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venerdì 6 novembre 2015

Non cancelliamo la vergogna.


L’Isrec Bg, l’istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, ha chiesto agli amministratori della città di Bergamo di adoperarsi per revocare la cittadinanza onoraria data a Mussolini il 24 maggio del 1924.
Nel diritto romano esisteva qualcosa del genere, forse la più pesante condanna che si potesse attribuire: la “damnatio memoriae” (condanna della memoria). Istituita nella Roma Antica consisteva, al fine di preservare l'onore della città, nella cancellazione della memoria di una persona attraverso la distruzione di qualsiasi traccia potesse essere tramandata.
Una decisione, che per quanto riguarda Mussolini e il suo rapporto con Bergamo, lascia adito a più di una perplessità. E a una domanda: perché solo oggi? Perché non ci pensò ad esempio Antonio Cavalli, primo sindaco nominato d’intesa con il CLN dopo la Liberazione? Eppure ne aveva ben donde. Catturato dai tedeschi e internato dopo l’8 settembre 1943, una volta liberato era entrato nella Resistenza assumendo il comando militare di quella bergamasca.
Non ci pensò neppure Ferruccio Galmozzi, sindaco di Bergamo dal 1946 al 1956. Nell’incipit del suo primo discorso ricordò commosso “quel pomeriggio dell’aprile 1923 (ultimo Consiglio comunale eletto liberamente) quando Giunta e Consiglieri (lui era tra questi) rassegnarono le dimissioni per l’impossibilità di assolvere il loro mandato con dignità e con la necessaria libertà d’azione”. Tutte personalità, quindi, che avevano combattuto il fascismo.
Eppure nessuno di loro pensò mai alla revoca.
Nemmeno i membri del Comitato Nazionale di Liberazione, presenti nel primo parlamento repubblicano, pensarono mai di revocare con una norma nazionale tutte le cittadinanze onorarie attribuite a Mussolini durante il Ventennio. Eppure il Paese ne era zeppo. Da Varese a Bologna, da Firenze a Ravenna, da Cinisello a Balsamo (quando ancora erano divisi). Semplice dimenticanza? Non credo. Credo anzi che la scelta sia stata ponderata: se veramente la storia è memoria, quelle pagine non dovevano essere cancellate.
Anzi, dovevano rimanere ad imperitura memoria della vergogna che esse avevano rappresentato. Ed è giusto così. Se l’Isrec, che dice di essere soprattutto luogo aperto ai giovani, si propone come finalità prioritaria “di raccogliere, conservare e valorizzare la documentazione sull’antifascismo” è bene che lasci le cose come stanno.
E magari, per una riappacificazione che sembra non arrivare mai, ricordare anche le malefatte perpetrate dai partigiani.
La damnatio memoriae ha il gravissimo difetto di condannare all’oblio vite e azioni che invece è bene non dimenticare.
In fondo la storia ha già giudicato Mussolini e il fascismo. Arrivati a questo punto, non è il caso di passare oltre?

Johannes Bückler

06 Novembre  2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

giovedì 29 ottobre 2015

Città Eterna, corrotta e incorruttibile simbolo dell'Italia nel bene e nel male.


Quando ho letto le dichiarazioni di Cantone “Milano torna a essere capitale morale, Roma non ha gli anticorpi” e le successive discussioni, mi sono ricordato di un vecchio articolo del grande Francesco Rosso e soprattutto di un vecchio slogan di Arrigo Benedetti : «Capitale corrotta, paese infetto».

Questo l’articolo apparso su La Stampa il 3 maggio 1981.

Città Eterna, corrotta e incorruttibile simbolo dell'Italia nel bene e nel male.
C'è una canzone su Roma, i cui versi essenziali dicono: "Roma capoccia-der monno infame". La capitale nostra, quindi, dovrebbe essere l'emblema dell'infamia universale, a giudizio del cantautore di cui non ricordo il nome. Poi la situazione si ribalta bellamente, all'italiana; il monno infame, di cui alla canzone, non è l'universo, e nemmeno il limitato mondo romanesco, ma l'Italia, evidentemente.
A meno che vogliamo rivendicare i diritti sull'impero di quell'altra Roma, per cui ci spetterebbero i danni di guerra da mezzomondo, Libia compresa, che invece li pretende da noi. No, il monno infame si riferisce proprio all'Italia, esclusivamente, il paese di cui Roma è la capitale autentica, nel senso che ci rappresenta compiutamente.
Quante volte ci accade di pronunciare vituperi contro Roma considerandola generatrice di ogni nostro malanno, di grida contro Garibaldi e Vittorio Emanuele II perché hanno voluto togliere al Papato la sua sede naturale e farne la capitale d'Italia. Ovunque sarebbe stato meglio, a Torino che fu la sede primigenia dell'Italia unita; Firenze, che fu la seconda; Milano che continua ad essere (ma lo è ancora?) la capitale morale; ma non Roma, città corruttrice di ogni valore, sentina di bassezze, tradimenti, eccetera.
Anni addietro, per indicare il malcostume politico nostrano, un giornalista-scrittore di buona fama, Arrigo Benedetti, lanciò uno slogan che ebbe fortuna: «Capitale corrotta, paese infetto». Era una diagnosi quasi esatta, ma soltanto quasi, nel senso che doveva essere rovesciata. Sarebbe stato più esatto scrivere: «Paese infetto, capitale corrotta». Perché è facile addossare a Roma tutte le infamità ma solo se facciamo astrazione da un fatto incontestabile; la Roma che conta, che ci governa e guida, non è fatta di romani de Roma, ma da italiani de Italia, ognuno con le sue qualità e difetti (purtroppo più numerosi i secondi). La Roma di cui sempre si parla è espressa da un parlamento, da un governo, da capigabinetto, funzionari, capoccioni della finanza palese e occulta, da portaborse, mestatori, traffichini facilmente identificabili dalla pronuncia; è un'Italia che va «dall'Alpi al Lilibeo» concentrata nello spazio non più esiguo della Caput Mundi, insediata fra i ruderi dei Fori Imperiali l'Ara Pacis, il Colosseo, la Colonna Traiano, la piramide di Caio Cestio, gli Acquedotti e le Tombe dell'Appio Antica.
A grattare anche poco, vien fuori una Roma che di romano ha conservato soltanto i ruderi imperiali ed una certa parlata rabbiosa di Trastevere; il resto ha cadenze meneghine, venete, sicule, calabre, apule, campane, etnische, gianduiotte, con il resto che è facile identificare. Roma, quella che conta e comanda, è fatta da italiani che noi, votando, mandiamo a rappresentarci nella capitale, e costoro, grazie al nostro mandato, scelgono i loro collaboratori, che a loro volta scelgono gli amici, poi gli amici degli amici; e avanti di questo passo.
Roma, quindi, riflette noi come uno specchio, ed il monno infame di cui è capoccia, è composto da noi tutti, cittadini del Bel Paese. Mi pare una distinzione che doveva essere fatta, non per rivalutare e difendere Roma, che non ha bisogno, ma per stabilire alcuni principi da cui si può partire per esprimere un giudizio sulla nostra capitale. Roma è quello che è, una città singolare che già non piaceva molto a Cola di Rienzo prima, al Belli più tardi, i quali però erano poi tenerissimi verso la loro città quando si esprimevano in privato.

Di Roma si può sparlare, anche vituperarla, ma non si può non amarla. E' un emblema che, talvolta, vorremmo calpestare, distruggere; ma subito ci rendiamo conto quale guaio sarebbe se non ci fosse. E dobbiamo ringraziare di averla come capitale proprio per ciò che è stata in passato. Quante grandi città antiche sono sopravvissute alla loro fama, alla loro potenza? Prendiamo Atene. C'è il Partenone, e basta. Qualche statua nei musei, il ricordo delle Olimpiadi, ora rivendicate ai fenici da uno storico libanese, un paio di teatri famosi sparsi qua e là in tutta la Grecia, e non andiamo oltre. Tebe dalle cento porte in Egitto è ridotta a pochi avanzi Non parliamo di Babilonia e Ninive, note soltanto agli archeologi ed a turisti specializzati.
Roma, invece, è lì da sempre, corrotta ed incorruttibile, e proprio per questo unica, irripetibile, insostituibile. Un'Italia senza Roma capitale non è pensabile, e se Garibaldi fece tanto per conquistarla ed i garibaldini si fecero massacrare per farne una repubblica sfidando i chassepots di Napoleone il Piccolo, un motivo l'avevano, e dobbiamo essergli grati che abbiano scatenato le ire degli imperi di Francia ed Austria per contenderla al papa. La breccia di Porta Pia è già un po' mitologica, ma nella nostra storia vale quanto le Termopili greche contro i persiani E' un simbolo che, al di fuori della rettorica scolastica, non conoscerà tramonti A parte le considerazioni di valore nazional-patriottico, ci sono quelle sentimen tal-religiose.
A Roma c'è il Papa, che abita nella Città del Vaticano, il più piccolo Stato del mondo che però fa sentire la sua voce in ogni angolo della terra. Non ha potere temporale, non ha eserciti, tranne alcune guardie svizzere abbigliate alla rinascimentale da Michelangelo, si dice, ma quando parla dalla sua finestra il papa si rivolge davvero urbi et orbi, a Roma ed al mondo, ed è ascoltato come nessun altro monarca di questa terra.
Vola in Messico, nelle Filippine, in Giappone, in Africa, all'Onu, ed ovunque è accolto da folle immense. E' soltanto isterismo collettivo, entusiasmo contagioso? Bisogna andar cauti nel giudicare questo fenomeno, dargli una patente.
Roma, dunque, è una città composita, fatta di bellezze entusiasmanti e di desolanti bassezze, che però non sono un suo privilegio. Privilegi suoi sono Piazza di Spagna, la Scalinata di Trinità dei Monti, San Pietro ed il colonnato del Bernini, la Basilica di Massenzio, il Colosseo, la Passeggiata Archeologica, l'Arco di Costantino, il Tempio di Vesta e tanti altri grandiosi monumenti che soltanto una guida turistico-archeologica può elencare.
Roma è com'è, splendidamente becera e civilissima, con le tavolate di commensali sbracati nelle osterie di Trastevere, le folle sudanti e urlanti sul Lido di Ostia; e delle raffinate boutiques di via Condotti del Caffè Greco, di Piazza del Popolo e di via Veneto.
Roma non è soltanto il nome di una città, è l'espressione di un mondo che ci appartiene, del quale non possiamo fare a meno, anche se spesso vengono alla lingua insulti folgoranti.
Che poi a guardar bene, sono diretti a liguri, lombardi marchigiani romagnoli come già detto avanti i quali più che Roma, rappresentano l'Italia.

