una sorta di Spoon River, composta da storie originali, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. Storie dedicate al protagonismo delle donne, narrate come sempre in prima persona, quasi che Bückler assumesse la loro identità, raccontando. 
Eroine e vittime, spesso accantonate nella memoria comune per lasciar posto agli uomini. 
«Quante donne non hanno visto riconosciuto il proprio lavoro, o peggio, sono state dimenticate?» si domanda l’autore all’inizio del testo. «Sicuramente troppe» la risposta. 
Questo libro cerca di raccontarne alcune (tutte sarebbe impossibile), per dar voce a coloro che si sono affacciate nella Storia, lasciando un segno che neppure l’indifferenza altrui ha potuto scalfire.

Alla PeopleFest di Verona Camilla Filippi legge e interpreta "Helen Hulick Amavo i pantaloni" dal libro "Non esistono piccole donne" di Johannes Buckler. Guarda >>>>>

11 giugno 2022 - People Fest a Brescia.
Camilla Filippi legge Johannes Bückler dal libro "Non esistono piccole donne". Guarda >>>>>

NON ESISTONO PICCOLE DONNE di Johannes Bückler - Video >>>>>

8 marzo 2021   Presentazione del libro di Johannes Bückler "Non esistono piccole donne".
Marina Pierlorenzi     vicepresidente ANPI ROMA
Amalia Perfetti           presidente ANPI COLLEFERRO
Stefano Catone          editore PEOPLE e scrittore
Letture da parte del coordinamento Donne ANPI Provinciale ROMA  - Guarda >>>>>

La Società di Mutuo Soccorso P.A. ODV Montecerboli, 
con la collaborazione dell'Amministrazione Comunale di Pomarance presenta al Teatro AURORA di Montecerboli 
8 STORIE DI DONNE
Letture tratte dai libri di Johannes Buckler Non esistono piccole storie; Non esistono piccoli campioni e Non esistono piccole donne editi da PEOPLE editore.
Con Ilaria Bacci, Nadia Carata, Melissa Cenerini, MariaElena Cheli, Giada Cerri, Loredana Magni, Susanna Manghetti, Camilla Sguazzi Musiche dal vivo con il M0 Lorenzo Macchioni. 
Adattamento e regia Marcello Cerri 
Scenografia Giada Cerri; Tecnico di scena Piero Rosselli; Trucco Chiara Uccheddu.
Si ringrazia la Contrada del Gelso per la collaborazione.
Guarda >>>>>

Casagrande legge Johannes Buckler da "Non esistono piccole donne) Ascolta >>>>>

Rosi Tortorella legge "Non era una donna era un bandito" tratta dal libro di Johannes Bückler "Non esistono piccole donne". Ascolta >>>>>

Silvia Bogani legge "Anna dei miracoli da "Non esistono piccole donne" di Johannes Bückler. Ascolta >>>>>

RADIO 24 - Matteo Caccia legge Johannes Buckler - Artemisia Gentileschi. Ascolta >>>>>

RADIO 24 - Matteo Caccia legge Johannes Buckler - Jessica Lynch.Ascolta >>>>>


mercoledì 24 ottobre 2018

La "pace fiscale. Chiamatelo condono.


Nel 1921 Giuseppe Prezzolini, nel suo Codice della vita italiana al capitolo I, scriveva: “L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono”.
Sono passati quasi 100 anni e la situazione non è cambiata.
C’è chi paga le tasse (i fessi) e chi (i furbi) usufruisce di tutti i servizi gratis gentilmente offerti dai primi. Ma c’è di più. Ogni volta i nuovi governi non trovano di meglio che fare un bel condono per dimostrare ai fessi, che nel frattempo stanno magari pensando che pagare le tasse è un dovere civico, che sono più fessi di quello che credono. E non basta.
Ti vengono pure a raccontare la favoletta che pagare una flat tax del 20% non è un condono, ma una "pace fiscale" o al massimo una “definizione agevolata”. Che teneri. Si arrabattano per trovare qualche miliardo quando sanno benissimo che alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali.
“La situazione fiscale italiana è caratterizzata da clamorose ingiustizie. L’evasione fiscale è un fenomeno deteriore che deve essere progressivamente ridotto ed eliminato”. Era il 30 marzo 1984 quando Bettino Craxi pronunciava queste parole.
Qualcosa è cambiato da allora, ma in peggio. Con Berlusconi, che nel 2004 arrivò a dire che era “legittimo non pagare le tasse alte”. Dimenticandosi poi di abbassarle quelle tasse alte. Con quelle parole si pensava di avere toccato il fondo, invece doveva arrivare un “governo del cambiamento” per fare esattamente le stesse cose dei governi precedenti.
Hai pagato tutte le multe e tutti i bollettini che il tuo comune ti ha inviato? Sei stato un fesso. Tu non hai pagato nulla? Puoi dormire sonni tranquilli, ci pensiamo noi. Siamo seri. Che quello che sta scritto nella manovra sia un condono lo capiscono anche i sassi. Una cosa impostata come un condono e che funziona come un condono è un condono, punto.
 Bene ha fatto il presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia, a ribadire che il condono fiscale appena varato dal Governo “è un messaggio sbagliato per tutte quelle aziende e per tutti quei lavoratori dipendenti che le tasse le pagano e le hanno sempre pagate. Non fa bene alla crescita del Paese. Questa scelta ci ha lasciato molto sorpresi, si sbandiera tanto il cambiamento e poi si rispolverano armamentari del passato”.
Giusto inoltre ricordare che l’art. 53 della Costituzione commisura il carico fiscale alla capacità contributiva del cittadino con criteri di progressività. Questi ripetuti condoni, concordati fiscali, pace fiscale, scudi e compagnia cantando, pur non eliminando in toto la progressività impositiva, hanno reso quest’ultima pressoché insignificante. E la cosa non dovrebbe essere inaccettabile sul piano della democrazia sostanziale.
Certo. Lo sappiamo da sempre. Gli italiani, allergici alle tasse, sono tra i più grandi estimatori dei condoni. Con buona pace di chi le tasse le paga tutte. Però fateci un favore. Chiamatelo “condono” non “pace fiscale”. Fessi sì, ma evitate di trattarci anche da idioti. Almeno quello.

Johannes Bückler
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23 Ottobre 2018 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

martedì 3 luglio 2018

Per evitare di finire colpevoli.


Sono sempre stato, fin da giovane, un appassionato di storia; nella convinzione che, ripetendo gli stessi errori, nel nostro passato ci sia in fondo il nostro presente e il nostro futuro. Alla ricerca però di risposte più che di semplici nozioni.

Quando da giovane studiai le leggi razziali del 1938 mi posi la domanda: “perché ci sono voluti 15 anni di potere prima che il fascismo decidesse di perseguitare gli ebrei?”. E provai a dare una risposta.

Sappiamo che Mussolini, come certi movimenti di allora, credeva all’esistenza di una lobby ebraica che controllava il mondo. Ebrei= ricchi=banchieri. Eppure nei primi 15 anni al potere non risulta nessuna traccia di antisemitismo nella dottrina fascista.

