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domenica 14 giugno 2015

I conti dell’evasione e l’iniquità (nascosta) del sistema progressivo.


Caro Direttore,
sono uno di quel 4,01% di contribuenti che paga il 32,6% dell'Irpef.
E mi sono leggermente stancato.
Bene ha fatto il suo giornale a ricordarci (con il pezzo di ieri di Brambilla e Novati sulle dichiarazioni dei redditi 2013) che il problema dell'evasione fiscale è ancora lungi dall'essere risolto, ma ormai è chiaro, e i dati sono incontrovertibili, che non esiste solo un problema di evasione fiscale, ma di progressività eccessiva.
Sono una persona discretamente agiata, credo sia giusto pagare per quella quota di persone a basso reddito nel rispetto dell’art. 53 della Costituzione, ma ormai il limite è stato superato.
Non è possibile, per il ceto medio-alto cui appartengo, avere una progressività così alta per pagare e assistere milioni di evasori e parassiti.
Oltretutto paghiamo molto e godiamo di nessuno sconto su prestazioni e servizi. Forse è giunto il momento di ripensare il tutto, perché il sistema è ormai talmente distorto che qualsiasi soluzione sarebbe bene accetta.
Anche la più assurda, come la flat tax. Purchè a pagare non siano le persone più deboli. Come sempre.

Un caro saluto

Johannes Bückler

14 Giugno 2015 - Corriere della Sera - Leggi >>>>>

sabato 13 giugno 2015

Viminale e Regione: Maroni bifronte. I gemelli diversi.


Ormai è appurato: il governatore della Lombardia Roberto Maroni ha un fratello gemello e fra loro i rapporti devono essere deteriorati da tempo.
E’ l’unica spiegazione possibile. Ho conosciuto il fratello gemello quando era Ministro dell’Interno. Una persona perbene, senso delle istituzioni, vero rappresentante di una politica rispettosa delle istituzioni. Lo ricordo quando, aprendo la prima conferenza nazionale dei prefetti nell’ottobre 2010, auspicava “un ampliamento del ruolo del prefetto anche in relazione alle nuove implicazioni delle tematiche della sicurezza e dell’immigrazione”. Niente a che vedere con il fratello che è arrivato persino a minacciarli, i prefetti.

Lo ricordo nel tentativo di dare soluzione all’emergenza immigrazione del 2011, quando ebbe l’idea di realizzare a Mineo un villaggio della solidarietà, il più grande centro richiedenti asilo d’Europa. O quando stanziò decine di milioni per i campi Rom (60 milioni di euro solo per l’emergenza in cinque regioni Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e Piemonte) per ristrutturare quelli fatiscenti e costruirne di nuovi. Dispiace oggi vedere il fratello governatore contestare praticamente tutto ciò che di buono si è tentato di fare allora.

Il fratello, dopo aver creato le cosiddette “quote” nel pacchetto sicurezza immigrazione, ebbe persino toni molto duri con le regioni e i comuni che non volevano accogliere i profughi. “Accoglieteli o agiremo d’imperio” dichiarava al Corriere il 28 marzo 2011.

Con tono fermo, deciso, di chi ha a cuore i problemi del suo Paese disposto a mettere in secondo piano, cosa assai rara in un politico, gli interessi di partito. Chissà cosa starà pensando leggendo le dichiarazioni del fratello governatore su questa nuova emergenza.

Gli ricorderebbe, ne sono certo, che l’immigrazione è materia esclusiva dello Stato (art. 117 della Costituzione comma a) e non delle regioni. Di più. Il 10 luglio 2014, per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, fu firmato un documento in una conferenza unificata fra Governo, regioni ed enti locali. Nel testo si stabilisce il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Sottoscritto anche questo dal fratello, è vero, ma un documento valido ancora oggi.

A questo punto un consiglio: caro governatore, faccia pace. Fra fratelli ci possono essere discussioni, diatribe, visioni diverse, ma siete sempre sangue dello stesso sangue. Se non proprio la pace, una tregua, un armistizio. Ne guadagnerà l’ambito familiare e sicuramente il Paese tutto.

