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giovedì 27 febbraio 2014

Le pensioni in El Dorado


Maggio 1979 

Il ministro del Lavoro Scotti è abbastanza seccato. Sul tavolo l’ennesima patata bollente. Questa volta è il malumore del Paese a preoccuparlo; malumore derivante dall’ennesimo scandalo delle “pensioni d’oro”. “Com’è possibile esistano ancora casi del genere. Basta, dobbiamo porre rimedio”, continua a ripetere.

Il caso è quello del pilota collaudatore dell’Aeritalia Pietro Trevisan. Ha 50 anni e 16 anni di servizio effettivo. Dopo aver riscattato altri 15 anni di servizio militare ha chiesto all’INPS quanto dovuto. La cifra? Oltre un miliardo di lire come capitalizzazione della metà della pensione e un ulteriore assegno mensile di quasi cinque milioni di lire per il resto della vita. Assurdo, ma, incredibile a dirsi, tutto regolare.



Come suo diritto, il comandante Trevisan ha scelto i dodici mesi più favorevoli dell'ultimo triennio, e cioè il 1978, con retribuzione pari a lire 133 milioni 345 mila/anno. (Appena due anni prima, nel 1976 la sua retribuzione era pari a 46 milioni di Lire/anno. Essendo prossimo alla pensione qualcuno aveva provveduto gentilmente ad aumentargli lo stipendio). 

Su questo «stipendio», avendo raggiunta l'anzianità necessaria, spetta al pilota una pensione annua pari al 93 per cento: quindi 124 milioni 10.850, quasi dieci milioni al mese. (93% avete capito bene) «All'origine di una cifra tanto alta — spiegano i funzionari Inps di Roma — ci sono almeno tre fattori: innanzitutto il forte stipendio dell'ultimo anno; poi il privilegio concesso ai piloti (e ad altre categorie) di scegliere come base per la pensione i 12 mesi più favorevoli, invece della media tra stipendi di più anni; infine la mancanza di un "tetto" che limiti queste pensioni». Il passo successivo verso la «capitalizzazione» non appare, a questo punto, particolarmente scandaloso.

Ecco il meccanismo, spiegato dal dottor Spinelli del «Fondo Volo» Inps, (il fondo che gestisce le pensioni del personale di volo): «La legge 13 luglio '65, n. 859 consente all'art. 34 la liquidazione in capitale di parte della pensione, fino ad un massimo del 50 per cento. Per esempio: su 10 milioni al mese di pensione se ne riscuotono solo cinque, rinunciando all'altra metà, che viene capitalizzata attraverso parametri e conteggi complessi. Alla base di tutto c'è l'età del soggetto: secondo tabelle sulle previsioni di vita la parte di pensione rinunciata viene moltiplicata per cinque, dieci o vent'anni». E' cosi che i cinque milioni mensili del comandante Trevisan (circa 60 all'anno) moltiplicati per 15 o vent'anni di «possibile fruizione di pensione», diventano un miliardo da ritirare a pronta cassa, detratte alla fonte ritenute erariali per circa 300 milioni. «In definitiva, 700 milioni puliti oltre alla pensione, dimezzata, di cinque milioni al mese — sottolineano all'Inps — senza nulla di irregolare.

Già, tutto regolare. Peccato che il “Fondo Volo” sia continuamente in rosso. In questo momento il deficit è di 2 miliardi di Lire. (Ma allora a pagare saranno i soliti noti!! Appunto) Molte le categorie a cui la legge offre tale possibilità (tra dì esse anche il personale Inps, fino ad un quarto di pensione capitalizzabile, e molte categorie gestite con fondi speciali di previdenza); Purtroppo nessuno ha messo ancora un limite che impedirebbe almeno di arrivare a queste cifre da capogiro. Per questo i sindacati hanno chiesto l'intervento del governo: «Bisogna impedire che vengano gonfiate artificialmente le retribuzioni di base e stabilire un tetto alle pensioni d'oro, altrimenti per l'istituto di previdenza sarà la bancarotta».

Come andò a finire. 

15 Giugno 1979 

28 Luglio 1979 

2 Dicembre 1979 

12 Marzo 1980 

10 Ottobre 1984

Alla prossima.

Johannes Bückler

P.S.  E la legge che permetteva tutto ciò? Fu naturalmente abolita. Ma con i tempi giusti (sich!!) quando si tratta di cancellare certi privilegi. Con calma, senza fretta. 
Sul sito dell’INPS si legge : “dal 1 Gennaio 2005 (per quanto riguarda il Fondo volo) non è più applicabile la capitalizzazione di quote di pensione.” 
Che dire. Meglio tardi che mai. Prosit.

sabato 22 febbraio 2014

La fabbrica di vino e molto altro


Gli sperperi di denaro pubblico post terremoto dell’Irpinia sono ormai entrati nella storia di questo Paese. Un brutta storia, riassunta in numerosi volumi di documentazione presentata al Parlamento il 5 febbraio 1991 e inviata a varie procure da una commissione d’inchiesta presieduta dall’Onorevole Oscar Luigi Scalfaro. La commissione aveva il compito di verificare l’ammontare dei finanziamenti per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma del 1980. Di più. Doveva controllare lo stato di avanzamento dei lavori, le modalità, l’impatto ambientale e territoriale.