Francesco Rosso su La Stampa – 03 maggio 1981 

Scomparso a Torino nel 1991 a 81 anni, Francesco Rosso, giornalista nato a Pertengo, esordì sulle pagine dell' Opinione e poi su quelle della Gazzetta del Popolo, per passare poi, nel 1954, a La Stampa, dove rimase fino alla pensione. ‘Cecco’ Rosso, come lo hanno chiamato affettuosamente generazioni di giornalisti firmò come inviato speciale servizi ed interviste memorabili, tra le quali quelle al Negus, a Ben Gurion e a Che Guevara.
Nel 1975, su sollecitazione di Giovanni Arpino che dirigeva la rivista Il Racconto, costruì una sorta di reportage in cui rievocava i suoi viaggi a Zanzibar quando nel 1960 era ancora colonia britannica. Pubblicò le sue note di viaggio al Gargano di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento. Francesco Rosso aveva lasciato la professione attiva nel 1976, pur continuando, per anni, a collaborare con varie testate. Riposa accanto alla moglie nel Cimitero di Pertengo.

Johannes Bückler


mercoledì 7 ottobre 2015

Le dimissioni, queste sconosciute.


"Tutto il mondo è paese" in fatto di legalità e lo scandalo Volkswagen dimostra che c’è ancora molto da fare.
Non dobbiamo però gioire delle disgrazie altrui perché c’è una cosa sulla quale, rispetto a loro, siamo sempre in leggera controtendenza. E’ la pratica di un istituto sconosciuto in Italia: quello delle dimissioni.
Sconosciuto, a quanto pare, anche al sindaco (preside e prof) di Treviglio, “costretto” a confessare di non aver mai conseguito la laurea; di fatto beccato a insegnare senza averne i requisiti.
La vicenda mi ha ricordato tale Karl-Theodor zu Guttenberg, eletto nel 2002 al Bundestag col 60% dei voti. Una carriera lampo la sua:segretario della CSU, Ministro federale dell’Economia e della Tecnologia e infine Ministro della Difesa a soli 39 anni.
Direte voi: cosa c’entra con il sindaco (e preside) Pezzoni? C’entra, dico io. Un’inchiesta giornalistica dimostrò, infatti, che Guttenberg aveva conseguito un dottorato copiando una parte della tesi, senza citare le fonti. Una cosa ritenuta talmente grave da portarlo alle dimissioni immediate (dopo avere chiesto scusa a tutto il Paese).
Una pratica (quella di copiare le tesi), abbastanza diffusa, se è vero che due anni dopo anche il ministro dell’Istruzione e della Ricerca scientifica, Annette Schavan, fu costretta alle dimissioni per lo stesso motivo.
Qual è stata invece la reazione del sindaco di Treviglio (che manco l’ha scritta una tesi)? “Considero il mio errore un fatto privato” ha prima spiegato. E ha proseguito: “Mai pensato alle dimissioni”. Surreali le motivazioni. “Non posso abbandonare la nave mentre è in corso una tempesta”. “E’ giusto portare a termine scelte che non c’entrano niente con la mia posizione personale”.
Mi chiedo: è mai possibile che questo Paese non riesca ad avere una benché minima cultura della trasparenza, del rispetto e dell'etica del lavoro?
Una cultura della legalità che ci faccia smettere di considerare “furbetti” quelli che non pagano le tasse e che ci insegni a non dare solidarietà a un amministratore pubblico che con l’inganno ha occupato per anni posti che spettavano ad altri.
Che cosa deve accadere per avere un minimo di riprovazione sociale verso questo tipo di comportamenti?
Nel 2008, in Inghilterra, Rhiannon Mackay fu condannata a sei mesi di carcere per essere stata assunta grazie a un curriculum poi rilevatosi falso. Da noi? Il curriculum del sindaco continua a fare bella mostra sul sito del comune di Treviglio con tanto di laurea ed esperienze professionali. Comunque mai dire mai.
Qualcuno, messo di fronte alle proprie responsabilità, potrebbe ancora dimettersi. Sarebbe un gesto importante.
Un gesto che ci farebbe dire, finalmente, di avere invertito quella maledetta controtendenza.

Johannes Bückler

07 Ottobre 2015 - Corriere della Sera - Bergamo -

lunedì 21 settembre 2015

Rosario Livatino e un eroe normale


Anno 1990
Lui si chiama Pietro Ivano Nava. Nato nel milanese vive ora a Monte Marenzo, Mùt Marens come dicono da queste parti.
Ha 40 anni e lavora come agente di commercio, rappresentante esclusivo per il Mezzogiorno delle porte blindate  ' Dierre' di Villanova d' Asti.

21 settembre 1990 
E’ venerdì, e fa caldo. Pietro si trova in Sicilia per lavoro, destinazione Agrigento. Assorto alla guida della sua Lancia Thema, sulla statale 640, si accorge solo all’ultimo della Ford Fiesta rosso amaranto ai lati della strada. La portiera è aperta sulla destra.

Accanto c’è un ragazzotto col volto coperto da un casco. Più avanti un altro uomo sta scavalcando il guard-rail. Ha il volto scoperto, e impugna una pistola. Sta inseguendo qualcuno che cerca di mettersi in salvo nel vallone bruciato dal sole. Inseguito lungo la scarpata, l’uomo che scappa inciampa.


Vede l’uomo con la pistola e il volto scoperto braccarlo come un animale. L'uomo spara, lo colpisce. Si avvicina e l’uomo a terra urla “Cosa vi ho fatto?” L’uomo dal volto scoperto si avvicina: “Prendi pezzo di merda” e gli scarica addosso altri quattro colpi di pistola. Per finirlo. Pietro è poco distante e vede bene l’assassino in faccia. A terra, ma lo scoprirà più tardi, rimane un giovane magistrato: si chiama Rosario Livatino.

Pietro accelera spaventato e raggiunge Agrigento. Cerca un telefono. Non ha esitazioni, sa benissimo cosa può essere successo, i metodi sono quelli mafiosi. Ma non indugia un attimo. Afferra il telefono e chiama la polizia: ”Ho visto l' assassino. Se lo trovate, saprei riconoscerlo"

Nel 1990 non esiste ancora in Italia alcun programma di protezione per i testimoni a rischio. Solo la Legge 41/2001 introdurrà la figura del "testimone di giustizia" nella giurisdizione italiana. 

20 ottobre 1990
Pietro è stato licenziato. “Non vogliamo guai” gli hanno detto in ditta.

8 aprile 1992 – Inizia il processo
Si è presentato in aula camuffato con barba e baffi finti e protetto da un paio di occhiali scuri per evitare ritorsioni. Ma nella deposizione non ha avuto esitazioni. Pietro Ivano Nava, il supertestimone dell'agguato che costò la vita al giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990 sulla statale Caltanissetta-Agrigento, ha indicato ai giudici della corte d'Assise di Caltanissetta Domenico Pace e Paolo Amico come gli esecutori del feroce omicidio.
Per motivi di sicurezza (il testimone dal giorno del delitto vive in Germania protetto dalla polizia), la deposizione è avvenuta nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Grazie al riconoscimento degli imputati, ieri assenti, fatta dal testimone, gli inquirenti sono riusciti ad identificare in Pace il presunto uomo che, pistola in pugno, inseguì in un fossato il giudice Livatino mentre questi tentava di sfuggire al sicario, e in Amico il complice con il casco integrale fermo in strada.
(Entrambi saranno catturati in Germania).
La testimonianza di Nava è stata lineare e ricca di dettagli; il teste, un uomo di grossa corporatura, ha cercato di rendersi irriconoscibile, rifiutando anche di essere ripreso dalle telecamere, non ha tradito alcuna emozione od incertezza, nonostante i tentativi del difensore di Pace, avvocato Salvatore Rossello, di farlo apparire inattendibile.

Numerose, infatti, sono state le contestazioni mosse al testimone dal penalista ed hanno riguardato, in particolare, le modalità che portarono alla ricognizione degli imputati e la descrizione dell'uomo che sostiene aver visto scavalcare il guardrail della strada per rincorrere il magistrato.
Nava, rappresentante di commercio originario del Nord Italia e in Sicilia il 21 settembre per questioni legate alla sua attività professionale, ha raccontato che quel giorno giunse con la sua auto a pochi metri dal luogo in cui stava avvenendo l'omicidio. «Vidi un uomo scavalcare il guard-rail impugnando una pistola - ha detto -, aveva i capelli castani, senza baffi, con zigomi marcati e la carnagione chiara. Lo vidi di profilo poiché era in posizione perpendicolare rispetto alla strada. Indossava una camicia a scacchi e un paio di pantaloni di colore beige.
Un'altra persona con un casco era invece ferma sulla strada». Rispondendo anche alle domande del pubblico ministero Ottavio Sferlazza, Nava ha quindi fornito ulteriori elementi riguardo la posizione ed i movimenti delle due persone che presero parte all'agguato.
(La Stampa 8 aprile 1992)

Giugno 1994
Pietro Ivano Nava è oggi un fantasma. E' stato cancellato dai registri dell'anagrafe, dall'elenco telefonico, dal ricordo dei suoi familiari.

Ha vissuto in un anonimo condominio della periferia romana, si è rifugiato su un'isola del golfo di Napoli e ancora in un paesino dell' Irpinia. E' emigrato in Olanda. Per sfuggire alla vendetta della mafia, vive ora in un'altro Paese europeo. Dice: "La mia vita è stata stravolta, sì. Avevo degli amici che mi erano cari come fratelli. Non li vedo più, non ci si telefona nemmeno. Ho una famiglia. Posso vederla soltanto di tanto in tanto. Sempre all' improvviso, sempre in fretta. Ho una compagna e bambini. Trascorriamo del tempo insieme. Quando è possibile, se le condizioni di sicurezza lo permettono. Avevo un lavoro. Ero il rappresentante esclusivo per il Mezzogiorno delle porte blindate della ' Dierre' di Villanova d' Asti. Mi hanno licenziato che non era passato neanche un mese dal quel 21 settembre ancora prima di sapere che inferno sarebbe diventata la mia vita. Semplicemente non volevano guai". La lentezza dello Stato "Avevo una società in nome collettivo in Campania, la ' Delli Cicchi-Nava' . E' stata sciolta due mesi dopo. Ero socio di un'altra società.

