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mercoledì 24 ottobre 2018

La "pace fiscale. Chiamatelo condono.


Nel 1921 Giuseppe Prezzolini, nel suo Codice della vita italiana al capitolo I, scriveva: “L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono”.
Sono passati quasi 100 anni e la situazione non è cambiata.
C’è chi paga le tasse (i fessi) e chi (i furbi) usufruisce di tutti i servizi gratis gentilmente offerti dai primi. Ma c’è di più. Ogni volta i nuovi governi non trovano di meglio che fare un bel condono per dimostrare ai fessi, che nel frattempo stanno magari pensando che pagare le tasse è un dovere civico, che sono più fessi di quello che credono. E non basta.
Ti vengono pure a raccontare la favoletta che pagare una flat tax del 20% non è un condono, ma una "pace fiscale" o al massimo una “definizione agevolata”. Che teneri. Si arrabattano per trovare qualche miliardo quando sanno benissimo che alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali.
“La situazione fiscale italiana è caratterizzata da clamorose ingiustizie. L’evasione fiscale è un fenomeno deteriore che deve essere progressivamente ridotto ed eliminato”. Era il 30 marzo 1984 quando Bettino Craxi pronunciava queste parole.
Qualcosa è cambiato da allora, ma in peggio. Con Berlusconi, che nel 2004 arrivò a dire che era “legittimo non pagare le tasse alte”. Dimenticandosi poi di abbassarle quelle tasse alte. Con quelle parole si pensava di avere toccato il fondo, invece doveva arrivare un “governo del cambiamento” per fare esattamente le stesse cose dei governi precedenti.
Hai pagato tutte le multe e tutti i bollettini che il tuo comune ti ha inviato? Sei stato un fesso. Tu non hai pagato nulla? Puoi dormire sonni tranquilli, ci pensiamo noi. Siamo seri. Che quello che sta scritto nella manovra sia un condono lo capiscono anche i sassi. Una cosa impostata come un condono e che funziona come un condono è un condono, punto.
 Bene ha fatto il presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia, a ribadire che il condono fiscale appena varato dal Governo “è un messaggio sbagliato per tutte quelle aziende e per tutti quei lavoratori dipendenti che le tasse le pagano e le hanno sempre pagate. Non fa bene alla crescita del Paese. Questa scelta ci ha lasciato molto sorpresi, si sbandiera tanto il cambiamento e poi si rispolverano armamentari del passato”.
Giusto inoltre ricordare che l’art. 53 della Costituzione commisura il carico fiscale alla capacità contributiva del cittadino con criteri di progressività. Questi ripetuti condoni, concordati fiscali, pace fiscale, scudi e compagnia cantando, pur non eliminando in toto la progressività impositiva, hanno reso quest’ultima pressoché insignificante. E la cosa dovrebbe essere inaccettabile sul piano della democrazia sostanziale.
Certo. Lo sappiamo da sempre. Gli italiani, allergici alle tasse, sono tra i più grandi estimatori dei condoni. Con buona pace di chi le tasse le paga tutte. Però fateci un favore. Chiamatelo “condono” non “pace fiscale”. Fessi sì, ma evitate di trattarci anche da idioti. Almeno quello.

Johannes Bückler

23 Ottobre 2018 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>> 

venerdì 31 agosto 2018

La stanchezza e le armi.


Sono stanca di politiche basate sul "vaffa" o sul “morte a.." sono stanca dello sdoganamento dell’uso di insulti, minacce, aggressività, pessima cultura, ignoranza nel parlare e nell’agire.

Sono stanca di razzismo, di odio, di stupri, di femminicidi.

Sono stanca di teoria ascientifiche, di decisioni di vita e scelte di salute che si possono ripercuotere sul Paese e non solo, anche oltre i suoi confini.

Sono stanca del clima di paura in cui viviamo, di un Paese incattivito, urlante e aggressivo, dell’ansia e dell’apprensione continua che toglie senso al futuro, perché spaventa e non ci si vuol pensare, perché si vede solo un baratro.

Ma sono ancor più stanca dell’uso ed abuso di "armi" deprecate nel nemico e poi usate altrettanto liberamente.

Da quando si vince diventando come il nemico?

Se uso le armi del nemico, se penso come il nemico, se agisco come il nemico, io sono il nemico.

Anche se perde...il nemico ha vinto.

Il fine non giustifica i mezzi. Mai. I mezzi sono il fine.