Certo, nel 1921, al Terzo Congresso Nazionale Fascista, Mussolini aveva detto: “Io voglio far sapere che per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza. I fascisti devono fare tutti gli sforzi possibili per mantenere intatta la purezza della razza, perché è la razza che fa la storia”. Ma è pur vero che nel 1923 Mussolini aveva tranquillizzato il rabbino di Roma assicurandogli che mai il fascismo avrebbe intrapreso una politica antisemita.
La maggioranza degli ebrei aveva persino approvato la guerra di Etiopia, e molti di loro erano partiti volontari. Guido Jung , ministro delle Finanze di Mussolini (uno dei fondatori dell’IRI e iscritto al PNF dal 1922) era ebreo. 

Perché allora Mussolini decide nel 1938 di perseguitare gli ebrei?

Esaminiamo il contesto. Siamo nel 1937.
Mussolini ha il potere assoluto, conquistato con la violenza, e ha imposto una dittatura totalitaria. Gli oppositori in esilio, nessuna lotta di potere all’interno del partito fascista, un consenso popolare che però sta leggermente scemando per la guerra in Spagna che gli italiani non hanno digerito.
Un momento di stasi del popolo italiano dopo l’euforia degli ultimi anni.
Ma una dittatura ha un bisogno estremo di nemici per coagulare il popolo. Il fascismo li aveva trovati via via negli slavi (sloveni), negli etiopi, nei libici, nei socialisti, nei comunisti. Ora nel 1937 bisognava trovarne di nuovi, per una nuova battaglia.

Nel novembre del 1937 Mussolini dice a Ciano: “Quando finirà la Spagna, inventerò un’altra cosa. Il carattere degli italiani si deve creare nel combattimento”. Mussolini disse quella frase dopo il viaggio in Germania di due mesi prima, da cui era tornato impressionato dall’ordine e dalla disciplina dei tedeschi. “un po’ di Prussia non farebbe male agli italiani” ebbe a dire. 

Scegliere gli ebrei come l'indispensabile “nemico” (copiando l’amico Adolf) fu abbastanza semplice. Ora bastava solo enfatizzare un pericolo che in passato non era mai stato avvertito (non essendo mai stato un pericolo. Gli ebrei erano ben integrati e mai percepiti come un pericolo dagli italiani).
Per fare questo bisognava cominciare con un censimento allo scopo di “schedare” il numero degli ebrei che si trovavano in Italia. (Si comincia sempre da un censimento). Cosa che avvenne nell’agosto del 1938.

Al Ministero dell’Interno venne creato un ufficio denominato Demorazza. Aveva l’incarico di coordinare prefetture e comuni per censire la popolazione ebraica. Quanti ebrei risultarono dal primo censimento? Esattamente 58.412 persone con un genitore ebreo o ex-ebreo.
46.656 si dichiararono ebrei (37.341 italiani e 9.415 stranieri). L’1,1 per mille sull’intera popolazione, allora composta di 43.900.000 individui.

Benito Mussolini, in un suo famoso discorso del 2 ottobre 1935, tenuto contro le sanzioni che le Nazioni Unite volevano comminare all’Italia per l’aggressione fatta ai danni dell’Abissinia, verso la chiusa così ebbe a dire circa gli italiani: “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori e di trasmigratori”. Visto come certi demagoghi parlano di “invadenza” o “invasione” utilizzando certi numeri, forse era meglio avere un popolo di matematici. 

Una volta avuti i primi dati partì la campagna dell’informazione fascista (un’informazione che fa da megafono alle falsità di un regime è essenziale). Una virulenta campagna di propaganda sui giornali portò gli italiani a pensare che esistesse veramente un“invadenza” degli ebrei nella vita sociale del Paese. Tutto a scapito degli italiani.

(Nel frattempo sul numero 1 della rivista «La difesa della razza» era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, dove al punto 9 si leggeva: "gli ebrei non appartengono alla razza italiana"). 

Alcuni piccoli esempi “dell’invasione” degli ebrei in Italia 

#MdT 22/08/1938 – A lato la percentuale di ebrei nelle città. (Un pericolo proprio)

#MdT 22/08/1938 – Nel censimento del 1936 Milano contava 1.115.848 abitanti. Quando dalla Germania e dalla Polonia arrivarono a Milano “ben” 1572 ebrei (e sfuggivano a morte certa), si parlò di un numero impressionante.  In una città con oltre 1 milione di abitanti.


 Gli ebrei a Torino superano 4.000. Ben 4.000. Un’autentica invasione in una città che conta 629.115 abitanti (censimento 1936). (Da ridere)

Gli “indesiderabili” saranno cacciati da Milano. La cittadinanza si compiace della decisione del Duce data l’intima e immutabile natura romana e cattolica. (soprattutto cattolica).


#MdT 13/10/1938 – A Milano c’è una campagna di stampa contro l’invasione degli ebrei nel commercio milanese. Quanti erano i commercianti ebrei? L’unione commercianti scrisse che su 61.002 nominativi gli ebrei erano “ben” l’1%. Su 10.741 esercizi pubblici quelli gestiti da ebrei erano “ben” 20.




Un pericolo secondo loro. E le licenze furono revocate. E niente future licenze agli ebrei.



Quello di agosto del 1938 era “solo” un censimento, ma subito dopo seguì l’inserimento dell’antisemitismo nell’ordinamento giuridico attraverso le leggi razziali, che privarono gli ebrei dei diritti civili e dell’uguaglianza con gli altri cittadini in tutti i campi della vita sociale, economica e professionale.
Allora la maggior parte degli italiani provò indifferenza, convinta che tutto sommato si trattava di una piccola cosa in confronto alla tragedia degli ebrei dell’Europa centrale. E’ sempre una piccola cosa al confronto. Come oggi. Niente di quello che accade è paragonabile al fascismo. Un censimento oggi non è paragonabile a quello del 1938. Il razzismo di oggi non è paragonabile..... ecc. ecc

Ecco. Quando leggo che oggi niente è paragonabile alle aberrazioni del fascismo e del nazismo mi torna alla mente ciò che scrisse Vittorio Foa a proposito del silenzio assordante dell’antifascismo intellettuale del dopoguerra. Siamo tutti “colpevoli di non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall’indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili”

Johannes Bückler 

P.S. Quante volte vi è capitato di discutere con qualcuno ed essere definito “buonista”? Ormai sembra essere diventato l’insulto preferito degli italiani. Tranquilli. I "buonisti" esistevano anche allora.




mercoledì 29 novembre 2017

Diga del Gleno. Non stravolgere la verità storica.


I ruderi sono ancora là, da quel maledetto 1 dicembre 1923, a oltre 1500 metri in alta Val di Scalve. Aveva piovuto a dirotto nei giorni precedenti. Non quella mattina, anche se il tempo era comunque uggioso.

Alle 7.15 la diga del Gleno si squarciò per una settantina di metri e milioni di metri cubi di acqua si riversarono a valle distruggendo tutto al loro passaggio e provocando almeno 500 morti (356 quelli accertati). Un invaso di 400 mila metri quadrati con 6 milioni di metri cubi d’acqua costruito, seppur con le conoscenze del tempo, in modo approssimativo.