Anche questa finita. Guadagnavo molto bene. Avevo davanti un futuro senza nubi. Ora vivo di quel che mi passa lo Stato. Non può essere questo il mio futuro. Allo Stato non chiedo nulla, chiedo che non abbandoni la mia famiglia. La mia famiglia, in questa storia, non deve entrarci. Non deve correre nessun pericolo. Mai. Né oggi né domani. Finora non ho nulla da recriminare. Chi mi sta accanto ha fatto il suo dovere.

A volte con efficienza, a volte con un'esasperante lentezza burocratica. Io non sono un 'pentito' della mafia o della camorra. A volte ho la sensazione che, per la macchina dello Stato, non ci sia poi tanta differenza tra un ' pentito' e un testimone con un'immacolata fedina penale". E il futuro? Pietro Ivano Nava tace per un un attimo. Poi, dice: "Io ho perso le piccole cose, gli affetti, le consuetudini, i luoghi cari che fanno, di un uomo, un uomo. Ora voglio essere soltanto dimenticato. Chiedo di poter ricostruire la mia normalità, la mia anonima vita normale lontano da scorte e bunker. E non voglio passare da un tribunale ad un altro per ripetere la stessa dichiarazione già letta, sottoscritta, registrata, filmata. Un cruccio? Sì, non potrò più tornare in Sicilia. Mi piacevano i siciliani. Gente geniale, operosa, allegra, viva. Vivono in un contesto terribile. Hanno solo bisogno di un po' di fiducia...".
(La Repubblica)

Alla sua vicenda è dedicato il film “Testimone a rischio” del 1996, con Fabrizio Bentivoglio, vincitore per l'interpretazione di un David di Donatello, e prima ancora il libro “L'avventura di un uomo tranquillo”, dove si mostra come la vita di un onesto cittadino si trasformi in seguito alla testimonianza.

"Non mi sento un eroe, non mi sento una mosca bianca. Non sono né l'uno né l'altro. Sono un cittadino che crede nello Stato né più né meno come ci credeva Rosario Livatino. E lo Stato non è un'entità astratta. Lo Stato siamo noi. Siamo noi che facciamo lo Stato. Giorno per giorno. Con i nostri comportamenti, la nostra responsabilità, le nostre scelte. Con la nostra dignità. Che avrei dovuto fare? Chiudere gli occhi? Tirare innanzi per la mia strada? No, non sono stato educato a questo modo. Mi sono comportato come mi hanno educato. E non rinnego nulla. Se potessi tornare indietro, lo rifarei. Alzerei ancora quel telefono...".

Nel 1990 il giudice Rosario Livatino è l'ottavo magistrato che viene ucciso dalla mafia in Sicilia a partire dagli Anni 70. Il primo a cadere sotto i colpi dei killer fu il procuratore capo Pietro Scaglione. Otto anni dopo, il 25 settembre 1979, venne ucciso il giudice Cesare Terranova. Il 6 agosto 1980, sempre a Palermo, fu assassinato il procuratore capo Gaetano Costa. Il quarto magistrato ucciso dai killer della mafia fu il sostituto procuratore di Trapani Ciaccio Montalto, assassinato a Valderice la notte tra il 24 e il 25 gennaio '83. Lo stesso anno, il 29 luglio, a Palermo veniva compiuto, con un'auto-bomba, l'assassinio del consigliere istruttore Rocco Chinnici. Ancora a Trapani veniva assassinato il 14 settembre 1988 il magistrato in pensione Alberto Giacomelli, e undici giorni dopo, cioè la notte del 25 settembre, veniva ucciso con il figlio vicino a Canicattì il giudice Antonino Saetta. Livatino aveva 36 anni ma già si era occupato delle prime avvisaglie di una tangentopoli siciliana e di vicende di mafia che avevano rivelato l'esistenza della ''stidda'', un'organizzazione in ascesa che contendeva a Cosa nostra il controllo delle nuove frontiere criminali: appalti, traffico di droga, riciclaggio.

Due dei quattro sicari, Domenico Pace e Paolo Amico, furono arrestati subito in Germania dove avevano cercato rifugio. Vennero individuati sulla base delle indicazioni di un agente di commercio, Pietro Ivano Nava, che al momento dell'agguato stava viaggiando sulla Agrigento-Canicattì. Scoperti anche gli altri responsabili e i mandanti per i quali sono stati celebrati tre distinti processi. Dalle indagini è emerso che Livatino venne ucciso perchè ''perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia''. Il progetto criminale era stato ideato da Giovanni Avarello, esponente di una cosca emergente a Canicattì contrapposta a un vecchio clan capeggiato da Giuseppe Di Caro e legato a Cosa nostra. Con l'uccisione del giudice ''ragazzino'' la ''stidda'' avrebbe voluto dare una dimostrazione di forza a Cosa nostra. Pace e Amato sono stati condannati all'ergastolo con gli altri due componenti del gruppo di fuoco, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. (Live Sicilia)

Sei sono stati gli ergastoli inflitti complessivamente a mandanti ed esecutori del delitto costato la vita al giudice Rosario Livatino. L’inchiesta che ne seguì svelò come la Germania fosse la base degli “stiddari”. Nella nazione tedesca Parla era conosciuto come un grosso imprenditore impegnato nell’export di gelati.

 «Beato il popolo che non ha bisogno di eroi» diceva Bertolt Brecht. In verità questo Paese avrebbe bisogno di più eroi. Anche solo normali. Come Pietro Nava, “morto” quella mattina del 21 settembre 1990 e che ancora oggi continua a ripetere di avere fatto solo una cosa normale.


Johannes Bückler


domenica 20 settembre 2015

Lobbisti all'attacco


17  luglio 1986
Arrivano alla spicciolata e con passo felpato escono dall'ascensore al quarto piano di Montecitorio. Sono gli uomini in grigio. Attraversano il lungo corridoio e si posizionano davanti ad una porta. Non una porta qualsiasi beninteso, ma quella della Commissione Bilancio.
E’ inevitabile. Nella legge finanziaria sta per essere ridimensionato fortemente il potere del management di Stato. Partecipazioni Statali con i loro fondi di dotazione che dovranno, una volta approvata la legge, essere sottoposti al parere preventivo del Cipe. Sono migliaia di miliardi e loro sono lì, in attesa dell’assalto. La preda? Il politico giusto. Una facile preda a dire il vero. Quelli manco sanno distinguere il richiedente onesto dal faccendiere patentato. E a dire il vero non è nemmeno la loro più grande preoccupazione.

Gli uomini in grigio sono molto allenati. Rincorrere deputati che entrano e escono dalle commissioni richiede corsa ed energia. E’ bello osservarli con le loro cartelle sotto l’enorme quadro del Folchi. Rappresenta “il sacco di Roma”. Solo una coincidenza? Chissà.

Troppo rumore. Dalla Commissione Bilancio è uscito il Presidente e ha fatto sgombrare il corridoio dai commessi. Cirino Pomicino non transige su queste cose.

Di regola il lobbista la spunta sempre. Succede raramente che un parlamentare rifiuti di ascoltarlo, più raramente che non lo assecondi. E’ incredibile come tutto sia ormai “lobbizzato”.

L’interesse generale? Dimenticato a favore sempre di interessi particolari, che a volte si contrappongono. Prendiamo ad esempio la legge sull’obbligatorietà del casco per i motociclisti. Da una parte gli uomini in grigio delle case, che producono motocicli, con i loro faldoni zeppi di dati, statistiche e grafici che dimostrano, a loro dire, come l’obbligo farà crollarle vendite. Dall’altra altri uomini in grigio con altri dati, altri grafici che dimostrano tutti i vantaggi di una maggior sicurezza.

Due fronti contrapposti e in mezzo il povero politico che spesso manco lo sa decifrare un grafico.

I dati. Un passo avanti rispetto a quando bastava una telefonata o una raccomandazione. Ora servono dati, dati e ancora dati. Quali e come rappresentarli te lo dice una società come la Burson-Marsteller. Mai più di 18 pagine. Chissà perché.

La gente pensa che un parlamentare, magari senza esperienza, possa entrare in una commissione con documentazioni complete e approfondite magari su un argomento di cui ha sentito solo parlare. Tranquilli. Ci pensa la lobby. “La lobby ti porta una documentazione mirata e completa. E se anche hai sentore che qualcosa non va, fatichi a uscire da quel dossier per procurarti i documenti che potrebbero convincerti a cambiare idea”. Chi lo ha detto? Ma sempre lui. Il caro Paolo Cirino Pomicino.

Qualcuno in Parlamento propone una riforma che può portare all'estinzione la categoria degli esattori privati? Ecco che scatta la lobby, che si incarica di chiamare il più grande esperto in pubbliche relazione per concordare con i più famosi docenti di diritto tributario il dossier da presentare ai politici giusti.

Spostare voti è la loro missione. A volte basta poco. Visentini propone i registratori di cassa? La lobby organizza gruppi per minacciare di spostare preferenze alle prossime elezioni.

La lobby militare insiste per avere dal Parlamento più tutele? Scatta la piena disponibilità per il trasferimento di figli, nipoti e amici, più vicino a casa durante la leva.

Ci sono poi gli agganci diretti.
L’associazione da cui proviene il politico per esempio. In fondo, sei finito a Roma grazie a loro e per fare i loro interessi.
La Coldiretti per esempio ha trentasette parlamentari. CAPISC' A ME.

Altro che destra  e sinistra. Le vere lobby sono trasversali. E sono quelle che contano, che decidono. Il partito dei professionisti per esempio. Pesa, eccome se pesa. Liberalizzazioni? E quando mai. Mai, appunto.

Vai in commissione Pubblica Istruzione e ti viene il mal di stomaco. E questo rappresenta i presidi, e questo i maestri, e quello gli insegnanti di educazione fisica. Il governo boccia l’aumento agli insegnanti? Non si sa come, ma si sa benissimo il perché, poi ti ritrovi il Parlamento che vota a favore dell'aumento.

Io appoggio te, ma mi raccomando, poi rendimi il favore.