Dove, perché e quando si è deciso che la differenza era nulla, che le “armi” andavano bene, che la lotta era su altri piani?

No, non lo è. Non è la mia strada.

La vera lotta, la vera differenza è sul conservare una visione pulita, una mentalità razionale, un senso morale e un valore del rispetto contro chi di tutto questo manca.

Siamo ben oltre uno scontro politico. Siamo ad uno scontro di civiltà contro la barbarie, di Democrazia contro l’oscurantismo, di onore contro il disonore.

E tutto ciò va ben oltre i colori degli schieramenti politici. Non mi interessa da dove provenga e che fede professi chi, comunque, usa armi di un certo tipo.

Quello è il nemico.



Perché' l'odio è più facile da alimentare che l'amore?

Perché' tutti hanno dolori dentro. Profondi. Corrosivi. Perché' tutti hanno paure dentro. Profonde. Corrosive. Una belva accovacciata nel buio.

Ed è più facile dar da mangiare alla belva piuttosto che accettare che esista, piuttosto che lottare per sconfiggerla, combattendo contro sé stessi.

Questo è ciò che fanno con noi. Questo è ciò che facciamo con noi.

Come in cielo così in terra, come dentro così fuori. Danno da mangiare alla belva, ma la belva è in tutti noi. Siamo diventate persone immemori di sé stessi e della Storia, dei propri errori e di quelli della Società, bambini viziati che vogliono solo conferme e non sopportano contraddizioni e quindi incapaci di cambiare e migliorare sé stessi e la Vita.


Paure e dolori profondi: la belva.

Certo nutrita da chi sventola Vangeli ma non li applica, da chi crea un mondo fatto di parole e non di coerenza fatto di apparenza e di vuoti proclami. Ma un cibo che nutre tutti.

È necessario capire, definire, riconoscere chi e cosa è il nemico contro cui combattere.



È necessario trovare la nostra coerenza perché alla fine sono gli atti e le azioni che ci giudicano e su cui veniamo giudicati. E quelle rimangono.

È necessario guardarsi dentro e riconoscere quali armi si stanno usando.

Ritrovare o conservare la propria strada e non confondersi col nemico.

Riconoscere che la guerra ha varcato i confini, che come un virus può infettare se non si è vaccinati. E decidere quali armi usare e non diventare come il nemico. Costa, certo, ma questo costo è quello che ci definisce Umani.


Sono stanca di vedere, ma la stanchezza più grande è quella di Cassandra. Vedere e non essere creduti.

E l'uragano ormai si vede e già i venti forti soffiano sulla nostra pelle...

Se uso le armi del nemico, se penso come il nemico, se agisco come il nemico, io sono il nemico.

 Anche se perde...il nemico ha vinto.

 Il fine non giustifica i mezzi.

 Mai.


Stefania Conti   @stefaniaconti su Twitter

sabato 18 agosto 2018

C'è un tempo per tutto.


Quando, tanti anni fa, questa terra mi accolse mi ritrovai in un mondo diverso da quello che conoscevo. Genova, un nastro d’argento srotolato fra monti e mare. Un mare povero, una terra aspra. Tanto aspra che le “fasce” strappate ai monti sassosi sembravano arrivare al cielo e le pianure erano solo un sogno distante.

Terrazzamenti larghi qualche metro su cui piantare e coltivare con una pazienza lunga quanto le fila di sassi che trattengono le fasce. Un mare povero di pesce, con le acciughe d’argento, moscardini e calamari ma che “per pescar dell’altro devi andare molto, molto a largo”, perché neppure i fiumi hanno benedetto questa terra con il loro continuo apporto di sostanze nutritive, ma solo i torrenti sempre in secca o che si trasformano in mostri d’acqua.

E i Genovesi, famosi per la loro avarizia, che poi quando capisci veramente la vedi per ciò che è: forzata parsimonia atavica di chi è abituato a dar valore ad ogni piccola cosa. Valore ad ogni cosa. E, se una cosa ha valore in questa terra dura, è la dignità e l’orgoglio. Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire Ed a Genova, in un giorno d’Agosto, è arrivato in un attimo il tempo di morire.

Un ponte crolla e tu ci sei passato 1 minuto prima, oppure hai accelerato 1 minuto prima e hai visto sotto di te solo il vuoto. E, in un attimo tutto cambia. Le vite spezzate, i bambini che mai cresceranno, i fidanzati che mai si sposeranno, gli uomini e le donne che mai arriveranno a casa. E, in un attimo, tutto cambia. Il dolore di tante famiglie, lo shock di un evento incredibile e una città non solo sconvolta e disperata, ma spezzata in due. Quel nastro d’argento tagliato, e, all’improvviso, tutto posto ad una distanza più grande da tutto. C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare.