Prima un progetto iniziale di una diga a gravità, poi sostituito in corso d'opera (senza nessuna autorizzazione) da una struttura ad archi multipli meno costosa. Peccato che undici arcate fossero state appoggiate direttamente sul tampone a gravità, quello costruito inizialmente, creando una discontinuità strutturale.

Perché quella diga si squarciò è ormai una verità storica, malgrado qualcuno tenti ancor oggi di dimostrare che la diga avesse i requisiti necessari a garantirne la sicurezza. Centinaia di pagine di verbali di interrogatori di ex dipendenti delle ditte che avevano lavorato alla costruzione della diga concordarono nel descrivere la scarsa qualità dei materiali e la cattiva lavorazione degli stessi.
Inoltre sbagli di progettazione portarono alla costruzione di un’opera ad alto rischio di crollo. A quel tempo tutti sapevano della pericolosità di quella diga e il ricordo indelebile è nel racconto di un sopravvissuto: ” Pioveva da alcuni giorni a dirotto e noi, che sapevamo com'era stata costruita, guardavamo preoccupati verso la diga e dicevamo OL SARA' SA 'L GLEN.....OL SARA' SA 'L GLEN..... (Arriverà il Gleno…..Arriverà il Gleno).

Il testimone chiave del processo che ne seguì fu Francesco Morzenti, detto il “Petôsalti” (dal dizionario SCALVI' "Persona velocissima nella fuga.") il guardiano della diga, unico testimone della tragedia. Perchè lo chiamassero Petôsalti lo raccontava lui stesso: diceva che mentre stava transitando sulla strada della Valbona, una vecchia strada comunale ora abbastanza in disuso che collega Teveno a S. Andrea, con una bricolla di sigarette di contrabbando in spalla, per colpa di una spia venne inseguito dalla guardia di finanza. Riuscì a fuggire facendo grandi salti, da lì il nome Petôsalti.

Distintosi nella Prima Guerra mondiale, nominato in seguito Cavaliere di Vittorio Veneto, aveva segnalato prima del disastro le continue perdite nello sbarramento (e se ascoltato forse si sarebbe potuto evitare la tragedia).
La mattina dell'1 dicembre si salvò per miracolo riuscendo a aggirare il crollo. Chi lo ha conosciuto lo ricorda al cimitero durante i funerali dei suoi compaesani concludere lui stesso gli elogi funebri sempre con la solita frase: "Non eri degno di stare su questa terra, eri maturo per il cielo."

Anche se sono trascorsi così tanti anni è importante, per noi bergamaschi, non dimenticare quella tragedia. Doveroso soprattutto conservare e non stravolgere la verità storica sulle responsabilità che hanno portato al crollo.
Lo dobbiamo al Petôsalti, ai morti e alle genti scalvine cresciute nel dolore e nel ricordo di quel tragico giorno.

Johannes Bückler

29 Novembre 2017 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

venerdì 27 ottobre 2017

Diga del Gleno: una tragedia senza pace.


Che il nostro sia un Paese incline al complottismo e alla dietrologia ormai è cosa acclarata. Dalle scie chimiche, vera e propria operazione di aerosol chimico/batteriologico, ai vaccini che provocano malattie gravissime (lo so, questa non fa ridere), congiure e complotti sono ormai all’ordine del giorno.
Schiere di sospettosi e di “uomini saggi che non se la bevono” di prezzoliniana memoria, pensano che l’intera storia del genere umano sia spiegabile sotto forma di cospirazioni, di grandi vecchi manovratori e trame oscure di cui solo loro sono a conoscenza.

In questo filone si colloca il libro “La tragedia della diga del Gleno. Dicembre 1923. Indagine su un disastro dimenticato” dell’avvocato Benedetto Maria Bonomo. Che qualcuno abbia voluto scrivere qualcosa sulla tragedia quasi un secolo dopo si può pure comprendere. E’ sempre bene ricordare ai giovani tutto ciò che ha toccato la nostra terra. Che lo si faccia proponendo tesi complottistiche sulla pelle di chi oggi non può difendersi, no, quello non si può sentire (né tantomeno leggere).

La tesi esposta nel libro non lascia adito a dubbi secondo l’autore. La diga non è crollata perché la struttura non rispondeva ai requisiti necessari a garantirne la sicurezza. Archi appoggiati malamente sulla precedente struttura? Murata costellata di crepe? Controlli e manutenzioni mai eseguite? La scarsa qualità dei materiali e la cattiva lavorazione degli stessi? Ma quando mai. Solo il frutto di testimonianze della gente scalvina arrabbiata, rabbiosa e invidiosa, che aveva “sviluppato una vera e propria fobia” a forza di sentire dalle maestranze che la diga non era sicura.

Prendiamo la macchina del tempo e torniamo a quel giorno di agosto del 1921: “Ma il progetto parla una diga a gravità, non ad archi multipli.
Questa che roba è?” disse l’ing. Lombardo del genio civile mentre constatava che la tipologia della diga non è quella a disegno. “Che volete che sia, modificheremo il progetto e nel frattempo andiamo avanti con la costruzione”. In fondo “così fan tutti”. Già. Peccato che undici arcate sono appoggiate direttamente sul tampone a gravità, quello costruito inizialmente, creando una discontinuità strutturale.

Il motivo del passaggio fu esclusivamente di natura economica. Una diga a gravità costa molto di più di una diga ad archi multipli perché necessita di molto materiale in più.

E allora perché è caduta la diga per il Bonomo? Semplice. Per colpa di una bella bomba fatta esplodere per protestare contro i metodi padronali del costruttore Viganò. Messa da chi? Non si sa. Dagli anarchici, da un residente esasperato, o forse dall’unico testimone che si trovava sulla diga, il guardiano Francesco Morzenti, definito dal Bonomo “uomo profondamente ignorante”.

Non così ignorante, dico io, visto che gli era stata affidata la guardia di una diga di quelle dimensioni.

“petasàlti” era il nomignolo dato al guardiano Francesco Morzenti, eroe della I guerra mondiale insignito della medaglia d’argento al valor civile. Il Bonomo, per screditare l’unico testimone della tragedia, lo traduce (senza esserne certo) come “uno che scambia spesso opinione”. Secondo il Bonomo è molto più credibile tale Battista Betti, che il Morzenti. Peccato che il Betti sia un delinquente, ascoltato nelle carceri di Cremona. La sua deposizione in merito a delle confidenze ricevute in cella su un attentato alla diga non fu ritenuta plausibile al processo. C’è da dire che la difesa del costruttore Viganò tentò di addossare la responsabilità anche ad un terremoto. Pista assurda.

E se era un attentato fatto da anarchici, perché il Fascismo non lo usò come arma di propaganda? I fascisti avrebbero avuto tutto l’interesse ad enfatizzare un simile attentato, altro che nasconderlo per evitare di fare pubblicità ai suoi nemici. Basta leggere i giornali dell’epoca. Ogni occasione era buona per arrestare, pubblicizzare e organizzare rappresaglie e spedizioni punitive contro anarchici.