E’ il mercato delle vacche. Gli interessi generali messi da parte. In fondo la tavola è grande e il cibo abbonda. Ma fino a quando?

Ricordate la legge che voleva limitare il potere al management pubblico? La legge passò, ma i numeri iniziali cambiarono, e di molto. I lobbisti erano riusciti a spostare un centinaio di voti a loro favore. Da tutti i partiti.
Come sempre.

Johannes Bückler


giovedì 17 settembre 2015

La terra non gira, o bestie!


Paneroni, chi era costui?
Giovanni Paneroni nasce a Rudiano, in provincia di Brescia, il 23 gennaio del 1871, qualche giorno prima che Roma diventi la capitale d'Italia. Il padre Battista lo indirizza agli studi e dopo le scuole elementari, che per l'epoca rappresentano già un traguardo non indifferente, entra in un collegio vescovile a Bergamo dove studia per due anni.
Si ritira presto per mancanza di vocazione, ma acquisisce le basi culturali che gli servono per dare vita alla sua filosofia rivoluzionaria e contestatrice. Inizia a lavorare in una bottega in Bergamo dove impara la lavorazione del "Tiramolla", uno dei dolci più diffusi e popolari del periodo, ed apprende la professione che lo sosterrà economicamente per tutta la vita, permettendogli di crescere una grande famiglia di ben otto figli.
Nel 1871, dopo il primo censimento, si evidenzia che la metà della popolazione Lombarda è analfabeta. Paneroni invece sa leggere e scrivere e possiede una loquacità che lo aiuta nella sua missione-vocazione: svelare al mondo con prove per lui scientifiche che la teoria di Galileo Galilei sulla terra rotonda non può essere vera. L'opera di divulgazione comincia negli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale, inizialmente è limitata ed estemporanea ma col passare del tempo comincia a farsi largo nelle scuole superiori e nelle università di tutto il nord Italia. Paneroni si ferma agli angoli delle strade e nelle piazze delle città e con semplici attrezzi prepara rapidi esperimenti per convincere e stregare la folla che gli si fa via via intorno.

19/01/1925 
Giovanni Paneroni, super astronomo da Rudiano gode a Milano una notorietà vastissima. Da anni si intestardisce nel proclamare che Galileo ha torto e che la terra non gira. E con questa teoria, non avendo mezzi per difenderla in qualche volume, espone sui muri, imbrattandoli, epiteti poco lusinghieri contro gli astronomi. Paneroni, a Milano e nei dintorni. è ormai  una vera celebrità.

05/02/1925 
Gli studenti del Politecnico hanno invitato Giovanni Paneroni, per protesta contro i professori, a tenere una conferenza nel cortile dell'Istituto. Ci è mancato poco che venisse arrestato.

I giornalisti hanno persino intitolato a suo nome un veglione.

24/02/1925 
Oggi Paneroni da Rudiano, su invito, parla al Teatro Lirico e per ascoltarlo bisogna pagare il biglietto.

Giovanni Paneroni, personaggio bizzarro ed estroverso, è famoso per i suoi studi astronomici. Conosciuto come "l'astronomo Paneroni", non è in realtà un vero astronomo, tantomeno un Tolemaico come lui si definisce o come lo hanno sempre descritto, ma bensì un patafisico puro e cosciente. La sua opera letteraria e pittorica infatti è puro spettacolo, esibizione e provocazione a livello mentale.

«Mattinata benefica, famigliare, scientifica », fu annunziato da manifesti, che aggiungevano: » Il celebre scienziato ecc. ecc. super-astronomo ecc.ecc, parlerà sugli errori delle vecchie e nuove dottrine astronomiche e sull'importanza e veridicità della sua teoria: «La terra non gira». Gli avvisi, per misura di prudenza, aggiungevano: « è prescritta la massima serietà».

Il teatro alle 15,30 è rigurgitante.
Allorchè il Paneroni compare sulla ribalta le acclamazioni salgono altissime. Lo scienziato entra in tema senza molti preamboli con: “Gente qui si fa notte innanzi sera!”.
Applausi a scena aperta.
Sapete dirmi perchè, quando andate a letto, il sole tramonta e quando vi levate il sole anch'esso si leva? Perchè gli fa comodo? Noooo, perchè da un punto all'altro, da Ostro ad Occaso, è tutta una distesa piana in cielo, come è piana la terra. Gli astronomi... datemi retta, sono bestie.
Sono bestie, perchè perseverano nell'errore di credere che la terra è rotonda, che la terra giri. E, se è tonda, come fate a starci in piedi?
E, avanti di questo tono, Paneroni svolge la sua teoria combattendo Galileo ed Arago, Newton e Boscovich, che secondo l'oratore non hanno capito niente. E prosegue.
Il sole non ha che due metri di diametro. “Due metri e mezzo”, grida qualcuno dal pubblico”. Due metri dico e non ammetto smentite. Misuratelo! Dall'uno all'altro polo corrono settemila Km in linea retta, dicono i geografi e, se dicono linea retta, vuol dire che la terra non è curva. So fosse curva, le acque del Gleno, straripando, si sarebbero riversate nell'infinito e non avrebbero invaso la terra. E' logico? E' logicissimo! Bravo Paneroni! Il teatro scoppia in applausi.
L'oratore fa cenni per imporre il silenzio e continua con aria grave a discutere sugli influssi degli astri, sulla luce, sulle acque, sugli uomini. E sulle donne? Anche sulle donne, animali imperscrutabili, per le quali perdette l'arco dell'amore...
Bene Paneroni! Evviva le belle donne!
Ormai la folla ne ha udito abbastanza. Paneroni il super-astronomo è portato in trionfo e condotto fuori del teatro sulle spalle, tra gli applausi e gli evviva, destando viva curiosità nella folla che sì addensa al passaggio dell'inverosimile corteo. Si raggiunge la Galleria dove, l'eco degli applausi risuona più forte e dove gli spiriti si accalorano maggiormente. Infine, Giovanni Paneroni è deposto sulla soglia di palazzo Marino!

Paneroni concluse la sua battaglia lunedì 2 Gennaio 1950, all'età di 79 anni nel suo paese natale, lasciando ai posteri un chiaro messaggio: “bisogna lottare per le proprie idee in barba alle istituzioni Fasciste e ai professoroni universitari". Voleva, anche lui, a suo modo sovvertire la scienza, e diceva che la terra sta ferma e il sole le gira attorno. 

Finalmente la terra potrà girare in pace, essendo morto il più ostinato assertore d'uno slogan che una ventina di anni fa divenne famoso: “La terra non gira, astronomi cretini”. Un gelatiere e fruttivendolo ambulante che un giorno piantò carretto e cestelle per girare l'Italia armato di un suo «credo» e di pezzi di carbone. Imbrattò i muri delle case di molte città e il florilegio della sua letteratura murale lo ha reso celebre. Era alto e grosso e contro gli astronomi di tutto il mondo, da Galileo in poi, condusse una lotta spietata, con le sue sensazionali teorie: per ben cinquantanni si è cimentato con studi e con saggi, disegni e cartelli nelle scienze astrali per “scardinare e sovvertire” i sistemi di Copernico e di Galileo. A Milano faceva frequenti apparizioni: teneva cattedra sulle piazze con infiammati discorsi, e strabilianti conferenze. Voleva convincere l'umanità che la terra è ferma e il sole è il suo satellite lontano dalla superficie della terra solo pochi chilometri e rotante intorno a questa. Il suo apostolato divenne cosi ardente che a Milano trovò perfino degli adepti; ma gli mancò sempre il conforto del contraddittorio. Nessuno pensava a raccogliere le sue sfide e ciò gli dava diritto di proclamarsi vittorioso. Aveva persino osato sfidare un congresso di astronomi a Genova e si era fabbricato un osservatorio con annesso museo e biblioteca delle sue stampe e dei suoi innumerevoli opuscoli. Ma tutto, come per una nemesi implacabile, fu spazzato via da un'Impetuosa piena del fiume Oglio. Poi andò a finire per un breve periodo al manicomio di Sant'Onofrio a Roma.

Da tempo si era ritirato al paese di Rudiano, presso Brescia, abitando una casa fatta costruire con i proventi della sua attività editoriale stampava, e vendeva fino all'ultima copia, tutte le sue tavole contenenti teorie ispirate a quelle tolemaiche. Invecchiato e deluso si era votato alla poesia sociale e alla politica: scrisse versi per tutti: per De Gasperi, per Togliatti, come già per Badoglio, Una delle sue recenti odi civili diceva sui motivi cari al Giusti: «Tanti politici, che stanno a fare se non pasticci, pasticci, rubare, rubare?». Un vecchio male lo ha portato via. Negli annunci funebri il suo nome non è seguito, come avrebbe voluto, dalla qualifica di « astronomo».

Le stravaganti teorie e lo spirito ribelle e indomito non furono apprezzati né dagli scienziati né tantomeno dalle autorità dell'epoca che più volte lo umiliarono, lo censurano e lo rinchiusero persino in galera.

Personaggi del calibro di Indro Montanelli rimasero invece affascinati dall'astronomo e dal motto col quale diventa celebre: "La Terra non gira, o bestie".


Ne parlò in questo modo: “Il mio Paneroni, il Restauratore e il Vindice di Tolomeo e della Genesi. Andai a parlare con il grande sindaco Bruno Boni, che non afferrò l’importanza del personaggio, e poi con il mio amico Martinazzoli che la capisce perfettamente, ma si dichiara scoraggiato dall’indifferenza dei bresciani per la memoria di questo grande concittadino. Io voglio un monumento a Paneroni e un loculo affianco al suo. Me lo concedete?”

Una rivisitazione della figura di Giovanni Paneroni fu proposta da Mino Martinazzoli, segretario della Dc, che paragonò le teorie politiche del leader della Lega, Umberto Bossi, alle teorie tolemaiche dell'astronomo bresciano.

Johannes Bückler

Bibliogr. La Stampa - La Gazzetta di Brescia - http://www.paneroni.altervista.org/public/.


sabato 5 settembre 2015

Il Federalismo insabbiato. Lo smemorato del Pirellone.