E non minacci i sindaci. Le potrebbero rispondere “padroni a casa nostra”, ricorda? O anche questo era uno slogan del fratello? Perché in un vero Federalismo “padroni a casa nostra, ma in casa tua comando io”, è un tantino contraddittorio. Lo ammetta, un pochino, via.

Johannes Bückler

13 Giungo 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 9 giugno 2015

Quando la protezione è negata.


2 febbraio 1982 
Questa storia inizia ad Hama, una città della Siria centrale ricordata nell’Antico Testamento col nome di Hamath. Una città splendida, famosa per le sue norie, grandi ruote idrauliche che hanno la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. (Le fontane della Reggia di Versailles erano un tempo alimentate da una installazione di norie sulla Senna). Il suo patrimonio architettonico è incredibile.

Antichissime moschee, tra cui quella costruita dal clan più ricco di La Mecca, i califfi della dinastia dei Omàyyadi. La moschea al-Nūrī, fondata da Norandino, appartenente alla dinastia Zengide che governò la Siria dal 1146 al 1174. Condottiero turco che rispettava i cristiani del suo territorio, ma combatteva i crociati, come stranieri in territorio musulmano giunti in Outremer per depredare e profanare i suoi luoghi Santi.

Gli abitanti di Hamā, sono per la stragrande maggioranza sunniti, tra i più conservatori di tutta la Siria.
Oggi non è un giorno qualsiasi ad Hama. Oggi la città è al centro di una rivolta organizzata dai Fratelli Musulmani contro il regime autoritario di Hafiz al-Asad.

(La scusa fu la proposta del regime di emendare la Costituzione, cancellando l'articolo che esigeva per la carica presidenziale l'appartenenza alla fede islamica. Fondamentalisti e attivisti di altre opposizioni al regime proclamarono Hamā "città liberata" esortando la Siria a insorgere contro l'"infedele").
Agli occhi di al-Asad, questa è una guerra totale. Ha mandato sul posto il fratello minore lo spietato Rifa'at al-Asad. L'esercito fa uso dell'artiglieria per ridurre Hamā alla sottomissione. Ha così inizio quello che passerà alla storia come “il massacro di Hama”.

27 febbraio 1982 

Dopo una battaglia durata giorni, la città è tornata ad essere saldamente sotto controllo governativo. Torture ed esecuzioni di massa di sospetti simpatizzanti dei ribelli sono all’ordine del giorno. Qualcuno parla di 10.000, chi 20.000 le persone uccise. (Thomas Friedman riferirà di 38.000).



Gran parte della città vecchia completamente distrutta, inclusi i palazzi, le moschee, i più preziosi siti archeologici e il famoso Palazzo ʿAẓem.

Grazie alla poderosa censura messa in moto dal regime, la notizia di quello che era accaduto trapelò solo successivamente. Con grave ritardo, l’opinione pubblica internazionale scoprì quello che era avvenuto. In Siria di quel massacro non si poté parlare mai. Fu censurato dai libri di storia, il divieto di scriverne assoluto, pena il carcere a vita. Il governo liquidò l’eccidio che aveva compiuto come una battaglia contro terroristi. Tutte le vittime, indipendentemente da chi fossero, vennero considerate fondamentalisti.
Dopo l'insurrezione di Hamā, il movimento fondamentalista fu spezzato e la Fratellanza dopo quel momento fu costretta ad operare in esilio. La repressione governativa in Siria si accrebbe considerevolmente, avendo al-Asad vanificato a Hamā ogni gesto di buona volontà precedentemente espresso nei confronti della maggioranza sunnita.

Ma la nostra storia non finisce qui.
Mohammad Al Sahri, ha 24 anni. Fa parte dei Fratelli Musulmani ed è ricercato dal regime. Per questo è costretto a fuggire da Hama. Va prima in Giordania e poi in Irak, La famiglia di sua moglie, anch'essa ricercata dal regime di Damasco, si è già stabilita in Europa, tra la Danimarca e l'Inghilterra.

22 Novembre 2002
Mohammad, ora ingegnere, è sposato con Maysun Lababidi. Dopo circa vent'anni di esilio, decide di partire per l'Europa, per dare un futuro ai suoi figli (2, 6, 9 e 11 anni). Precisamente a Londra dove risiede il fratello. Non può tornare ad Hama, l'appartenenza ai Fratelli Musulmani, sulla base della Legge 49 del 1980, e' punibile con la pena di morte.