Insomma, colpe del costruttore? Nessuna. Un costruttore, giusto ricordare, che era solito dichiarare che per lui era perfettamente inutile l’aiuto degli ingegneri. Anzi. “Se un ingegnere spende 10 milioni per fare una diga è considerato un grande uomo; eseguendo io il lavoro con metà spesa ho reso un servigio al Paese”. Scienza? Tecnica? Per il Viganò solo stupidaggini, quisquiglie.

Il libro inizia con: “Che cosa sia veramente successo il 1° dicembre 1923 alle prime luci dell’alba a Pian del Gleno in Vilminore di Scalve probabilmente mai nessuno lo saprà con certezza”. Ecco. Non sapendo e non volendo accettare una verità storica, forse era il caso di fermarsi lì, senza andare oltre. Nel rispetto dei morti, e delle genti scalvine cresciute nel dolore e nel ricordo di quel tragico giorno.

Johannes Bückler

02 dicembre 1923 - La Stampa - Leggi la prima pagina >>>>>
03 dicembre 1923 - La Stampa - Leggi la prima pagina >>>>>
04 dicembre 1923 - La Stampa - Leggi la prima pagina >>>>>
05 dicembre 1923 - La Stampa - Leggi la prima pagina >>>>>
06 dicembre 1923 - La Stampa - Leggi la prima pagina >>>>>

In volo sulla diga del Gleno. Un video realizzato da Guido Marelli >>>>>

domenica 23 aprile 2017

Immigrazione illegale. Rimpatri e rimpalli


Evitando di entrare nel merito della diatriba in tema di profughi tra il sindaco Gori e la Lega, molte persone si chiedono: “Stabilito che un immigrato non ha i requisiti per restare, perché il rimpatrio non avviene?

Perché è così difficile rimandare a casa chi non ha il diritto di rimanere nel nostro Paese?” Vediamo di capire il perché. Prima di tutto gli irregolari possono essere espulsi solo dopo l’identificazione e il lasciapassare delle autorità consolari del Paese di origine. Quindi, poiché è praticamente impossibile farlo in tempi brevi, l’unico strumento di trattenimento per queste persone sono i cosiddetti CIE (Centri di identificazione ed espulsione). Essendo pochi i posti, per tutti gli altri si applica un decreto legge, l’89/2011, approvato dal governo Berlusconi e dalla Lega Nord.

Fino ad allora il decreto di espulsione prevedeva l’accompagnamento forzato alla frontiera da parte delle autorità italiane. Quel decreto ha sostituito, all’espulsione forzata, l’allontanamento volontario da concordare con la persona espulsa a cui viene semplicemente dato un periodo di tempo entro cui lasciare l’Italia. L’espulsione forzata a oggi è prevista solamente in alcuni casi, decisa da un giudice in base alla pericolosità della persona in questione.

Concretamente, a migliaia di persone che le autorità italiane non ritengono pericolose, viene semplicemente consegnato un foglio che gli ordina di lasciare l’Italia, lasciando poi agli stessi la facoltà di ottemperare o meno a quell’ordine. Alla base di tutti questi problemi (creando una notevole disparità tra i Paesi che sono più facilmente raggiungibili rispetto ad altri,) c’è comunque il Trattato di Dublino che obbliga il primo Paese ospitante a trattenere i migranti e prenderne in carico l'istanza. Trattato di Dublino II, contenente quella norma, firmato dal Governo Berlusconi e dalla Lega Nord. Per cercare comunque di snellire le procedure di riconoscimento ed espulsione è stato approvato in questi giorni il decreto Minniti sul contrasto all’immigrazione illegale.

Al suo interno ci sono norme che rendono le procedure più snelle in tema di immigrazione. Si va dai nuovi CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) che vanno a sostituire i CIE (e che passano da 4 a 20), al taglio dei tempi d'esame per le domande d'asilo. Dalla semplificazione di una serie di procedure che riguardano le notifiche dei provvedimenti da parte delle forze di polizia ai migranti, allo stanziamento di 19 milioni di euro per l'esecuzione delle espulsioni. E’ stato inoltre inserito un provvedimento che lascia molti dubbi dal punto di vista giuridico.

Per le richieste di asilo si prevede infatti l’annullamento del secondo grado di giudizio in caso di negazione del diritto (resterebbe il solo ricorso in Cassazione e nemmeno nel merito). Insomma, il provvedimento inaugura iter più snelli per i rimpatri con l’obiettivo di costruire un sistema di cooperazione con i paesi di provenienza attraverso accordi bilaterali, come già fatto con la Libia, il Niger, il Sudan o la Tunisia.

Come si vede non è così semplice rimandare nei loro Paesi chi non ha il diritto di rimanere nel nostro territorio. Soprattutto per leggi, norme e Trattati approvati proprio da coloro che oggi pretendono soluzioni semplici a problemi complessi. Che anche quando non sono sbagliate, restano comunque difficili da mettere in pratica.

Johannes Bückler

19 Aprile 2017 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>> e qui  >>>>>

venerdì 27 gennaio 2017

La Memoria. Gandino e i giusti.


Oggi è il “Giorno della Memoria”.
Istituito nel 2005 dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite come commemorazione delle vittime dell'Olocausto. Il 27 gennaio, perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, liberandolo, mostrando al mondo l’orrore di quel campo. Un orrore che ci riguarda da vicino.
La Shoah, accaduta nel cuore dell’Europa, non riguarda soltanto il popolo ebraico, ma l’intera umanità, richiamando alle responsabilità tutte le nazioni. Per questo dobbiamo impedire che lo scorrere del tempo possa affievolirne la memoria.
E ricordare che il tutto non iniziò con le camere a gas, ma proprio dividendo le persone tra “noi” e “loro”.
Cominciò con discorsi di odio e intolleranza per sfociare con centinaia di decreti e regolamenti che di fatto limitavano la vita degli ebrei sotto tutti gli aspetti, pubblici e privati. Non solo leggi statali. Funzionari regionali, provinciali e municipali, di propria iniziativa, emanarono nei loro territori molti altri decreti che escludevano in modi diversi gli ebrei dalla vita del resto della comunità.
Vennero penalizzate fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. La città di Berlino proibì agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il sindaco di Monaco vietò ai medici ebrei di curare pazienti non-ebrei.
Venne revocata la licenza ai commercialisti ebrei; impedito ai “non ariani” di frequentare le scuole e le università pubbliche; licenziati gli impiegati civili ebrei dell’esercito e proibito agli attori ebrei di esibirsi, a teatro come sullo schermo. In molte città, gli Ebrei non potevano accedere a determinate zone definite “ariane”. Cartelli con la scritta " juden sind hier nicht erwünscht", gli ebrei qui non sono desiderati, si potevano vedere sulle porte delle biblioteche pubbliche, piscine, teatri e cinema, così come alcuni ristoranti e negozi. Persino le panchine portavano la scritta “Nur für Arier”, "Solo per ariani".
Anni bui, che ci devono insegnare che dall’odio, dall’intolleranza può nascere solo l’orrore. E l’Olocausto è lì a dimostrarlo.
Per questo dobbiamo impegnarci tutti a costruire e a difendere una democrazia che al proprio interno consideri le alterità, le diversità di religione e di razza come patrimonio prezioso. In quegli anni ci fu anche chi cercò di aiutare gli ebrei a sfuggire alla deportazione. Oggi, i non-ebrei che hanno agito a rischio della propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista, vengono chiamati “Giusti tra le Nazioni”. Un’onorificenza conferita dal Memoriale ufficiale di Israele, Yad Vashem, fin dal 1962.
 Ed è una cosa che riempie il cuore sapere che un piccolo comune della mostra provincia, Gandino, è la località italiana con la massima densità demografica di Giusti fra le Nazioni. Sono sei quelli riconosciuti degli oltre cinquanta effettivi, su 5000 abitanti registrati al tempo dell'occupazione tedesca.
 “Colui che salva una sola vita, salva il mondo intero”, recita uno dei testi sacri dell’ebraismo.
Per questo il testimone della memoria deve passare di generazione in generazione. Con scritto sopra a caratteri cubitali: “Mai più”.