La scienza ha dimostrato che i pesci rossi possono ricordare le cose per almeno tre mesi. Stante la capacità di ripetere gli stessi errori si può affermare, senza ombra di dubbio, che la memoria degli italiani abbia più o meno la stessa durata.
Il 17 febbraio 2015 la Regione Lombardia ha indetto un referendum consultivo concernente l'attribuzione di ulteriori forme di autonomia. Bene, dare la parola al popolo è sempre buona cosa. Peccato che in questo caso sia solo un’inutile perdita di tempo (e di denaro).
Infatti, per trattare col governo una maggiore autonomia, non serve mettere in piedi un referendum, poiché la possibilità è già prevista nella nostra Costituzione. Fatte salve le competenze attribuite alle regioni a statuto speciale, “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia….possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata” (Art. 116). E qui entra in gioco la nostra memoria da pesce rosso.
27 luglio 2006. Il Consiglio regionale, sotto la guida di Roberto Formigoni, approva un ordine del giorno in cui è chiara la volontà di avviare una negoziazione con lo Stato per avere una maggiore autonomia.
15 settembre 2006. Un primo documento segna l’avvio di un procedimento, a “Costituzione invariata”, che fa riferimento agli articoli 116 (federalismo differenziato), 117 (materie di legislazione concorrente Stato-Regione) e 119 (federalismo fiscale).
7 novembre 2006. È varato un documento di ricognizione dei possibili ambiti previsti dalla Costituzione.
Che vengono stabiliti il 3 aprile 2007.
E sono: tutela dell’ambiente, beni culturali, giustizia di pace, organizzazione sanitaria, ordinamento della comunicazione, protezione civile, previdenza complementare, infrastrutture, ricerca e innovazione, università, cooperazione transfrontaliera, casse di risparmio e rurali regionali. Risoluzione approvata dai gruppi di maggioranza con il voto favorevole delle opposizioni.
In seguito. 30 ottobre 2007. “E’ stata firmata oggi a Palazzo Chigi un'intesa tra Governo e Regione Lombardia con la quale si avvia il negoziato per verificare le condizioni di trasferibilità di 12 competenze dallo Stato nazionale al governo regionale, in base all'articolo 116 della Costituzione che parla di federalismo differenziato.” “Un’intesa molto importante, un punto significativo di questo lungo processo di attuazione del federalismo" commentò allora il Ministro degli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta.
Come andò a finire? Male, malissimo. Tutto si bloccò, anche se in Regione Lombardia gli interpreti continuarono ad essere sempre gli stessi. A cambiare fu invece il governo. Quel governo, di cui facevano parte Roberto Maroni come ministro dell’Interno, Umberto Bossi ministro per le Riforme Istituzionali e Roberto Calderoli ministro per la semplificazione normativa, bloccò l’iniziativa, o meglio la ignorò e il tavolo per l'attuazione delle attribuzioni di condizioni speciali di autonomia non fu più convocato.
In conclusione. Da una parte abbiamo un referendum che non serve, che è costoso (al momento preventivati 19 milioni di euro) e dal vago sapore propagandistico.
Dall’altra, un percorso avviato anni fa e bloccato in dirittura d’arrivo proprio da chi oggi si erge a paladino dell’autonomia.
Siamo o non siamo un Paese di pesci rossi?

Johannes Bückler

P.S. Una domanda sorge spontanea: perché le regioni del nord non hanno chiesto maggiore autonomia quando al governo c'erano i loro stessi rappresentanti? Dieci anni di tempo hanno avuto.

05 Settembre 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>  Segue >>>>>




#MdT 13/06/2017 - Maroni ha pure la faccia tosta di scrivere in questo documento che il processo di richiesta maggiore autonomia del 2007 non giunse al termine del percorso. Si dimentica di dire che a bloccare tutto fu proprio il Governo del 2008. Il loro.

venerdì 28 agosto 2015

Convegno degli industriali a Bergamo


A Bergamo, per iniziativa della Camera di Commercio, si è tenuto al Teatro Donizetti un convegno delle forze produttive del Paese. Ben settecentocinquanta gli imprenditori intervenuti in rappresentanza di miliardi di capitali investiti e milioni di operai.
A prendere la parola per primo è stato il Cav. Ambiveri, della Camera di Commercio di Bergamo, che ha salutato i presenti.
Subito dopo, l’Onorevole Candiani, che nel frattempo è stato eletto presidente, ha iniziato il suo discorso puntando il dito sulla “necessità che il Governo per una volta si scuota e prenda sollecitamente tutti quei provvedimenti necessari all’industria che sono poi necessari alla ricchezza nazionale”.
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Un linguaggio acceso e severo contro un Governo incapace, secondo l’Onorevole, di fare leggi buone e giuste a favore delle imprese. Di più. Non mantiene le promesse, impedisce con i suoi vincoli il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fa perdere quei mercati che gli industriali italiani sono riusciti a conquistare, accolla sempre nuovi oneri alle industrie, mentre le riduce all'insolvenza non pagando i debiti dovuti. Di questo passo, aggiunge, porterà al collasso il Paese.

Accesi anche i toni del comm. Brambilla, Presidente della Camera di Commercio di Como che, a nome degli industriali lombardi, chiede al governo di poter lavorare senza inciampi.

Il comm. Vanzetti di Milano è lieto che al governo ci siano almeno tre persone sulle quali fare affidamento. Sono Conti, Stringher e Caviglia. L’assembla si associa al plauso. Termina il suo intervento chiedendo agli industriali di fare un accordo con le classi operaie le quali, in questo momento critico del paese, devono unirsi alle imprese per poter scuotere il Governo. Industriali ed operai sono capaci di intendersi tra di loro, come si fa tra gente che lotta e che rischia.

Il convegno prosegue inesorabile e incalzante, anche se in modo abbastanza disordinato.

“Il governo consiglia agli agricoltori di intensificare la produzione, ma come vuolsi che il consiglio sia seguito, se mancano i trasporti, fanno difetto i concimi chimici, e calmieri e divieti ancora vietano di vendere la propria merce al più alto prezzo possibile?”

"Gli impiegati ed i pensionati si lamentano dell'insufficienza degli stipendi e delle pensioni? E come risponde il governo? Inventando istituti dei consumi, grazie a cui magistrati, professori, segretari di prefettura, postelegrafici perderanno il proprio tempo ad annusar formaggi e a negoziar merluzzi, facendo perdere, per la propria incompetenza invincibile, denaro al tesoro, creando una nuova guardia del corpo ai ministri inventori del bel congegno e distogliendo forze ai servizi pubblici, che sarebbe esclusivo dovere di quegli impiegati di far procedere con zelo e con efficacia.”

“Impiegati e persone provviste di reddito fisso si spaventano di un possibile rincaro dei fitti? La sapienza governativa non trova altro miglior rimedio che sovraccaricare i proprietari di case di nuovi balzelli sperequati e impedir loro un parziale adattamento delle pigioni al diminuito valore della moneta; sicché l'industria edilizia, la quale oggi potrebbe dare lavoro a falangi di lavoratori, dopo quattro anni di arresto, non osa investire capitali e si provoca la rarefazione delle case.”

C’è chi invita il governo a dare piena libertà alle industrie lasciando perdere la creazione di monopoli che alla fine non saprebbe come amministrare.
Tutto perché a Roma ci sono burocrati che spadroneggiano, convinti che nel loro cervello ci sia solo sapienza. Invece devono capire che sono niente di fronte al più umile di loro, che rischia quotidianamente lavoro e risparmio nello loro intraprese. Questi burocrati orgogliosi sono stati a lungo sopportati. Ritorni ognuno a fare il proprio mestiere.
Calmati gli animi si passa all'ordine del giorno. Alcuni punti.
* Si richiama il governo alla necessità di riorganizzare senza ritardo il servizio dei trasporti.
* Si sollecita il Governo a inspirare la politica finanziaria dello Stato ad intenti più conformi alle necessità del momento, tenendo conto che colpire i mezzi di produzione inaridisce ed estingue la ricchezza del Paese.
* Lo Stato non sottragga rami di attività che, affidate ai singoli, possono convertirsi in cospicue finti di ricchezza perennemente feconde.
* Si chiede inoltre al Governo di evitare assolutamente la creazione di nuovi organismi burocratici dei quali, non in alcun guisa, si è sentita la necessità.

L’ordine del giorno viene messo ai voti. Approvato all'unanimità.

Addì, 30 gennaio 1919  - Bergamo

Johannes Bückler

31 gennaio 1919 - La Stampa -  >>>>>

mercoledì 19 agosto 2015

Mafie, segnali da non ignorare.

Roberto Saviano su Repubblica ha accusato la nostra terra di omertà.
Scrive: “Bergamo fa finta di niente, ma c'è una notizia importante che la riguarda da vicino”. La notizia in questione è l’arresto del bergamasco Pasquale Claudio Locatelli, re del narcotraffico, “uomo di riferimento dei sudamericani nel Vecchio Continente, proprietario di un'intera flotta di navi per il traffico internazionale di droga”.
Il sindaco Gori è subito intervenuto in difesa della nostra gente ricordando a Saviano che: “L’aver dato i natali a un bandito non è una ragione sufficiente per tacciare di omertà un intero territorio”.
Giusto, generalizzare non è mai buona cosa, ma meglio tenere gli occhi bene aperti e soprattutto non ignorare il problema. Che purtroppo esiste.
Nella “Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari” del 1994 si poteva già leggere: “La provincia di Bergamo è ritenuta, dagli esponenti della criminalità, una zona di transito piuttosto sicura, che offre ampie possibilità di mimetizzazione. In particolare, le valli sono facilmente accessibili (sono frequentate intensamente soltanto nel periodo delle vacanze) ed è, quindi, agevole affittare delle abitazioni dove trattare affari o impiantare raffinerie” Nel 1994.
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti e le cronache giudiziarie hanno dimostrato che la criminalità organizzata ha ormai basi consolidate anche qui. Per esempio l’operazione 'Nduja, che ha riguardato una locale di ndrangheta (con elementi anche bergamaschi) che controllava una vasta area compresa fra Brescia e Bergamo.
A rendere preoccupante quella vicenda non sono state solo le attività illegali, ma come hanno riferito i giudici: “Nessuna delle persone offese si è costituita parte civile o ha presenziato il dibattimento. Sono anzi apparse fortemente intimorite e qualcuno ha anche cercato di ridimensionare i fatti o ha addirittura reso dichiarazione mendace”.
Lo stesso “Rapporto sulle aree settentrionali per la Presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta del fenomeno mafioso”, a cura dell'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano, scrive che a Bergamo si rileva :“un'apprezzabile presenza della camorra, che opera, in particolare, in attività commerciali”.
Troppi fatti indicano che la nostra terra non è certo immune da questo cancro e la scoperta dell’uomo chiave della cosca dei Bellocco che aveva casa a Bergamo nella centralissima XX Settembre è lì a dimostrarlo.
Eppure, caro Saviano, Bergamo non si può definire una terra omertosa e in tema di criminalità organizzata non si può certo assimilare ad altre zone del Paese. Ma, caro sindaco, se la politica continuerà ad ignorare il malaffare che sta pian piano infiltrandosi nel tessuto sociale della nostra terra, mi chiedo ancora per quanto.