E troppi hanno detto troppo e lascio a loro l’onere di continuare, perché i tempi son stati sbagliati, perché nulla è stato rispettato. E’ questo che voglio ricordare: che era corretto, necessario e dovuto un comportamento diverso, azioni diverse, dichiarazioni diverse. Almeno dopo il fatto.  Che il silenzio, lo smarrimento, il dolore erano e sono atti dovuti e doverosi. Che tutto si è trasformato, forse in un tempo minore di quello che ha impiegato il ponte a crollare, in un grande carnevale mediatico in cui il rumore di fondo (e non quello della tragedia) aumentava esponenzialmente, come a cercare di zittire i fatti, cancellare le immagini, trasformare la realtà. Spostando in là il tempo in un domani in cui il lutto ed il silenzio e il dolore fossero già digeriti. Un tempo sbagliato.

C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere E’ questo che voglio ricordare: che la dignità e l’orgoglio di cui questa Città è piena e che le PERSONE, che un istante di tempo ha inghiottite, esigevano come diritto inalienabile di riceverne altrettanto e che tutti avevano il dovere di dimostrare a loro altrettanta dignità ed orgoglio. Nessuno si illude che, oggi, si possa evitare che le tragedie vengano strumentalizzate. Ma c’è un tempo per tutto. E questo tempo ai morti, a Genova ed all’Italia non è stato concesso. Ogni evento è stato proiettato in una bolla atemporale in cui le persone, i fatti, le lacrime ed il dolore hanno perso il loro senso ed il tempo di una giusta riflessione.

Una volontà forte di piegare il tessuto del tempo e dello spazio per portarlo, con dichiarazioni e proclami, ad un timing orrendamente sbagliato ma che tuttavia ha permesso di annullare la giusta, corretta e umana risposta emotiva degli Italiani al fine di trasformare immediatamente una tragedia in capitale politico da spendere velocemente ed al massimo. C’è un tempo per amare e un tempo per odiare E’ questo che voglio ricordare: che era solo il tempo di piangere, che era solo il tempo di amare. Che, seppur sembri che vince chi grida più forte, c’è il tempo del silenzio e del rispetto. Che l’Italia tutta doveva ai morti ed a Genova questo, almeno per qualche giorno.

Che tutta la classe politica, di ogni colore e schieramento lo doveva. Il tempo del lutto, il tempo del rispetto, il tempo del calore umano. Ci sarebbe comunque stato tempo, poi, anche per l’odio. Sarebbe arrivato, certo, ma non ora. Ed alla fine di tutto doveva (e dovrebbe esserci sempre) il tempo del pensiero e della riflessione. Guardiamoci come siamo e ciò che abbiamo fatto. Pensiamo a come abbiamo reagito e di cosa ci siamo preoccupati. Riflettiamo se questo è normale o se tutti noi siamo cambiati. Da dove proviene questo vuoto che ci portiamo dentro che deve essere immediatamente riempito da delle voci? E dove ci porterà se non lo riconosciamo?

Da dove nasce questa ansia di ricevere spiegazioni prefabbricate e provvedimenti istantanei, senza il tempo dovuto alla necessaria analisi rigorosa dei fatti? E dove ci porterà se non la riconosciamo? Da dove origina questa necessità di cancellare i tempi, persino quelli del rispetto che impone che le vittime di una tragedia non siano usate come mezzi propagandistici di una strumentalizzazione che non trova alcun rimprovero, ma siano persone da piangere e rispettare?

E dove ci porterà se non la riconosciamo? Scende un'altra sera ed ancora si vedono le luci cercano chi manca all'appello. La "maccaja" da 3 giorni Genova ce l'ha nel cuore. Incassiamo le spalle e "mugugnamo" che era corretto, necessario e dovuto un comportamento diverso, azioni diverse, dichiarazioni diverse. Almeno dopo il fatto.

C’è un tempo per tutto e il tempo giusto per questi morti e per Genova non è stato né trovato né donato.

Stefania Conti   @stefaniaconti su Twitter

La foto di Genova in bianco e nero è di Alberto Bruschi

martedì 10 luglio 2018

Le vittime invisibili. Luigi Marangoni.