Johannes Bückler

27 Gennaio 2017 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

venerdì 11 novembre 2016

La scelta


Strana la vita. Ad Amburgo avevo una bottega di barbiere e ora, senza nemmeno sapere esattamente il perché, mi ritrovo in Polonia.

Faccio parte della prima compagnia del battaglione cui è stato assegnato il compito di pacificare una zona appena conquistata. Almeno credo. Con me ci sono operai, commercianti, artigiani, rappresentanti, imprenditori, impiegati, in tutto il battaglione comprende circa cinquecento uomini. Uomini comuni.
Tra noi, almeno prima del 1933, molti socialisti, alcuni persino iscritti al sindacato. La maggior parte troppo vecchi per essere arruolati nell'esercito, molti alle prime armi, senza nessuna esperienza.

13 luglio 1942. Bilgoraj (Polonia) 

E’ ancora buio. Siamo stati svegliati di soprassalto e scaraventati giù dalle nostre cuccette in un vecchio edificio scolastico adibito da tempo a caserma. Fa piuttosto freddo per la stagione e ci arrampichiamo con fatica sui camion in partenza. Ci hanno consegnato molte munizioni, ma nessuno conosce la destinazione, tanto meno i particolari della missione. Usciti dalla città ci dirigiamo ad est su strade sassose e dal fondo sconnesso, impiegando circa due ore per fare i trenta chilometri che separano la città di Bilgoraj dal villaggio di Józefów.

Quando arriviamo il villaggio è ancora immerso nell’oscurità. Saltiamo giù dai camion e ci disponiamo in semicerchio attorno a “papà Trapp”. Papà Trapp è il nomignolo con cui chiamiamo il nostro maggiore, Wilhelm Trapp, veterano della prima guerra mondiale. Trapp ha il viso tirato e lucido mentre ci spiega i termini della missione.
E’ pallido, rattristato e una volta terminato di parlare pone a tutti noi una domanda: “se qualcuno fra di voi non si sente all’altezza del compito affidatogli può fare un passo avanti".
Ci viene data la possibilità di scegliere.

Il primo ad uscire dai ranghi è Otto-Julius Schimke. Dopo di lui altri undici uomini fanno un passo avanti. Consegnano i fucili e rimangono in attesa di ricevere altri incarichi.

La sera prima Trapp si era incontrato con i comandanti della prima e della Seconda Compagnia il capitano Wohlauf e il tenente Gnade informandoli dell’operazione. Fu informato anche il tenente Heinz Buchmann che ad Amburgo faceva l’imprenditore di legname. Saputi i particolari dell’azione aveva comunicato ai suoi superiori che lui era un imprenditore e certe cose non era disposto a farle. Gli venne affidato un altro incarico.

Gli ordini sono precisi. Circondare il villaggio, rastrellare uomini in grado di lavorare da destinare a Treblinka. Radunare poi tutti gli altri, vecchi, donne e bambini nella piazza del mercato, ma non i deboli e i malati impossibili da trasportare, quelli dobbiamo fucilarli sul posto. Tutti gli altri vanno fucilati nel bosco.

E’ il medico a istruirci su come uccidere con un colpo solo quella gente provocandone la morte immediata. Per fare questo disegna in terra il contorno di una persona e ci indica il punto in cui dobbiamo appoggiare la baionetta prima di sparare.

Ci dividono in tanti plotoni di esecuzione e cominciamo. Il primo carico di circa quaranta persone arriva su un camion. A ogni persona viene abbinato uno di noi, faccia a faccia con la vittima. Diciamo a quelle persone di sdraiarsi per terra, in fila. Poi avanziamo sopra di loro, piazziamo le baionette sulla spina dorsale al di sopra delle scapole secondo le istruzioni ricevute. E spariamo.
O meglio, io non riesco a farlo, non ce la faccio.

Io, Hans Dettelmann, barbiere di quarant’anni, non riesco neppure a sparare il primo colpo e chiedo immediatamente di essere esonerato. Mi viene affidato un altro incarico.

Solo dodici persone avevano fatto un passo avanti chiedendo di essere esonerate dopo aver saputo dell’operazione, ma durante la giornata molti si tirarono indietro.

Ricordo che Walter Niehaus, ex rappresentante delle sigarette Reemtsma, fucilò per prima una donna anziana. Dopo che l’ebbe uccisa, andò da Bentheim, il suo sergente, e gli disse che non poteva fare altre esecuzioni. Non fu costretto a continuare.

Georg Kageler, un sarto, cominciò ad avere problemi molto presto. Dopo la prima fucilazione gli toccò uccidere una donna e la sua bambina. Parlando con loro aveva scoperto che erano tedesche di Kassel. Si rifiutò di proseguire le fucilazioni.

Il sergente Bentheim, che si trovava nel punto in cui i camion scaricavano quelle persone, vedeva emergere dal bosco uomini coperti di sangue e pezzi di cervello, con il morale a terra e i nervi a pezzi. Consigliava a coloro che gli chiedevano di essere sostituiti di svignarsela e raggiungere la piazza del mercato.
Alcuni, per non dimostrare la propria codardia, trovavano altri modi per non espletare l’incarico. Per esempio mancando volontariamente la vittima. Per questo alcuni sottufficiali si fornirono di fucili mitragliatori per dare ai feriti il colpo di grazia. Le squadre si alternarono per tutta la giornata, una quarantina di persone alla volta. Nella pausa di mezzogiorno venne distribuito alcool in abbondanza ai plotoni di esecuzione. Ne avevano bisogno.

 All’imbrunire di quel lungo giorno d’estate le esecuzioni divennero ancora più disorganizzate e febbrili, per la fretta di portare a termine il massacro. Il bosco era pieno di cadaveri, tanto che era difficile ogni volta trovare posto per far sdraiare le vittime. L’oscurità scese verso le nove di sera; gli uomini del bosco, dopo aver ucciso le ultime persone, tornarono sulla piazza del mercato e si prepararono a partire per Bilgoraj. Non erano stati fatti piani per il seppellimento dei cadaveri.
I corpi dei 1500 ebrei che avevamo massacrato furono lasciati nel bosco.