Johannes Bückler

19 Agosto 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 18 agosto 2015

Quando ad essere deportata era una principessa.


18 ottobre 1943 
Lei non avrebbe mai immaginato. Di arrivare a Buchenwald intendo. Dopo essere passata per il campo di smistamento a Bolzano era finita sulle colline dell'Ettersberg, a circa otto chilometri da Weimar, nella regione della Turingia, nella Germania orientale. Eppure è lì, davanti a quel cancello in ferro con la scritta “Jedem das Seine”, “A ciascuno il suo”. Suo chi, suo che cosa? Che diavolo vuol dire? Basta aspettare. Per capire cosa significa essere arrivati all’inferno: l’inferno del campo di concentramento di Buchenwald.

Lei, Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, principessa d’Italia, Etiopia e d’Albania. Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Mafalda, che nei primi tempi aveva persino ammirato Hitler che, per i suoi quattro figli, le aveva conferito la croce al merito (come a tutte le mamme con numerosa prole). Di quello ne andava persino orgogliosa.

Lei, che si era sposata il 23 settembre 1925 con il principe tedesco Filippo, Langravio d'Assia-Kassel, figlio del Langravio Federico Carlo d'Assia-Kassel.

Maledetto viaggio. Se non fosse partita per Sofia, a fine agosto, le cose sarebbero andate diversamente. Dopo la destituzione di Mussolini, l'affidamento del governo a Badoglio e la firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi volevano arrestare tutti i regnanti d’Italia. Per questo Vittorio Emanuele ed Elena, lo stesso Badoglio, erano fuggiti al Sud, lasciando il Paese nel caos. Lei invece era dovuta partire per Sofia, per dare una mano alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris di Bulgaria, era in fin di vita. Era morto dopo quattro giorni e lei, venuta a conoscenza di quello che sta accadendo in Italia,era ripartita per raggiungere i suoi figli. Era passata dalla Romania, poi l’arrivo a Bari e da lì a Chieti Scalo. E la corsa in Vaticano dove aveva potuto riabbracciare i suoi figli custoditi da un certo Cardinal Montini (in seguito Paolo VI).
E poi quella dannata telefonata dall’ufficio di Kappler. Il marito, che è in Germania, vuole parlare con lei. Una trappola. E l’arresto.

La baracca è la numero 15. Una baracca destinata agli “ospiti di riguardo”. E’ ai limiti del campo e dentro c’è solo una coppia, un ex deputato socialdemocratico tedesco ex ministro Brenschiel e sua moglie. Nessuno deve sapere il suo vero nome. Da oggi, le hanno detto, dovrà chiamarsi frau von Weber. La vita al campo è durissima.
E’ vero, la baracca è riservata a prigionieri particolari e il vitto è quello delle SS (leggermente migliore di quello che ricevono gli altri prigionieri), ma lei era andata a quella telefonata con un vestitino nero e quello ha indosso.
Il freddo è intenso, ma le sue richieste di vestiti e biancheria vengono sempre sempre negate. Per scherno i secondini ora la chiamano Madame Abeba.

(Il campo di concentramento di Buchenwald era inizialmente destinato agli oppositori politici del regime nazista, ai pregiudicati recidivi ed ai cosiddetti antisociali, agli ebrei, ai testimoni di Geova ed agli omosessuali. Con l’inizio della seconda guerra mondiale vi vennero introdotti sempre più stranieri). 

Malgrado i divieti, la notizia si è diffusa tra i prigionieri italiani del campo: la figlia del Re si trova a Buchenwald. Alcuni Italiani cercano di aiutarla. Si sa che mangia pochissimo e che quando può, quel poco che le arriva in più, lo offre a chi ha più bisogno di lei. E lei continua a deperire. Ormai è pelle e ossa. La principessa ha occasione di conoscere un prigioniero italiano, il sardo Leonardo Bovini, addetto allo scavo di una trincea antiaerea all'interno del recinto della baracca dove Mafalda è tenuta prigioniera. (Sarà lui a dare la notizia della presenza della Principessa di Savoia).

Alcuni detenuti vengono utilizzati come manodopera per gli stabilimenti della BMW, in particolare quello di Eisenach e Abteroda. I "beneficiari" del lavoro forzato dei denutriti "uomini a strisce blu" non si oppongono alle pratiche terroristiche delle SS.
Il campo di Buchenwald è famoso ormai. Famoso per le sue pratiche e per la sua ferocia. Chi non conosce Ilse Koch, la moglie del comandante del campo Karl Koch.
(A Ilse Koch, per la sua ferocia, fu attribuito il soprannome “la cagna di Buchenwald”).

Nel campo i medici nazisti fanno esperimenti medici di ogni genere.
(Nel blocchi 46 e 50 furono effettuati molti esperimenti. Il medico danese Carl Peter Vaernet provò persino a impiantare massicce dosi di testosterone su deportati omosessuali alla ricerca di una "cura" per renderli eterosessuali . Non si conosce il numero delle vittime di questi esperimenti.)

24 agosto 1944 
Buchenwald è stata bombardata dagli alleati anglo-americani. Anche il campo viene colpito. Gli occupanti si sono rifugiati nelle trincee che circondano le baracche. Ma non basta. Mafalda viene colpita da un’esplosione. Ha bruciature ovunque, contusioni e il braccio sinistro è maciullato. Viene trasportata nella camera di tolleranza del Campo trasformata provvisoriamente in lazzaretto. Ricoverata, ma senza cure, Mafalda peggiora. Insorge la cancrena e si decide di amputarle il braccio. Dopo quattro giorni di tormenti, per le piaghe infette, la decisione. Lo fa un medico capo delle SS Gerhard Schiedlausky (poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948) perché nessuno deve avere contatti con i prigionieri. L’operazione viene eseguita in un modo che dire inadeguato è dire poco. Ancora addormentata, Mafalda viene riportata nel letto e qui lasciata senza altre cure. Al mattino seguente Mafalda di Savoia muore dissanguata. Ha solo 42 anni.

(Qualcuno ritiene che sia stata operata volutamente in ritardo e in quel modo proprio per provocarne la morte. Probabile. Quel sistema di eliminazione veniva usato molto spesso nel campo.)

La salma della principessa non è stata bruciata come accade normalmente quando muore qualcuno nel campo, ma messa in una cassa nera di legno e deposta nel reparto d'onore riservato ai caduti in guerra nella fossa comune 262 delle Ss.

Alcuni prigionieri italiani riuscirono a ritrovare la tomba. Ora Mafalda riposa in un piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg vicino a Francoforte.

Molti si chiederanno: perché il re non ha avvertito la figlia del pericolo imminente? Non si sa. Probabilmente troppo impegnati a scappare, forse per una mancanza di coordinazione. In realtà una volta giunta al confine qualcuno l’avvisò di quello che stava accadendo in Italia, ma era sposata con un principe tedesco e forse si fidava proprio di questo. 

11 aprile 1945 
Gli americani hanno raggiunto la zona. Le SS sono fuggite, ed i prigionieri stessi liberano il campo organizzando un sistema di autogestione interna.
Quello che videro in quel campo fu qualcosa che sconvolse tutti. Come era potuto accadere? E come gli abitanti di Weimar avevano potuto accettare tutto questo? 
16 aprile 1945 
Un'ordinanza del comandante americano costringe i mille cittadini di Weimar a visitare il campo. Devono vedere tutto l'orrore. E rimangono sconvolti.

In totale furono internati in quel campo di concentramento circa 250.000 uomini provenienti da tutti i paesi europei. Il numero totale delle vittime è stimato in circa 56.000, di cui 11.000 ebrei. 
Il giornalista Edward R. Murrow raccontò cosa vide in quel campo. Lo raccontò alla radio. Concluse il suo intervento con queste parole:” .... Se vi ho sconvolto, con questa cronaca di Buchenwald, non me ne scuso.”

Dopo la concessione del territorio alla DDR, Buchenwald fu riaperto tra il 1945 ed il 1950 dal governo sovietico e amministrato come “campo speciale” per oppositori dello stalinismo ed ex-nazisti. Morirono 7.100 persone. Demolito nel 1950, furono lasciati intatti il cancello principale, il forno crematorio, l'ospedale interno, e due torri di guardia.

"Leggete, studiate la storia, il passato. Perchè chi conosce il passato non può aver paura del presente. Per quanto brutto possa essere".

Johannes Bückler


martedì 28 luglio 2015

Quanto costano evasione e sprechi. Ma si parla solo di migranti.