#MdT 15/02/1981 
Milano. Via Don Gnocchi a pochi passa da San Siro. Una famiglia è a tavola. Luigi, la moglie Vanna, la figlia Francesca di 17 anni e il figlio Matteo di 15 anni. L’atmosfera è tesa. La vita di Luigi è in pericolo. Ma Luigi è solo un medico, perché è in pericolo? 



#MdT 15/02/1981
Luigi è il più giovane direttore sanitario d’Italia e lavora al Policlinico di Milano.
Da quando è arrivato si è proposto di far funzionare al meglio il Policlinico. 
Momenti difficili. Un centro non ancora spento dell’eversione di uno pseudo sindacalismo selvaggio.



Non sono anni tranquilli al Policlinico di Milano. A una maggioranza di infermieri preparati e lavoratori si contrappone una minoranza che soffia sul fuoco della protesta e favorisce azioni di sabotaggio.

L’assenteismo e il menefreghismo, dice Luigi,  non possono stare in luoghi dedicati all’accoglienza e all’altruismo. Quando all’interno dell’ ospedale si erano verificati danneggiamenti (avevano manomesso la Banca del sangue) Luigi aveva denunciato i fatti alla magistratura.


Dopo le denunce aveva ricevuto minacce. Luigi sapeva di essere a rischio, ma tranquillizzava moglie e figli “I miei pazienti sono a rischio se fumano, se hanno la pressione alta, se sono obesi. 
Diciamo che ora anche il loro medico è a rischio gambizzazione”. E sorrideva.

Luigi non ha voluto la scorta. Come molti ha rinunciato per non mettere in pericolo gli agenti. A volte dormiva in ospedale stanco di essere offeso e spintonato quando arrivava al lavoro. Sui muri dell’ospedale erano apparse scritte “BOIA” riferite a lui.

Vuole bene i suoi collaboratori, a Ettorina, la capo sala che ha assunto  personalmente dopo che era stata sua allieva al corso infermieri. "Gli infermieri dobbiamo pagarli di più, ripeteva. Abbiamo bisogno di loro, della loro professionalità"

#MdT 17/02/1981 – Luigi è in casa con la moglie. Sta compilando un assegno per le spese condominiali. La moglie sempre più preoccupata. Una notte il marito si era svegliato di soprassalto dicendole che forse le avrebbe lasciate sole. Di perdonarlo. Che non era colpa sua.

#MdT 17/02/1981 – Ore 8.20. Luigi esce di casa. Vanna guarda come sempre dalla finestra. Vede solo un giovane con un cappellino. Non comprende il perchè dei petardi (quattro) esplosi così di buon mattino.  Guardando verso Luigi capisce però che non sono petardi.

Vicino alla sua macchina, sulla salita dei garage, ci sono due persone con una coppola in testa, un giubbotto antiproiettile, una mitraglietta e un fucile a canne mozze in mano. Corre giù urlando. I brigatisti però sono già scappati. 


Si avvicina all’auto. Non vede il marito. Pensa ad un sequestro.  Ma quando apre la portiera Luigi le cade tra le braccia. E’  ancora vivo e ha gli occhi aperti. Vanna comprende che è l’ultimo istante in cui possono restare soli, che la loro vita insieme finisce in quel momento.

(I terroristi non sapevano che di fronte a Luigi abitava il commissario Portaccio. Che in quel momento era in macchina con un collega armato. Sentiti gli spari i due avevano ingaggiato un conflitto a fuoco in strada. I terroristi erano però riusciti a  fuggire)

L'assassinio viene rivendicato con una telefonata a nome delle Brigate Rosse, colonna Walter Alasia. Se volete rivivere il clima di quegli anni chiudete gli occhi.Mensa del Policlinico. Saputo del decesso di Luigi c'è gente che brinda e festeggia la sua morte. Ecco il clima.

Un anno dopo l’omicidio il capitano Morini si presentò a casa di Vanna per comunicarle che avevano arrestato il ragazzo che faceva da palo. Il ragazzo fece  i nomi di tutti i colpevoli. Nell’estate successiva vennero arrestati i due esecutori materiali, da lì a poco l’autista.

Il capo delle BR milanesi, Vittorio Alfieri che aveva organizzato l'uccisione,  Luigi nemmeno lo conosceva. Non sapeva nulla di quello che faceva al Policlinico. Ma allora chi glielo aveva indicato come bersaglio? Chi aveva rubato documenti al Policlinico e consegnati alle BR?