Il mio Battaglione continuò i massacri nei mesi successivi.
Ad agosto 1500 ebrei furono uccisi a Lomazy e 960 a Mjedzyrzec.
A settembre massacrammo 200 ebrei a Serokomla e 200 a Kock
Ad ottobre 100 a Parczew, 1.100 a Konskowola e altri 150 a Mjedzyrzec.
A novembre 290 a Lukow, 16.500 a Majdanek, 14.000 a Poniatowa e 1.300 nel distretto di Lublino.

Fra il 13 luglio 1942 (il primo massacro) e il 5 novembre 1943, il mio battaglione rastrellò e uccise uno ad uno 38.000 ebrei, quasi tutti donne vecchi e bambini. Partecipò inoltre al rastrellamento e alla deportazione a Treblinka di altri 45.000 ebrei idonei al lavoro.

Marzo 1942 
Nel marzo 1942 l'80% delle future vittime dell'Olocausto era ancora in vita. Il 20% era già stato ucciso. Un anno dopo, nel febbraio del 1943, il dato era esattamente capovolto. Che accadde in quei pochi mesi? Com'è stato possibile organizzare in così poco tempo una vera guerra lampo con la mobilitazione di migliaia di uomini che dovevano ripulire interi paesi dove gli ebrei raggiungevano a volte l'80% della popolazione? Oggi sappiamo come fu possibile. 

Nella sede della Zentrale Stelle der Landesjustizverwaltungen, l'ufficio della Repubblica Federale Tedesca per il coordinamento delle indagini sui crimini tedeschi, (costituita nel 1958), esiste un archivio. All’interno si possono trovare tutte le deposizioni, accuse e le relative sentenze, dei processi per crimini nazisti commessi dai tedeschi contro gli ebrei in Polonia. Quei 500 uomini comuni, che massacrarono 1500 ebrei nel villaggio di Józefów, facevano parte del Battaglione 101.

Durante gli interrogatori quegli uomini elaborarono molte giustificazioni al loro comportamento.
La maggior parte si rifugiò nella facile scusa secondo cui: “non partecipare alle fucilazioni non avrebbe in nessun caso cambiato il destino degli ebrei”. 

Ma la più sorprendente fu quella fornita da un operaio metallurgico di Bremerhaven: “Tentai di uccidere solo bambini, e ci riuscii. Siccome le madri tenevano i bambini per mano, il mio vicino uccideva la madre e io il figlio, perché ragionavo tra me che dopotutto, senza la madre, il figlio non avrebbe più potuto vivere. Il fatto di liberare i bambini che non potevano più vivere senza le madri mi pareva, per così dire, consolante per la mia coscienza”. 

“Non è affatto vero che coloro che non volevano o non potevano uccidere altri esseri umani con le proprie mani non potevano evitarlo. Non c’era alcun controllo serio. Io per esempio rimasi sempre vicino ai camion che arrivavano. Era inevitabile che questo o quel compagno notasse che non partecipavo alle esecuzioni e non sparavo alle vittime. Per esprimere il loro disgusto mi coprirono di insulti come «faccia di merda» e «smidollato». Ma non subii alcuna conseguenza per le mie azioni. Devo aggiungere che non fui l’unico che si sottrasse alle esecuzioni”. 

Quasi tutti i membri del Battaglione 101 sopravvissero alla fine della guerra e tornarono in Germania. Dopo la guerra, solo quattro membri subirono conseguenze delle loro azioni in Polonia. Nel 1962 il Battaglione 101 fu posto per intero sotto investigazione dalla Procura di Amburgo. Nel 1967, quattordici membri furono messi sotto processo e anche se la maggior parte fu condannata, solo cinque andarono in prigione, scontando una pena dai cinque agli otto anni, ridotti poi nel corso di un lungo processo di appello.

P.S. Ho volutamente omesso le parti più raccapriccianti delle deposizioni.

Erano semplici operai, commercianti, artigiani, impiegati, imprenditori, uomini comuni. Fu data loro la possibilità di scegliere. Preferirono trasformarsi in mostri. 

Nelle elezioni del 1933, milioni di tedeschi diedero piena fiducia a Hitler.
Nel novembre dello stesso anno, 40 milioni di tedeschi votarono a favore della politica estera e del nuovo Reichstag sulla lista unica presentata dal Governo. .
Alla fine della guerra erano iscritti al Partito Nazista 8,5 milioni di tedeschi.



martedì 2 agosto 2016

Se l'anti-gender è una donna

La Regione Lombardia ci informa che da settembre sarà attivo uno sportello e un telefono ribattezzato dal Pirellone telefono anti-gender.
Il servizio, a detta loro, "costituirà un valido strumento di contrasto all'ideologia gender". Servirà a "fronteggiare eventuali casi di forme di disagio nel percorso educativo degli alunni, avendo come stella polare i valori non negoziabili della famiglia naturale e della tutela della libertà educativa in campo alla famiglia stessa". Per contrastare, secondo loro, l'applicazione dell'articolo 1, comma 16, della legge cosiddetta Buona Scuola.
Ora, il comma 16 parla d’altro, di “attività finalizzate all’attivazione di percorsi educativi di lotta alla discriminazione per orientamento di genere”, ovvero quelle attività che dovrebbero prevenire i troppi casi di bullismo di matrice omofoba che purtroppo affollano le cronache. In sostanza una norma di civiltà. Una norma, fra l’altro, che risponde all’esigenza di dare attuazione ai princìpi costituzionali di pari dignità e non discriminazione di cui la nostra Costituzione all’art. 3 recita: ”Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Sorprende che questi personaggi si atteggino a difensori della Costituzione invitando a votare No al referendum sulla riforma costituzionale.
Fa specie il fatto che a portare avanti il progetto dello sportello anti-gender sia l’assessore alle Culture, identità e autonomie della Regione, Cristina Cappellini. Una donna appunto. Che dovrebbe conoscere certe dinamiche.
Che dovrebbe conoscere per la maggiore sensibilità che contraddistingue una donna, quell'insieme di vessazioni, offese, minacce, atteggiamenti aggressivi, maldicenze che possono spingersi fino alla violenza su esseri umani particolarmente indifesi.
E come se non bastasse, pochi giorni dopo durante un comizio a Cremona, il suo segretario Matteo Salvini, è salito sul palco con una bambola gonfiabile paragondola al Presidente della Camera Laura Boldrini. A vedere tutte quelle donne che sorridevano sotto il palco mentre la figura femminile era paragonata a qualcosa d’inanimato, a un niente, mi ha messo tanta tristezza.
Come un progetto anti-gender portato avanti da un assessore donna.
Tanta, ma proprio tanta tristezza.

Johannes Bückler

30 Luglio 2016 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

venerdì 24 giugno 2016

Quel 28 ottobre 1971 alla Camera dei Comuni...