23 novembre 2002
Arriva all'aeroporto Malpensa di Milano insieme ai suoi cari, proveniente da Baghdad via Amman (Giordania). Ma accade qualcosa che non aveva previsto. La polizia di frontiera decide di trattenerli. C’è la legge Bossi Fini, una legge che con i suoi stupidi automatismi favorisce di fatto i clandestini, impedendo invece alle persone per bene (che hanno mille ragioni per farlo), di chiedere asilo politico.

28 Novembre 2002 
Sono passati cinque giorni e la famiglia di Mohammad Al Sahri è ancora trattenuta dalla polizia di frontiera. Trattenuta in una stanza fredda (siamo a novembre) senza coperte e con i bambini che stanno soffrendo le pene dell’inferno. Viene persino impedito loro di vedere Murhaf, il fratello di Maysun, che nel frattempo era volato da Londra in loro soccorso. Murhaf era riuscito il giorno dello sbarco a sentirla telefonicamente e non soltanto si era assicurato che la sorella avesse richiesto l'asilo politico per lei e i suoi cari, ma le aveva anche tradotto dall'arabo il termine "refugee".

«Devi dire alla polizia di frontiera: "We are refugee"». Cinque giorni di detenzione in isolamento. Vissuto libero nel paese del feroce Saddam, Mohammad non trova altrettanta tolleranza nella "democratica" Italia. Le porte si aprono “dove ci portate?”. In un posto sicuro stia tranquillo. Una veloce corsa all’aeroporto, un posto sull’aereo e la macabra constatazione. Le lacrime non servono. L’aereo è diretto a Damasco. L'inganno è stato di dire loro che sarebbero andati in Sicilia. Le vittime si sono rese conto del trucco quando sono state legate loro le mani (a tutti, adulti e bambini). L’unica cosa certa: Mohammad Al Sahri sta per essere consegnato al boia. Ad attenderlo la sicurezza siriana.

Viene portato via, lui e la sua famiglia. Il resto si conosce attraverso AMNESTY INTERNATIONAL che ha seguito il suo caso. Siamo nel 2003 e sua moglie, presto liberata insieme ai bambini, vive ad Hama dove due volte a settimana, racconta Murhaf, riceve la visita dei Mukabarat, i servizi segreti che la intimidiscono e le bombardano di domande sui contatti del marito e sul resto della famiglia.

In Italia c’è un’interrogazione parlamentare: >>>>>

Il Ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, si difende: «Queste persone non hanno mai avanzato domanda di asilo, sono stati trattenuti in luoghi ospitali, trattati con umanità e rimpatriati in Siria nel pieno rispetto della legge Bossi-Fini». Difficile credere che in cinque giorni di detenzione non abbiano mai espresso tale richiesta. E in ogni caso, spiegano i legali della famiglia Lababidi (che  hanno denunciato il governo italiano alla Corte europea di Strasburgo per numerose violazioni del diritto internazionale), la Convenzione di Strasburgo vieta «il rimpatrio forzato verso un paese in cui vige la pena di morte».

E a rispondere a Pisanu sull'ospitalità della polizia di frontiera ci pensa Maysun che dai suoi "arresti domiciliari" in cui si trova, scrive al fratello.
«Abbiamo ricevuto il peggior trattamento. C'era una donna, la stessa che ci ha scortato in Siria.
Avevamo chiesto rifugio, una vita normale...invece ci hanno rinchiuso in una stanza con le telecamere, dove ci hanno perquisito e fatto le foto segnaletiche. Abbiamo chiesto varie volte un interprete, un avvocato. Poi ci hanno condotto in un posto vicino all'aeroporto, un posto freddo, gelido, senza riscaldamento, niente coperte. Così fino a giovedì 28 novembre alle 21 quando quella donna è venuta con tre agenti di polizia e ci ha detto "hanno accettato la vostra richiesta”. Raccogliete i vostri effetti personali". Dove andiamo? "Sarete trasferiti in un posto migliore" mi ha risposto la donna. Solo in aereo abbiamo capito dove eravamo diretti».