Ricordate Ettorina? La caposala allieva di Luigi al corso infermieri e assunta direttamente da lui come sua collaboratrice? Lei, Ettorina Zaccheo, aveva indicato Luigi come bersaglio. Aveva fornito agli esecutori materiali dell’agguato indirizzi, numeri di telefono, abitudini.

Ettorina al Policlinico era impegnata sindacalmente, eletta delegata di reparto. Ma lei era la "responsabile, all'interno della colonna Walter Alasia,  della brigata ospedaliera "Fabrizio Pelli". 
Era lei a proporre alla brigata azioni di guerra al Policlinico. 

I membri del commando erano Michele Galli, Nicolò De Maria, Samuele Zellino  e Maria Rosa Belloli. Ettorina Zaccheo, condannata in primo grado all’ergastolo, si vide successivamente ridotta la pena e venne accolta dalla comunità di don Gino Rigoldi.

Le foto degli orfani ai funerali erano sempre le stesse. In questo caso Francesca, 17 anni,  e Matteo di 15. Occhioni spalancati, mani serrate e piccole. Guardavano sempre il fotografo senza capire. Perchè una foto? Perchè non abbiamo più il papà? Vittime. Le più indifese.



Johannes Bückler

Le cronache raccontano che le vittime del terrorismo italiano sono state 365. Quelle cadute sul campo. Ma migliaia furono le vere vittime invisibili di quel periodo. Mogli, figli, madri padri, amici e parenti. Come le vittime che le cronache raccontano, uccise prima dal dolore e una seconda volta dall'oblio. Queste sono le loro storie. Per non dimenticare. 


martedì 3 luglio 2018

Per evitare di finire colpevoli.


Sono sempre stato, fin da giovane, un appassionato di storia; nella convinzione che, ripetendo gli stessi errori, nel nostro passato ci sia in fondo il nostro presente e il nostro futuro. Alla ricerca però di risposte più che di semplici nozioni.

Quando da giovane studiai le leggi razziali del 1938 mi posi la domanda: “perché ci sono voluti 15 anni di potere prima che il fascismo decidesse di perseguitare gli ebrei?”. E provai a dare una risposta.

Sappiamo che Mussolini, come certi movimenti di allora, credeva all’esistenza di una lobby ebraica che controllava il mondo. Ebrei= ricchi=banchieri. Eppure nei primi 15 anni al potere non risulta nessuna traccia di antisemitismo nella dottrina fascista.

Certo, nel 1921, al Terzo Congresso Nazionale Fascista, Mussolini aveva detto: “Io voglio far sapere che per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza. I fascisti devono fare tutti gli sforzi possibili per mantenere intatta la purezza della razza, perché è la razza che fa la storia”. Ma è pur vero che nel 1923 Mussolini aveva tranquillizzato il rabbino di Roma assicurandogli che mai il fascismo avrebbe intrapreso una politica antisemita.
La maggioranza degli ebrei aveva persino approvato la guerra di Etiopia, e molti di loro erano partiti volontari. Guido Jung , ministro delle Finanze di Mussolini (uno dei fondatori dell’IRI e iscritto al PNF dal 1922) era ebreo. 

Perché allora Mussolini decide nel 1938 di perseguitare gli ebrei?

Esaminiamo il contesto. Siamo nel 1937.
Mussolini ha il potere assoluto, conquistato con la violenza, e ha imposto una dittatura totalitaria. Gli oppositori in esilio, nessuna lotta di potere all’interno del partito fascista, un consenso popolare che però sta leggermente scemando per la guerra in Spagna che gli italiani non hanno digerito.
Un momento di stasi del popolo italiano dopo l’euforia degli ultimi anni.
Ma una dittatura ha un bisogno estremo di nemici per coagulare il popolo. Il fascismo li aveva trovati via via negli slavi (sloveni), negli etiopi, nei libici, nei socialisti, nei comunisti. Ora nel 1937 bisognava trovarne di nuovi, per una nuova battaglia.

Nel novembre del 1937 Mussolini dice a Ciano: “Quando finirà la Spagna, inventerò un’altra cosa. Il carattere degli italiani si deve creare nel combattimento”. Mussolini disse quella frase dopo il viaggio in Germania di due mesi prima, da cui era tornato impressionato dall’ordine e dalla disciplina dei tedeschi. “un po’ di Prussia non farebbe male agli italiani” ebbe a dire. 