28 ottobre 1971 – Camera dei Comuni 

L’atmosfera era carica, le gallerie di diplomatici affollate di spettatori, l’ingresso del palazzo di Westminster bloccati dai manifestanti. C’erano persino sostenitori e curiosi tra i passanti nelle strade limitrofe, gente che non voleva assolutamente mancare un’occasione tanto importante. Il dibattito sulla richiesta della Gran Bretagna di aderire alla Comunità Europea aveva ormai raggiunto il suo culmine.

La Camera stava per votare.

“Vedete laggiù la galleria degli ambasciatori?”, mormorò un addetto anziano. “Non l’ho mai vista così piena da quando ho cominciato a lavorare qui”. Per coloro che ebbero la fortuna di assistere a quell’evento, in un epoca non ancora dominata dalla televisione, il dibattito sembrò trasformarsi in un palcoscenico per molti parlamentari, dal focoso Michael Foot al pacato Jim Callaghan, al disinvolto Jeremy Thorpe.
 Anche Jeffrey Archer decise di parlare, ma solo per lamentarsi delle code all’esterno della Camera. Ma quando il Primo Ministro conservatore Edward Heath prese la parola, l’atmosfera sembrò diventare ancora più elettrica.

Hearth era noto per essere un oratore impacciato con le sue vocali strozzate che riflettevano l’insicurezza derivata dall’umile infanzia nel Kent. Fin da quando aveva servito nell’artiglieria reale, durante la seconda guerra mondiale, il primo ministro si era mostrato un appassionato sostenitore del futuro europeo della Gran Bretagna. Ora era arrivato il suo momento.
“Penso che nessun primo ministro prima d’ora abbia chiesto a quest’aula in tempo di pace di prendere una decisione di tale importanza, come mi accingo a fare in questo momento”, esordì. Elencò poi i grandi cambiamenti avvenuti nel mondo nel corso degli ultimi anni, dall’inizio della globalizzazione all’ascesa della Cina.

Dopo il discorso di Heath, la Camera procedette con il voto. Nessuno poteva prevedere il risultato. Quanti conservatori ribelli si sarebbero uniti a Enoch Powell sfidando le ire del partito? Quanti laburisti favorevoli all’Europa avrebbero seguito Roy Jenkins, l’ex cancelliere e guida dell’intellighenzia liberale nella lobby governativa? La tensione era tale che si sarebbe potuta tagliare con un coltello ed alcuni amici di Jenkins erano così preoccupati della sua sicurezza che Roy Hattersley suggerì di organizzare alcune guardie del corpo per scortarlo fino alla macchina dopo la fine della votazione.

Quando finalmente gli scrutatori annunciarono il verdetto – 356 voti favorevoli all’ingresso in Europa, 244 contrari – ci fu una vera e propria esplosione di grida e di insulti. “Bastardo fascista”, gridarono gli avversari all’indirizzo di Jenkins, mentre altri spintonavano e cercavano di prendere a pugni i compagni “traditori” che si erano ribellati alle direttive del partito. Perfino l’austero Enoch Powell si lasciò coinvolgere nella baraonda. “Non si doveva fare, non si doveva fare”, si mise a gridare dal suo banco.


La notizia del voto viaggiò velocemente. L’ex primo ministro Harold Macmillan era rimasto in attesa sulle scogliere di Dover con un grande falò preparato dal movimento europeo. Appena giunse il risultato il falò fu acceso tra le acclamazioni di 500 persone presenti. Più avanti nella notte, un fuoco di risposta venne acceso sulla riva opposta, nel continente, vicino a Calais.

Ma quello fu un giorno di gioia immensa, il più bello di tutta la sua vita politica, soprattutto per un uomo che restio a manifestare le sue emozioni in pubblico. Edward Heath, che si eclissò dai festeggiamenti. Ripensò, come scrisse più tardi, “ai campi di battaglia in Francia, Belgio e Olanda, ai raduni di Norimberga e alla voce scoppiettante di Wendell Wilkie che ascoltavo alla radio nel mio posto di comando in Normandia, nel 1944, e che parlava di un solo mondo”.

Quando giunse al numero 10 di Downing Street, il più riservato degli uomini politici andò nel soggiorno, si sedette al clavicordo e diede libero sfogo alle sue emozioni suonando il primo preludio e fuga per clavicembalo di Bach. Dopo dieci anni di lotta, aveva realizzato il suo sogno.

Ma solo quando la “voce calma e sommessa del clavicordo” smise di risuonare, Healt fu sopraffatto dalla felicità.

History – Dominic Sandbrook, autore del libro “State of Emergency: the Way We Were Britain. 1970-1974


giovedì 2 giugno 2016

Paolo Savona. Chi è costui?


Paolo Savona? “Un grande studioso e un bravo parlatore, ma un pessimo organizzatore”, parole di Franco Mattei (direttore generale uscente di Confindustria nel 1976 quando arrivò Savona). Non so sia vera la definizione di pessimo organizzatore, sicuramente uno litigioso, quello sì. Il suo carattere difficile si è scontrato un po’ con tutti.
Da Romano Prodi quando era all’Iri, a Franco Bernabè quando era all’Enel. Litigò pure con Antonio Cassese sulla privatizzazione dell’Enel e litigò pure con Francesco Saja. Nell’ottobre del 1983 disse “basta litigare”. Se non mi date ragione mi dimetto. Naturalmente non si dimise. Il suo punto di riferimento era Giorgio La Malfa, amico personale, ma non disdegnava frequentare democristiani.

Negli anni ’80 guai a chiamarlo “politico”, lui era solo un tecnico al servizio della politica. Era stato Carli nel 1976 a portarlo con sé. Un nome che oggi farebbe inorridire i grillini perché il suo attaccamento alle poltrone è proverbiale.

Era alla presidenza del Credito industriale sardo nel 1982 quando fu nominato Segretario generale della Programmazione con La Malfa ministro del Bilancio. Gli fecero notare che la legge non consentiva la compatibilità del nuovo incarico con quello precedente. Lui alzò le spalle e si tenne i due incarichi.

Nella BNL (nel 1992) fece anche peggio. Una volta nominato direttore generale e poi amministratore delegato gli fecero notare due cose. Primo doveva essere assunto  dalla BNL e poi successivamente  dimettersi da tutti gli altri incarichi per incompatibilità (secondo la legge). Lui ci pensò un attimo e trovò la soluzione. Farò il direttore generale della BNL non c'è bisogno di assumermi, mi pagate lo stesso e così non lascio tutti gli altri incarichi. Forte. Non durò molto nemmeno lì. Alla prima litigata con Cantoni (comando io comandi tu) si guardò intorno e trovò un incarico che non era incompatibile con tutti gli altri incarichi. E andò alla presidenza del Fondo interbancario di garanzia.

E' ospite fisso al Bilderberg. A suo tempo era solito andarci con l'amico Gianni Agnelli usando il Concorde.

Giudicarlo è impossibile. L'unica cosa certa che  da vero “liberista”, come si definiva, era un pochetto ondivago.
Le sue idee sulle privatizzazioni cambiavano continuamente e a volte incomprensibilmente. Come quando si parlò di privatizzare la Stet. W la privatizzazione, ma solo alle famiglie Pirelli e Agnelli, disse, altrimenti niente.