Com’è andata a finire la vicenda? Il giorno 8 luglio 2003 arriva in Italia la notizia che Mohammad Said Al-Sahri, l'ingegnere siriano espulso dall'Italia insieme alla moglie e ai quattro figli nel novembre scorso è stato ucciso. La notizia viene subito smentita dall’ambasciatrice siriana a Roma che afferma che non è vero, che Al Sahri è detenuto (detenuto sich!!!) ma «in condizioni normali». Sempre che si possa credere al governo siriano e sperando che per “normali” si intenda normali.

La bella notizia è che dopo undici mesi di detenzione (e secondo i dati di Amnesty Intermational, anche di torture e maltrattamenti) Mohammad Said Al-Sahri ha potuto riacquistare la libertà. Libertà per modo di dire visto che ha l'obbligo di firma e sicuramente gli è impedito allontanarsi dalla Siria.

Al suo rilascio ha contribuito  anche il Governo italiano, in realtà una sorta di riparazione ad un danno che noi stessi abbiamo prodotto alla famiglia Al-Sahri.

Il rimpatrio forzato in Siria della famiglia al-Sakhri, senza un esame della richiesta di protezione nell'ambito di una procedura d'asilo equa, completa e soddisfacente, ha rappresentato una chiara violazione dei principio di non respingimento, vincolante per tutti gli Stati, che proibisce il rimpatrio forzato di una persona in un paese nel quale la sua vita o la sua libertà sarebbero in pericolo. Anche secondo la legge Bossi-Fini. Ma ora fatevi una domanda: perché una famiglia proveniente dalla Giordania viene rispedita in Siria dove per il capo famiglia è prevista la pena di morte? Quando venne chiesto al Governo italiano la risposta fu : sono stati loro a rifiutare la Giordania. Fantastico. Si sono opposti alla Giordania come destinazione preferendo la morte in Siria? Suvvia.

Amnesty International non ha mai smesso di riferire, in seguito alle inchieste da essa condotte, che in Siria la tortura è praticata sistematicamente ed è concreto il pericolo di scomparsa dei detenuti politici. Soprattutto gli appartenenti ai Fratelli Mussulmani. Il governo, quindi, non poteva non sapere. Non poteva non immaginare la fine che avrebbe fatto Mohammad Al Sahri. 


Queste alcune normative in materia di rifugiati di allora, tutte disattese. 
* L’articolo 10 della Costituzione, che riconosce espressamente il diritto di asilo.
* L’articolo 1 della legge n. 39 del 1990 (la cosiddetta legge Martelli) e il suo regolamento di attuazione (il decreto del Presidente della Repubblica n. 136 del 1990), che contengono norme sulla procedura di esame delle domande, sul trattamento dei richiedenti in pendenza della decisione ed istituiscono la Commissione nazionale per il riconoscimento dello 
status di rifugiato.
* La Convenzione di Ginevra del 1951 (che è parte integrante del nostro diritto interno), che definisce i diritti di cui gode il rifugiato.
* L’articolo 19 del decreto legislativo n. 286 del 1998, che stabilisce il divieto di espulsione e respingimento in applicazione del principio di non refoulement.
* Il regolamento del Consiglio 343/2003 del 1° febbraio 2003 (che sostituisce la Convenzione europea di Dublino del 1990), che determina lo Stato membro responsabile dell’esame della domanda di asilo.
* La direttiva del Consiglio 2003/9/CE del 27 gennaio 2003, sulle norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
* Gli articoli 31 e 32 della legge n. 189 del 2002 (il cui regolamento di attuazione è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno 2002), che hanno modificato le procedure di esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, attribuendo le relative competenze decisionali a organi di nuova istituzione, le cosiddette commissioni territoriali.

Questa volta la vicenda si è fortunatamente conclusa positivamente. Ma quante sofferenze ha dovuto patire la famiglia al-Sakhri? E quanti altri Mohammad Al Sahri stanno entrando in Italia?

Johannes Bückler
P.S. Dal 2010 Rifa'at al-Asad, l’autore del massacro di Hama, vive tranquillo nel quartiere londinese di Mayfair.