Qualche tempo fa il Ministero dell’Interno ci ha comunicato che ospitare nei centri chi arriva sulle nostre coste costa 980 milioni l’anno (molti di questi provengono da fondi europei).
A giugno erano 78 mila i migranti ospitati nei centri italiani, tra strutture temporanee (48 mila), sistema di accoglienza per richiedenti asilo (20 mila) e centri governativi (10 mila). Per la loro assistenza lo Stato eroga ai centri convenzionati una somma media giornaliera di circa 35 euro al giorno a migrante (le convenzioni si sono livellate su questo valore medio), in cui rientrano anche i circa 2,50 euro al giorno del pocket money. Ma a chi vanno questi soldi? Vediamo.
Tolti i due euro e cinquanta, il resto serve prima di tutto per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri (spesso giovani italiani). Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che spesso sono di proprietà dei Comuni (italiani). Poi ci sono i fornitori (italiani) di generi alimentari, farmacie, cartolerie, lavanderie e quant’altro. In pratica, tolti i due euro e cinquanta e il cibo, il resto va nelle tasche di italiani.
Certo sono ancora tanti, troppi quelli che speculano sulla pelle dei profughi. Malgrado questi farabutti, non possiamo esimerci da dare accoglienza a queste persone perché l’accoglienza fa parte di accordi internazionali e l’Italia non è esonerata dal rispettarli. In questi giorni un rapporto del centro studi Economia reale di Baldissarri ha rivelato come la mancata lotta a sprechi, corruzione ed evasione fiscale in 13 anni ci sono costati 236 miliardi di Pil. Avete visto qualcuno scendere in strada al grido di “Adesso basta”?
Avete sentito nei politici la purché minima indignazione con chi continua ad accumulare patrimoni attraverso sprechi e ruberie? Dibattiti per informare la gente di quanti italiani si sarebbero potuti aiutare con i soldi recuperati da corruzione ed evasione ne abbiamo forse avuti? Sono state organizzate manifestazioni di piazza dopo gli scandali nella sanità lombarda? Non erano soldi sottratti agli italiani i finti rimborsi alla regione Lombardia?
Diciamolo, siamo uno strano Paese. Dove i miliardi dell’evasione fiscale non sono un problema. Come la corruzione, con i suoi miliardi di costi aggiuntivi. No, questi non sono problemi. Il problema sono i 35 euro al giorno per dare una sistemazione a chi attraversa il nostro Paese in cerca di una vita dignitosa. Un accanimento contro gli uni e stupefacenti tolleranze verso chi ruba continuamente soldi alla collettività.
Dimenticando, tra l’altro, che essere nati a Bergamo piuttosto che in Eritrea, Libia o qualsivoglia villaggio africano, è stata per tutti noi solo una botta di fortuna. Nulla di più.

Johannes Bückler

28 Lugio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 14 luglio 2015

Gli eroi dimenticati.


Su Twitter la Macchina del Tempo (#MdT) ha ricordato la storia di Albert Göring, fratello buono di Hermann. @DrKrisKelvin mi ha chiesto di raccontare anche la storia di Mascherpa e Campioni. Lo ringrazio. 

Questo la breve storia di due ammiragli che prestarono servizio durante la seconda guerra nella Regia Marina Italiana: Luigi Mascherpa e Inigo Campioni.

Luigi Mascherpa era nato a Genova il 15 aprile del 1893. Nominato guardiamarina nel 1914, durante la prima guerra mondiale si era distinto come pilota di idrovolanti della Regia Marina guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Imbarcato sull’Incrociatore San Giorgio come ufficiale di rotta, nel 1926 viene promosso a capitano di corvetta. Nel 1931 capitano di fregata, poi capitano di vascello e infine gli viene assegnato il grado di contrammiraglio e il comando della piazzaforte di Leros munita di una flotta di sommergibili, di cacciatorpediniere, Mas e 24 batterie antinave e antiaerea.

Inìgo Campioni era nato a Viareggio il 14 novembre 1878. Ammiraglio di
divisione nel 1934, ammiraglio di squadra nel 1936, sottocapo di stato maggiore della Marina nel 1938, nominato senatore del Regno nel 1939; all’ingresso italiano nel secondo conflitto mondiale assume il comando delle forze navali, da lui dirette nelle battaglie di Punta Stilo e Capo Teulada (9 luglio e 27 novembre 1940). Divenuto governatore generale e comandante militare del Dodecaneso, l’8 settembre 1943 guida la resistenza ai tedeschi, in veste di comandante superiore dell’Egeo, sino alla resa dell’Isola di Rodi, avvenuta l’11 settembre, al termine di sanguinosi combattimenti tra reparti italiani e Divisione tedesca “Rhodos”, che prevale grazie all’impiego di carri armati Tigre.

Cosa hanno in comune? Furono accusati di aver aderito, dopo l'8 settembre, agli ordini di Badoglio e di aver ceduto il Dodecaneso. Essendosi rifiutati di collaborare con il governo fascista, entrambi furono arrestati e deportati in Germania e in seguito consegnati alla RSI su sollecitazione di Mussolini. Che aveva un unico scopo: processarli per alto tradimento.

In un periodo in cui i fascisti si sentono galvanizzati dalla resistenza tedesca a Cassino, i due ammiragli vengono portati nel carcere di Parma.
E qui inizia la nostra breve storia.

13 maggio 1944 
Una nuova ondata (l’ennesima) di fortezze volanti anglo-americane ha appena sganciato su Parma una cascata di ferro e fuoco: il centro è stato colpito fino a Barriera Garibaldi. Colpiti anche molti monumenti storici, come il complesso della Pilotta e il Monumento a Verdi.
Ad essere colpita è anche un’ala del carcere San Francesco dove sono rinchiusi Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. I partigiani sono riusciti ad entrare e hanno cominciato a liberare diversi detenuti politici, ma Luigi Mascherpa e Inigo Campioni si rifiutano di fuggire. Potrebbero farlo e riparare sulle montagne sottraendosi alla vendetta che sta per scatenarsi contro di loro, ma sono soldati e l’idea della fuga ripugna al loro sentimento.

22 maggio 1944 
Ha luogo il processo presso il famigerato “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”. Fino a pochi giorni prima, quando già l’istruttoria era terminata, l'ambiente sembrava non sfavorevole agli ammiragli. Essi erano anzi convinti che il tribunale li avrebbe giudicati con serenità e con equa valutazione dei fatti. Solo all'ultimo momento gli avvocati difensori s'accorgono dal contegno del Gen. Griffini, presidente del tribunale, che la sorte dei loro assistiti è segnata. E’ chiaro: un ordine è arrivato dall'alto.
Si vuole dare una lezione all'elemento militare così come il processo di Verona l'aveva data a quello politico. Il presidente Griffini, che precedentemente s’era mostrato ben disposto verso gl'imputati (tanto che per sottrarli ai disagi del carcere stava per consegnarli alla custodia del convento dei benedettini in attesa del processo), negli ultimi giorni ha cambiato decisamente condotta. Il processo ha luogo nella sede delle assise di Parma. Dei quattro ammiragli imputati, solo Mascherpa e Campioni sono presenti, mentre Pavesi e Leonardi sono contumaci.
La deposizione degli imputati è stata quella della logica, del comune buon senso. L'armistizio era stato firmato, l'ordine dei superiori legittimi era chiaro: non potevano non ubbidire.

Il presidente (come dichiarò in seguito uno degli avvocati difensori) aveva condotto gli interrogatori con trascuratezza come se si trattasse di un furterello da quattro soldi.

22 maggio 1944 ore 19.00 
Comincia la camera di consiglio. C’è solo da attendere e sperare. Attesa che finisce molto presto.

C’è la lettura della sentenza:
Inìgo Campioni: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P. perchè, quale ammiraglio di Squadra, Governatore e Comandante militare dell'Egeo, avendo appreso, il giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato delle ore 20, la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, avendo ricevuto l'ordine dal Comando supremo di non ostacolare contatti e sbarchi anglo-americani e di opporsi alle violenze da qualunque altra parte fossero pervenute, comunicò tale ordine ai comandanti dipendenti, dimostrando cosi di dargli la sua piena adesione e l'intenzione di volerlo eseguire, pure essendo esso palesemente criminoso e in contrasto alle leggi di marinaio e di uomo d'onore che gli imponevano, avendone i mezzi e la possibilità, di difendere i possedimenti affidati al suo comando e di evitare a qualunque costo che venissero distaccati dalla Madre patria, come era intendimento dei traditori del Comando supremo”.

Luigi Mascherpa: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'articolo 241 C. P., perchè, quale comandante la base navale di Lero, appreso alle ore 20 del giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, dopo essere stato ricevuto dall'ammiraglio Inigo Campioni l'ordine di immediata cessazione delle ostilità contro gli anglo-americani e di resistenza contro qualsiasi offesa da qualsiasi altra parte provenisse, supinamente lo accettava, trasmettendolo ai reparti dipendenti. Non si opponeva, il 12 stesso settembre, allo sbarco degli inglesi che occupavano l'isola, consentendo così che quel possedimento venisse distaccato dalla Madre patria, senza aver tentato una difesa qualsiasi e fatto quanto gli era imposto dall'onore di marinaio e di soldato, dimostrando In tale maniera la sua volontà piena e cosciente di essere solidale con i traditori del Comando supremo”.

Priamo Leonardi: del delitto previsto e punito dall'art. 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante la piazzaforte di Augusta, nei giorni 9. 10, 12 luglio 1943, non si opponeva all'attacco anglo-americano, come ne avrebbe dovuto.

Gino Pavesi: del delitto previsto e punito dall'articolo 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante della base navale di Pantelleria, sottoposta ad attacchi aerei nemici nei primi di giugno 1943, rappresentava, contrariamente al vero, che l'Isola, per il numero dei morti, la scarsità dei viveri e l'assoluta mancanza di acqua, non era in condizione di poter resistere, consigliando cosi la necessità di chiedere la resa, mentre la base ai suoi ordini era ancora efficiente e tale da poter opporre ben altra resistenza, quale la legge dell'onore e del dovere imponevano.

Il Tribunale speciale per la Difesa dello Stato, visto l'articolo 103 C.P.M. di guerra, in relazione all'art. 241 del C.P. dichiara: Campioni Inìgo, Mascherpa Luigi, Leonardi Priamo, Pavesi Gino responsabili dei reati loro ascritti e li condanna alla pena di morte mediante fucilazione al petto.

23 maggio 1944
La giornata di Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni è trascorsa senza nessuna novità. Le sorelle di Campioni e la moglie di Mascherpa, che avevano atteso la fine del processo in un sottoscala del tribunale piangendo, hanno già presentato le domande di grazia. Le sorelle di Campioni sono subito partite per il lago di Garda per implorare pietà a Mussolini. Persino Piero Pisenti, Ministro di Giustizia del governo repubblichino, cerca di convincere Mussolini dell’assurdità della condanna. Niente da fare. Mussolini è irremovibile. Che siano fucilati.