Sull’impatto territoriale poco da dire. I tecnici del servizio Impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente parlarono chiaro: “la scelta dei tracciati dove ricostruire case, industrie e strade è avvenuta indipendentemente dalle condizioni geomorfologiche, geologiche e geotecniche dei terreni, in assoluta assenza di criteri progettuali”.

Agghiacciante, ma niente di cui meravigliarsi poiché spesso i progettisti erano gli stessi politici e amministratori di quei comuni. Funzionava così. Disegnavano una strada in quanto progettisti, poi indossavano i panni dell’amministratore e l’approvavano. Infine diventavano collaudatori e certificavano. E via con un altro progetto e altri soldi. E nessuno aveva niente da ridire.

Tanti gli sprechi, troppi i miliardi buttati. Per esempio i 24 miliardi di lire al chilometro della Fondo Valle Sele, oppure lo stadio comunale di San Gregorio Magno, un paesino di 3000 abitanti costato più dello Stadio San Paolo di Napoli. Per non parlare di decine e decine di fabbriche. Tra queste la Castelruggiano: la fabbrica che doveva imbottigliare vino.

Giugno 1990.

Palazzo San Macuto è la sede della commissione d’inchiesta presieduta da Scalfaro. Oggi è un giorno particolare. E’ stato convocato Elveno Pastorelli da tre anni commissario straordinario per la ricostruzione. Nei mesi precedenti sono stati ascoltati Misasi (ministro del Mezzogiorno) e Vito Lattanzio (Protezione civile).
Tutti tendono a minimizzare, a dire che le cose stanno andando bene. Certo, con qualche ritardo (sich!!), ma tutto va a meraviglia. Dello stesso parere anche il commissario per la ricostruzione nel capoluogo campano Marco Linguiti. Così pure Giuseppe Zamberletti e Vincenzo Scotti. Tutto procede regolarmente, a parte i 20.000 ancora nei container naturalmente.
Anche Andrea Monorchio (ragioniere dello Stato) ha voluto dire la sua. Ha descritto una situazione fuori controllo, ma è l’unica voce fuori dal coro.
Oggi, dicevo, è un giorno particolare. Dopo mesi è stata convocato Elveno Pastorelli, commissario straordinario per la ricostruzione. Il motivo della convocazione? Un certo Gianfranco Finco.

Gianfranco Finco è un piccolo imprenditore veneto, titolare della Sae, un’azienda di Cadineghe in provincia di Padova che da anni produce applicazioni elettriche e meccaniche. Nel febbraio 1987 ha firmato un contratto di fornitura con un’azienda che, attraverso finanziamenti pubblici, deve costruire uno stabilimento a Oliveto Cipra (Salerno). Ha già fornito materiale per un miliardo e 200 milioni. Di questi solo 600 milioni gli sono stati pagati. E’ arrabbiato, molto arrabbiato e vuole il resto dei soldi.

A Scalfaro racconta di tutto, sparando a zero contro l’ufficio speciale di Pastorelli. I 600 milioni gli sono dovuti dalla ditta Castelruggiano, nata per l’imbottigliamento del vino.
Sei mesi prima Pastorelli aveva autorizzato un altro finanziamento per sei miliardi, ma del vino ancora nessuna traccia.
Scalfaro è indignato: “chi ha autorizzato questi 6 miliardi? E quale commissione lo ha certificato?”. Finco è un fiume in piena. Dice: “l’Amministratore delegato della Castelruggiano è solito incontrare i componenti della commissione in alberghi lussuosi. Ai piccoli consegna orologi Cartier, Rolex e brillanti, mentre ai pezzi grossi i soldi vengono dirottati e poi ritirati in un convento”.
E prosegue ”ho scritto diverse volte a Pastorelli denunciando queste cose senza mai ricevere risposta”.

Scalfaro vuole vederci chiaro e convoca il primo proprietario della Castelrugginano. E’ un comasco e si chiama Paolo Marzorati. Dichiara di aver venduto quasi subito l’azienda (valore circa 13 miliardi di lire) per soli 400 milioni.
Perché, dice, preferisco vivere.