Scegliere gli ebrei come l'indispensabile “nemico” (copiando l’amico Adolf) fu abbastanza semplice. Ora bastava solo enfatizzare un pericolo che in passato non era mai stato avvertito (non essendo mai stato un pericolo. Gli ebrei erano ben integrati e mai percepiti come un pericolo dagli italiani).
Per fare questo bisognava cominciare con un censimento allo scopo di “schedare” il numero degli ebrei che si trovavano in Italia. (Si comincia sempre da un censimento). Cosa che avvenne nell’agosto del 1938.

Al Ministero dell’Interno venne creato un ufficio denominato Demorazza. Aveva l’incarico di coordinare prefetture e comuni per censire la popolazione ebraica. Quanti ebrei risultarono dal primo censimento? Esattamente 58.412 persone con un genitore ebreo o ex-ebreo.
46.656 si dichiararono ebrei (37.341 italiani e 9.415 stranieri). L’1,1 per mille sull’intera popolazione, allora composta di 43.900.000 individui.

Benito Mussolini, in un suo famoso discorso del 2 ottobre 1935, tenuto contro le sanzioni che le Nazioni Unite volevano comminare all’Italia per l’aggressione fatta ai danni dell’Abissinia, verso la chiusa così ebbe a dire circa gli italiani: “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori e di trasmigratori”. Visto come certi demagoghi parlano di “invadenza” o “invasione” utilizzando certi numeri, forse era meglio avere un popolo di matematici. 

Una volta avuti i primi dati partì la campagna dell’informazione fascista (un’informazione che fa da megafono alle falsità di un regime è essenziale). Una virulenta campagna di propaganda sui giornali portò gli italiani a pensare che esistesse veramente un“invadenza” degli ebrei nella vita sociale del Paese. Tutto a scapito degli italiani.

(Nel frattempo sul numero 1 della rivista «La difesa della razza» era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, dove al punto 9 si leggeva: "gli ebrei non appartengono alla razza italiana"). 

Alcuni piccoli esempi “dell’invasione” degli ebrei in Italia 

#MdT 22/08/1938 – A lato la percentuale di ebrei nelle città. (Un pericolo proprio)

#MdT 22/08/1938 – Nel censimento del 1936 Milano contava 1.115.848 abitanti. Quando dalla Germania e dalla Polonia arrivarono a Milano “ben” 1572 ebrei (e sfuggivano a morte certa), si parlò di un numero impressionante.  In una città con oltre 1 milione di abitanti.


 Gli ebrei a Torino superano 4.000. Ben 4.000. Un’autentica invasione in una città che conta 629.115 abitanti (censimento 1936). (Da ridere)

Gli “indesiderabili” saranno cacciati da Milano. La cittadinanza si compiace della decisione del Duce data l’intima e immutabile natura romana e cattolica. (soprattutto cattolica).


#MdT 13/10/1938 – A Milano c’è una campagna di stampa contro l’invasione degli ebrei nel commercio milanese. Quanti erano i commercianti ebrei? L’unione commercianti scrisse che su 61.002 nominativi gli ebrei erano “ben” l’1%. Su 10.741 esercizi pubblici quelli gestiti da ebrei erano “ben” 20.




Un pericolo secondo loro. E le licenze furono revocate. E niente future licenze agli ebrei.



Quello di agosto del 1938 era “solo” un censimento, ma subito dopo seguì l’inserimento dell’antisemitismo nell’ordinamento giuridico attraverso le leggi razziali, che privarono gli ebrei dei diritti civili e dell’uguaglianza con gli altri cittadini in tutti i campi della vita sociale, economica e professionale.
Allora la maggior parte degli italiani provò indifferenza, convinta che tutto sommato si trattava di una piccola cosa in confronto alla tragedia degli ebrei dell’Europa centrale. E’ sempre una piccola cosa al confronto. Come oggi. Niente di quello che accade è paragonabile al fascismo. Un censimento oggi non è paragonabile a quello del 1938. Il razzismo di oggi non è paragonabile..... ecc. ecc

Ecco. Quando leggo che oggi niente è paragonabile alle aberrazioni del fascismo e del nazismo mi torna alla mente ciò che scrisse Vittorio Foa a proposito del silenzio assordante dell’antifascismo intellettuale del dopoguerra. Siamo tutti “colpevoli di non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall’indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili”

Johannes Bückler 

P.S. Quante volte vi è capitato di discutere con qualcuno ed essere definito “buonista”? Ormai sembra essere diventato l’insulto preferito degli italiani. Tranquilli. I "buonisti" esistevano anche allora.




mercoledì 29 novembre 2017

Diga del Gleno. Non stravolgere la verità storica.