Ore 22.00
L'abate De Vincentis, il pio superiore del convento dei benedettini di Parma, è stato appena svegliato da una telefonata. E’ il cappellano delle carceri don Belletti che lo avverte: la domanda di grazia è stata respinta e all’ndomani, all’alba, la sentenza verrà eseguita.
Si alza e parte per le carceri di San Francesco.
Questo il suo racconto:
24 maggio 1944 ore 02.30 
I due ammiragli dormono; li hanno lasciati riposare, ma ora devono essere svegliati. Entrambi capiscono che cosa possa significare quel risveglio insolito nel cuore della notte. “Padre, ci siamo?” chiede Campioni. “Purtroppo”, risponde l'abate. “Va bene, sono pronto” replica l'ammiraglio. Si alzano e si siedono entrambi al tavolino. Vogliono scrivere lettere ai loro familiari. Mascherpa chiede di vedere la moglie che è a Parma, ma non gli viene concesso. Con le lettere essi consegnano al padre alcuni oggetti, l'orologio e la penna stilografica. Poi si confessano durante una Messa celebrata in un altare improvvisato nella cella. Prima della comunione l'abate De Vincentis pronuncia brevi parole. Piange commosso. Dopo la messa vengono recitate le preci per i moribondi. I due condannati non hanno mai parole di odio.

Questa la lettera che Campioni scrisse ai suoi familiari:
Sorelle mie sante! Sì veramente sante; ché altra parola non potrebbe meglio esprimere la bontà ed affettuosità infinita che sono racchiuse in voi; bontà ed affettuosità sorrette da una forza morale che è più che umana. Scosse, angosciate, quasi distrutte dal colpo crudele, tremendo ed inaspettato, avete trovato ancora in voi stesse l’energia e la forza fisica per correre su a Maderno nella speranza del tentativo estremo. Me lo ha detto stamani la consorte del compagno di sventura. 
Ma la pietra che ha cominciato a rotolare sulla china così ripida nulla potrà più fermarla. Nel dolore, nella sventura, assai più che nella tranquilla letizia si rivela l’essenza delle creature e voi, sorelle mie più adorate, siete sante, sante, sante. La parola grazie è troppo infima cosa per dire quello che sento in me. Vi stringo sul cuore con una tenerezza ed un’adorazione che non hanno nome, e sempre con una serenità forte e sicura, che tutti quelli che ho dintorno potranno dirvi. 
E a te, Mamma cara, che mentre scrivo non sai ancora e sempre mi attendi, a te, che nemmeno per un attimo mi esci mai dal cuore e dalla mente, chiudo gli occhi, immagino di prendere il tuo capo fra le mani mie e coprirlo di baci riboccanti di tenera devozione di immensa adorazione. 
Perdonate tutto il male che vi ho dato e che ancora vi darò e grazie, grazie, grazie dell’unica cosa buona che al mondo esista, il bene che mi avete dato e voluto. 
A te mamma, a te Vittorina ed Hilda l’ultimo bacio lunghissimo. 
Inigo 

24 maggio 1944 ore 04.30 
Bisogna partire. Nel cortile delle carceri un automezzo e alcuni carabinieri stanno aspettando. Un brigadiere fa il gesto di mettere loro le manette. Mascherpa e Campioni sorridono e lo assicurarono: tranquillo, non fuggiamo. Il brigadiere si ritrae. Non ci vuole molto ad arrivare al poligono di tiro in una località in periferia dove deve avvenire l’esecuzione.
Un ufficiale della guardia repubblichina legge la sentenza, poi chiede ai condannati se hanno qualche desiderio da esprimere. Uno dei due risponde: "Auguriamoci che l'Italia possa risorgere". Quindi viene disposto il plotone di esecuzione. Vicino ai due condannati ci sono due sedie e due bende. Nè le une nè le altre servono; i due condannati chiedono di restare a occhi scoperti, rigidi sull'attenti. L'abate De Vincentis li abbraccia e fa ripetere loro alcune giaculatorie.
Uno dei due dice rivolto ai militi della polizia ausiliaria già pronti per sparare: “Ragazzi, ricordatevi di far l'Italia più bella di prima”. Parte la raffica.
Il padre benedettino si avvicina per l'estrema unzione. Mascherpa non sembra colpito, non si vede sangue all'esterno; Campioni invece ha il viso insanguinato dalle ferite. Non c’è bisogno del colpo di grazia, la morte è ormai evidente.

26 Settembre 1945 
Nel camposanto di Parma due lapidi di marmo recano scritto con caratteri neri: “Inigo Campioni” e ”Luigi Mascherpa”. Non vi sono aggiunti altri titoli. Le bare erano state poste il 24 maggio 1944 durante il regime della repubblica fascista. Il giorno dopo la radio di Milano annunciava: ”Giustizia è stata fatta”; i giornali registrarono l'avvenimento con titoli vistosi per ordine del ministero della cultura popolare, quindi si provvedeva a stendere sul fatto la cenere della dimenticanza. Nell'Italia del sud già liberata dalle forze alleate invece, appresa la notizia, si celebravano riti in suffragio dei due personaggi che i fascisti avevano considerato come traditori perchè avevano obbedito sino all'ultimo ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi. Una sentenza prestabilita. Oggi una delle salme, quella di Inigo Campioni, ammiraglio di squadra, è stata riesumata. Domani nella basilica di S, Giovanni Evangelista, si svolgeranno alla presenza dei familiari le onoranze funebri dopo le quali la salma partirà per Assisi dove è attesa dalla novantenne mamma.

Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. Due uomini che i fascisti hanno considerato traditori perchè avevano obbedito ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi.

Johannes Buckler 

Secondo un comune stereotipo noi italiani saremmo un popolo di furbi, un po' banditi. Casinisti certo, geniali forse, ma inadatti quando si comincia a parlare di cose serie. Conoscendo la nostra storia, forse un briciolo di verità c'è e qualcosa ci meritiamo. Se è per questo siamo anche campioni di linciaggio, se è vero come è vero che Piazzale Loreto lo abbiamo inventato noi. Ma non siamo solo quello. La nostra storia è piena di figli straordinari, di uomini e donne eccezionali, di una moltitudine di eroi. Purtroppo dimenticati. Come Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni. Ma forse proprio per rispetto a questi eroi straordinari, a questi uomini che hanno dato la vita per il nostro Paese, che qualche volta dovremmo vergognarci di essere come siamo, di comportarci come a volte ci comportiamo. 

“Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi di pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno”. Machiavelli. Il Principe, 1513. Capitolo XXVI

domenica 14 giugno 2015

I conti dell’evasione e l’iniquità (nascosta) del sistema progressivo.


Caro Direttore,
sono uno di quel 4,01% di contribuenti che paga il 32,6% dell'Irpef.
E mi sono leggermente stancato.
Bene ha fatto il suo giornale a ricordarci (con il pezzo di ieri di Brambilla e Novati sulle dichiarazioni dei redditi 2013) che il problema dell'evasione fiscale è ancora lungi dall'essere risolto, ma ormai è chiaro, e i dati sono incontrovertibili, che non esiste solo un problema di evasione fiscale, ma di progressività eccessiva.
Sono una persona discretamente agiata, credo sia giusto pagare per quella quota di persone a basso reddito nel rispetto dell’art. 53 della Costituzione, ma ormai il limite è stato superato.
Non è possibile, per il ceto medio-alto cui appartengo, avere una progressività così alta per pagare e assistere milioni di evasori e parassiti.
Oltretutto paghiamo molto e godiamo di nessuno sconto su prestazioni e servizi. Forse è giunto il momento di ripensare il tutto, perché il sistema è ormai talmente distorto che qualsiasi soluzione sarebbe bene accetta.
Anche la più assurda, come la flat tax. Purchè a pagare non siano le persone più deboli. Come sempre.

Un caro saluto

Johannes Bückler

14 Giugno 2015 - Corriere della Sera - Leggi >>>>>

sabato 13 giugno 2015

Viminale e Regione: Maroni bifronte. I gemelli diversi.


Ormai è appurato: il governatore della Lombardia Roberto Maroni ha un fratello gemello e fra loro i rapporti devono essere deteriorati da tempo.
E’ l’unica spiegazione possibile. Ho conosciuto il fratello gemello quando era Ministro dell’Interno. Una persona perbene, senso delle istituzioni, vero rappresentante di una politica rispettosa delle istituzioni. Lo ricordo quando, aprendo la prima conferenza nazionale dei prefetti nell’ottobre 2010, auspicava “un ampliamento del ruolo del prefetto anche in relazione alle nuove implicazioni delle tematiche della sicurezza e dell’immigrazione”. Niente a che vedere con il fratello che è arrivato persino a minacciarli, i prefetti.

Lo ricordo nel tentativo di dare soluzione all’emergenza immigrazione del 2011, quando ebbe l’idea di realizzare a Mineo un villaggio della solidarietà, il più grande centro richiedenti asilo d’Europa. O quando stanziò decine di milioni per i campi Rom (60 milioni di euro solo per l’emergenza in cinque regioni Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e Piemonte) per ristrutturare quelli fatiscenti e costruirne di nuovi. Dispiace oggi vedere il fratello governatore contestare praticamente tutto ciò che di buono si è tentato di fare allora.

Il fratello, dopo aver creato le cosiddette “quote” nel pacchetto sicurezza immigrazione, ebbe persino toni molto duri con le regioni e i comuni che non volevano accogliere i profughi. “Accoglieteli o agiremo d’imperio” dichiarava al Corriere il 28 marzo 2011.

Con tono fermo, deciso, di chi ha a cuore i problemi del suo Paese disposto a mettere in secondo piano, cosa assai rara in un politico, gli interessi di partito. Chissà cosa starà pensando leggendo le dichiarazioni del fratello governatore su questa nuova emergenza.

Gli ricorderebbe, ne sono certo, che l’immigrazione è materia esclusiva dello Stato (art. 117 della Costituzione comma a) e non delle regioni. Di più. Il 10 luglio 2014, per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, fu firmato un documento in una conferenza unificata fra Governo, regioni ed enti locali. Nel testo si stabilisce il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Sottoscritto anche questo dal fratello, è vero, ma un documento valido ancora oggi.

A questo punto un consiglio: caro governatore, faccia pace. Fra fratelli ci possono essere discussioni, diatribe, visioni diverse, ma siete sempre sangue dello stesso sangue. Se non proprio la pace, una tregua, un armistizio. Ne guadagnerà l’ambito familiare e sicuramente il Paese tutto.

E non minacci i sindaci. Le potrebbero rispondere “padroni a casa nostra”, ricorda? O anche questo era uno slogan del fratello? Perché in un vero Federalismo “padroni a casa nostra, ma in casa tua comando io”, è un tantino contraddittorio. Lo ammetta, un pochino, via.

Johannes Bückler

13 Giungo 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>