Era talmente liberista che quando il presidente dell' Eni Franco Bernabé decise di chiudere gli stabilimenti Enichem di Crotone perché in perdita e improduttivi, lui si oppose apertamente.

Cassese pensava alla riorganizzazione dell' ente di vigilanza sulle assicurazioni, l' Isvap? E lui era contrario. Un liberista che nessuno capiva.

Quando l’Antritrus definì il progetto per la privatizzazione dell' Enel un autentico "monopolio privato" di chi era il progetto? Sempre suo. Del liberista Paolo Savona.

Un tipetto che guai a criticare il suo lavoro o le sue idee. Quando si dimise dopo l’ennesima litigata con Prodi sulle privatizzazioni giurò che non sarebbe mai più tornato alla politica. Qualche incarico non politico quello sì però (te pareva).

Come tutti quelli che invecchiano male e non riescono a sopportare l'oblio, da alcuni anni persegue il filone che riesce a dare anche a dei semplici sconosciuti economisti visibilità e soldi. Parlo dell'antieuropeismo. Si vanta infatti di aver scoperto un famigerato "Piano Funk" (ministro dell'economia nazista) che prevede una Germania egemone dove tutte le monete si devono comportare come il marco tedesco. Un complotto tipo "Piano Kalergi" per intenderci. Che dire. Walter Funk era un semplice esecutore (aveva sostituito Hjalmar Schacht poco malleabile a detta di Hermann Goring) e può darsi abbia scritto cose del genere a quei tempi. Ma credere ai complotti, via. Siamo seri.
E poi, un membro del Bilderberg che crede ai complotti? Fa ridere dai.

Johannes Bückler

martedì 31 maggio 2016

"Mussolini ha fatto anche delle cose buone".


Un passo indietro 

Giugno 1948 
Il Ministro delle Finanze Ezio Vanoni ha ricevuto l’incarico di migliorare un sistema tributario antiquato. Un sistema costituito da numerose imposte che grava soprattutto sui ceti medi rispetto, per esempio, alla grande borghesia. Le imposte dirette sono solo ¼ delle entrate fiscali. E’ necessario commisurare l’imposta al reddito realizzato ed applicarla alla realtà.

Gennaio 1951
Legge 11 gennaio 1951, n. 25, detta anche legge Vanoni. E’ il primo atto legislativo di perequazione tributaria. Suo scopo è quello di instaurare, attraverso la dichiarazione, un nuovo clima nei rapporti con il fisco. La dichiarazione sarà annuale, analitica ed unica, e permetterà al fisco di conoscere la situazione complessiva del contribuente. La legge Vanoni ha inoltre disposto una nuova tabella di aliquote, che va da un minimo del 2% ad un massimo del 50%, riconoscendo al tempo stesso il minimo esente di 240.000 lire e la detrazione di 50.000 lire per ogni membro a carico del contribuente, incluso il coniuge.

Sabato 27 gennaio 1952 
La sede dell’Ufficio Tributi del Comune di Roma si trova in via del Teatro di Marcello. Coincidenza vuole che si trovi a pochi metri dalla “Bocca della Verità”. Oggi è un giorno particolare, atteso da molti giornalisti. In base alla legge Vanoni, ogni comune è tenuto a rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani. Tra poco quelle del 1951 che fanno riferimento ai redditi del 1950. I giornalisti però stanno aspettando soprattutto quelle dei politici. Troppo forte la tentazione di beccare qualche potente di turno in castagna.
Non sanno ancora quello che sta per accadere.

I corridoi del pianterreno dell’Ufficio Tributi sono affollatissimi. Oltre ai giornalisti ci sono molti cittadini comuni. Chiaro il loro intento. Sono lì perché vogliono conoscere le cifre dichiarate da amici e conoscenti. La curiosità è enorme.

Si inizia.
Per i giornalisti la caccia ai redditi delle varie personalità, della nobiltà, dello spettacolo, ma quando arrivano alla parte riguardante i politici qualcosa non torna.

Il primo nome è quello del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, tra i primi a consegnare la dichiarazione dei redditi. Il Capo dello Stato ha dichiarato per l’anno 1950 una cifra pari a 1.259.000 . Subito dopo Einaudi con lire 1.290.000, Campilli con 8.337.125 e Merzagora con 6.500.000. Il senatore Mario Cingolani 1.328.425 e il senatore Giorgio Tupini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio 1.940.000.

Prime perplessità: il ministro Vanoni ha dichiarato solo 181.300 lire. De Gasperi ancora meno, 108.000 lire. E poi? Niente. Non ci sono tracce di altri politici. Tutti gli altri non hanno dichiarato redditi.

Dove sono i redditi di Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Mario Scelba, Luigi Longo, Giuseppe Di Vittorio, Renato Angiolillo, Mauro Scoccimarro, Randolfo Pacciardi, Giuseppe Saragat? Tutti nullatenenti? Impossibile. Per stare sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama lo Stato corrisponde loro 250.000 lire mensili quindi 3.000.000 di lire annui. Ministri e  sottosegretari ricevono un’indennità ancora maggiore. Perché allora i maggiori esponenti politici italiani non hanno dichiarato nulla? Il mistero viene svelato quasi subito.

Quasi tutti i politici non hanno dichiarato redditi nel 1950 grazie ad una legge fascista del 30 novembre 1929. Mentre la dittatura cancellava tutte le libertà, il ministro delle Finanze del governo guidato da Benito Mussolini, Antonio Mosconi, stabiliva che le indennità parlamentari fossero esenti dal prelievo fiscale.

La dittatura è finita, ma si sono tenuti questo privilegio. Non pagare le tasse sfruttando una legge fascista. Una legge non solo mai abrogata (come era successo alle altre) ma addirittura ribadita con la legge n. 1102 del 9/08/1948. Con 338 voti favorevoli, 37 contrari e 2 astenuti.

Diversi i tentativi di cancellare la legge n. 1102 del 9/08/1948.

13 Marzo 1952 
Proposta di legge del deputato Rodolfo Vicentini (DC) per la cancellazione dell’art. 3 della legge n. 1102 del 9/08/1948. 

Ma la maggioranza non è d’accordo.

27/01/1954. 
Altra proposta di Vicentini. Ma non se ne fa niente. 

1958
E poi ancora. Flavio Orlandi (PSDI).

Troppi i cassetti negli edifici del Parlamento. Le proposte di legge spariscono.

1962 
Malagodi del PLI ritrova la proposta di legge Vicentini e la ripropone in Parlamento. Ma ad aprile si vota. Viene riposta nel cassetto.

1963 
Giuseppe Amadei (PSDI) la ritrova e la ripropone più articolata. Ma sparisce in un altro cassetto.

1965 
Con l’opinione pubblica sempre più arrabbiata finalmente la legge n. 1102 del 9/08/1948 viene cancellata con la legge 31 ottobre 1965, n. 1261



Però non esageriamo…

Sempre per non esagerare nello stesso giorno si aumentarono l’indennità parlamentare da 500.000 lire mensili nette a 800.000 lire lorde (750.000 nette).
Della serie,“calma con i facili entusiami”.


Sì, Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Insomma...

Johannes Bückler