I ruderi sono ancora là, da quel maledetto 1 dicembre 1923, a oltre 1500 metri in alta Val di Scalve. Aveva piovuto a dirotto nei giorni precedenti. Non quella mattina, anche se il tempo era comunque uggioso.

Alle 7.15 la diga del Gleno si squarciò per una settantina di metri e milioni di metri cubi di acqua si riversarono a valle distruggendo tutto al loro passaggio e provocando almeno 500 morti (356 quelli accertati). Un invaso di 400 mila metri quadrati con 6 milioni di metri cubi d’acqua costruito, seppur con le conoscenze del tempo, in modo approssimativo.

Prima un progetto iniziale di una diga a gravità, poi sostituito in corso d'opera (senza nessuna autorizzazione) da una struttura ad archi multipli meno costosa. Peccato che undici arcate fossero state appoggiate direttamente sul tampone a gravità, quello costruito inizialmente, creando una discontinuità strutturale.

Perché quella diga si squarciò è ormai una verità storica, malgrado qualcuno tenti ancor oggi di dimostrare che la diga avesse i requisiti necessari a garantirne la sicurezza. Centinaia di pagine di verbali di interrogatori di ex dipendenti delle ditte che avevano lavorato alla costruzione della diga concordarono nel descrivere la scarsa qualità dei materiali e la cattiva lavorazione degli stessi.
Inoltre sbagli di progettazione portarono alla costruzione di un’opera ad alto rischio di crollo. A quel tempo tutti sapevano della pericolosità di quella diga e il ricordo indelebile è nel racconto di un sopravvissuto: ” Pioveva da alcuni giorni a dirotto e noi, che sapevamo com'era stata costruita, guardavamo preoccupati verso la diga e dicevamo OL SARA' SA 'L GLEN.....OL SARA' SA 'L GLEN..... (Arriverà il Gleno…..Arriverà il Gleno).

Il testimone chiave del processo che ne seguì fu Francesco Morzenti, detto il “Petôsalti” (dal dizionario SCALVI' "Persona velocissima nella fuga.") il guardiano della diga, unico testimone della tragedia. Perchè lo chiamassero Petôsalti lo raccontava lui stesso: diceva che mentre stava transitando sulla strada della Valbona, una vecchia strada comunale ora abbastanza in disuso che collega Teveno a S. Andrea, con una bricolla di sigarette di contrabbando in spalla, per colpa di una spia venne inseguito dalla guardia di finanza. Riuscì a fuggire facendo grandi salti, da lì il nome Petôsalti.

Distintosi nella Prima Guerra mondiale, nominato in seguito Cavaliere di Vittorio Veneto, aveva segnalato prima del disastro le continue perdite nello sbarramento (e se ascoltato forse si sarebbe potuto evitare la tragedia).
La mattina dell'1 dicembre si salvò per miracolo riuscendo a aggirare il crollo. Chi lo ha conosciuto lo ricorda al cimitero durante i funerali dei suoi compaesani concludere lui stesso gli elogi funebri sempre con la solita frase: "Non eri degno di stare su questa terra, eri maturo per il cielo."

Anche se sono trascorsi così tanti anni è importante, per noi bergamaschi, non dimenticare quella tragedia. Doveroso soprattutto conservare e non stravolgere la verità storica sulle responsabilità che hanno portato al crollo.
Lo dobbiamo al Petôsalti, ai morti e alle genti scalvine cresciute nel dolore e nel ricordo di quel tragico giorno.

Johannes Bückler

29 Novembre 2017 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

venerdì 27 ottobre 2017

Diga del Gleno: una tragedia senza pace.


Che il nostro sia un Paese incline al complottismo e alla dietrologia ormai è cosa acclarata. Dalle scie chimiche, vera e propria operazione di aerosol chimico/batteriologico, ai vaccini che provocano malattie gravissime (lo so, questa non fa ridere), congiure e complotti sono ormai all’ordine del giorno.
Schiere di sospettosi e di “uomini saggi che non se la bevono” di prezzoliniana memoria, pensano che l’intera storia del genere umano sia spiegabile sotto forma di cospirazioni, di grandi vecchi manovratori e trame oscure di cui solo loro sono a conoscenza.

In questo filone si colloca il libro “La tragedia della diga del Gleno. Dicembre 1923. Indagine su un disastro dimenticato” dell’avvocato Benedetto Maria Bonomo. Che qualcuno abbia voluto scrivere qualcosa sulla tragedia quasi un secolo dopo si può pure comprendere. E’ sempre bene ricordare ai giovani tutto ciò che ha toccato la nostra terra. Che lo si faccia proponendo tesi complottistiche sulla pelle di chi oggi non può difendersi, no, quello non si può sentire (né tantomeno leggere).

La tesi esposta nel libro non lascia adito a dubbi secondo l’autore. La diga non è crollata perché la struttura non rispondeva ai requisiti necessari a garantirne la sicurezza. Archi appoggiati malamente sulla precedente struttura? Murata costellata di crepe? Controlli e manutenzioni mai eseguite? La scarsa qualità dei materiali e la cattiva lavorazione degli stessi? Ma quando mai. Solo il frutto di testimonianze della gente scalvina arrabbiata, rabbiosa e invidiosa, che aveva “sviluppato una vera e propria fobia” a forza di sentire dalle maestranze che la diga non era sicura.

Prendiamo la macchina del tempo e torniamo a quel giorno di agosto del 1921: “Ma il progetto parla una diga a gravità, non ad archi multipli.
Questa che roba è?” disse l’ing. Lombardo del genio civile mentre constatava che la tipologia della diga non è quella a disegno. “Che volete che sia, modificheremo il progetto e nel frattempo andiamo avanti con la costruzione”. In fondo “così fan tutti”. Già. Peccato che undici arcate sono appoggiate direttamente sul tampone a gravità, quello costruito inizialmente, creando una discontinuità strutturale.

Il motivo del passaggio fu esclusivamente di natura economica. Una diga a gravità costa molto di più di una diga ad archi multipli perché necessita di molto materiale in più.

E allora perché è caduta la diga per il Bonomo? Semplice. Per colpa di una bella bomba fatta esplodere per protestare contro i metodi padronali del costruttore Viganò. Messa da chi? Non si sa. Dagli anarchici, da un residente esasperato, o forse dall’unico testimone che si trovava sulla diga, il guardiano Francesco Morzenti, definito dal Bonomo “uomo profondamente ignorante”.

Non così ignorante, dico io, visto che gli era stata affidata la guardia di una diga di quelle dimensioni.

“petasàlti” era il nomignolo dato al guardiano Francesco Morzenti, eroe della I guerra mondiale insignito della medaglia d’argento al valor civile. Il Bonomo, per screditare l’unico testimone della tragedia, lo traduce (senza esserne certo) come “uno che scambia spesso opinione”. Secondo il Bonomo è molto più credibile tale Battista Betti, che il Morzenti. Peccato che il Betti sia un delinquente, ascoltato nelle carceri di Cremona. La sua deposizione in merito a delle confidenze ricevute in cella su un attentato alla diga non fu ritenuta plausibile al processo. C’è da dire che la difesa del costruttore Viganò tentò di addossare la responsabilità anche ad un terremoto. Pista assurda.

E se era un attentato fatto da anarchici, perché il Fascismo non lo usò come arma di propaganda? I fascisti avrebbero avuto tutto l’interesse ad enfatizzare un simile attentato, altro che nasconderlo per evitare di fare pubblicità ai suoi nemici. Basta leggere i giornali dell’epoca. Ogni occasione era buona per arrestare, pubblicizzare e organizzare rappresaglie e spedizioni punitive contro anarchici.

Insomma, colpe del costruttore? Nessuna. Un costruttore, giusto ricordare, che era solito dichiarare che per lui era perfettamente inutile l’aiuto degli ingegneri. Anzi. “Se un ingegnere spende 10 milioni per fare una diga è considerato un grande uomo; eseguendo io il lavoro con metà spesa ho reso un servigio al Paese”. Scienza? Tecnica? Per il Viganò solo stupidaggini, quisquiglie.

Il libro inizia con: “Che cosa sia veramente successo il 1° dicembre 1923 alle prime luci dell’alba a Pian del Gleno in Vilminore di Scalve probabilmente mai nessuno lo saprà con certezza”. Ecco. Non sapendo e non volendo accettare una verità storica, forse era il caso di fermarsi lì, senza andare oltre. Nel rispetto dei morti, e delle genti scalvine cresciute nel dolore e nel ricordo di quel tragico giorno.

Johannes Bückler

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In volo sulla diga del Gleno. Un video realizzato da Guido Marelli >>>>>