Facciamo un passo indietro.
Paolo Marzorati è venuto a sapere che lo Stato praticamente regala i soldi a chi voglia impiantare nelle zone terremotate uno stabilimento industriale. Per questo è fiondato a Roma ottenendo in breve un finanziamento di 21 miliardi a fondo perduto. Dopo aver preso il 60% dei soldi gli viene “caldamente” raccomandato (dall’Agensud) un direttore dei lavori, tale architetto Luigi Pirovano, comasco pure lui. Pur essendo laureato da poco sta ottenendo la direzione di molti lavori nelle zone terremotate. Parcella? Per la Castelruggiano vuole settecento milioni. Lo chiamano “l’angelo del cratere” perché è solito arrivare in elicottero agli incontri con sindaci e amministratori.
Pirovano “propone” a Marzorati di utilizzare la Precompressi Quaranta di Caserta per la costruzione (un’impresa che non dispone nemmeno di una gru, ma solo di carrucole sich!!!). Chiaro che i lavori proseguono a rilento e poco dopo i finanziamenti vengono sospesi. Senza questi soldi Marzorati capisce che si sta mettendo in guai seri e decide di liberarsi dell’azienda. Qualcuno non aspetta altro, poichè il sistema è proprio questo. Si assegna un finanziamento a un imprenditore (spesso del nord), i lavori non partono, il finanziamento viene interrotto, l’imprenditore va in difficoltà e deve vendere l’azienda a….

Marzorati dice di aver venduto la Castelruggiano per soli 400 milioni a un certo De Dominicis Fausto di Pescara. 400 milioni per un’azienda che vale circa 13 miliardi.
Ma chi è questo De Dominicis dal nome aristocratico? Non ci vuole molto a scoprirlo. Il vice Presidente della Commissione, On. Giovanni Correnti, comunista, ha appena controllato.
Comincia col leggere la relazione della commissione di controllo che, a proposito del cambio di proprietà della Castelruggiano, certifica:“il profilo del socio subentrato appare positivo dal punto di vista patrimoniale e imprenditoriale”. A cosa corrisponde quel profilo positivo? Correnti non crede ai suoi occhi.

Quel profilo corrisponde a un nullatenente. De Dominicis risulta infatti protestato dal 1972. Non ha una partita Iva e non presenta dichiarazioni dei redditi dal 1970. Risulta titolare della “Fadedo” che, stando al “Registro Anagrafico delle Ditte della Camera di Commercio”, mai entrata in attività. La sede risulta essere in un pollaio.

Il primo proprietario, Paolo Marzorati, aveva in progetto di imbottigliare 63 milioni di bottiglie di vino. Da quella fabbrica non uscì una sola bottiglia. Uscirono dalle tasche degli italiani solo qualche decina di miliardi di lire.

Come andò a finire? La causa dello sperpero legato alla Castelruggiano fu l’assenza di controlli. In quel caso era l’Iritecna la società che doveva curare l’istruttoria e vigilare sui progetti. Nel 1992 la Procura la citò a giudizio insieme ai componenti chiamandoli a risarcire 12.202.000.000 di vecchie lire.

Una battaglia giudiziaria estenuante, che nel 2009 ha visto la Corte dei Conti della Campania condannare il consorzio e i collaudatori a risarcire 6 milioni e 300mila euro.
Pochi mesi fa in secondo grado, sono state confermate le condanne, ma con uno sconto. Italtecna dovrà risarcire 2 milioni e 400mila euro e i componenti della commissione di collaudo 266.666 euro a testa. Sempre che la Cassazione…

E il resto? Tutto prescritto. Prescritti tutti gli episodi di corruzione, i falsi, gli abusi e le ipotesi di truffa allo Stato.


Nei 10 volumi, che la COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLA ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI PER LA RICOSTRUZIONE E LO SVILUPPO DEI TERRITORI DELLA BASILICATA E DELLA CAMPANIA COLPITI DAI TERREMOTI DEL NOVEMBRE 1980 E FEBBRAIO 1981 presentò al Parlamento, di casi come la Castelruggiano ce ne sono un'infinità.

Come a Balvano nella nuova area industriale dove dovevano lavorare 1495 persone. Fra strade, superstrade, svincoli californiani, depuratori e finanziamenti a fondo perduto, ci sono costati 438 miliardi di lire. Quante assunzioni dopo 20 anni? 125. Tre miliardi e mezzo a persona, la spesa più alta al mondo per un insediamento produttivo.

O come la multinazionale italo-venezuelana Interfito, inserita nei finanziamenti senza il consenso della commissione regionale e del comitato ministeriale. Doveva produrre fito-farmaci, ed è naufragata tra documenti falsi e risate amarissime. Come quando in commissione chiesero ad un ingegnere dell'azienda di quanta acqua avessero bisogno e lui, tirando fuori la calcolatrice e senza batter ciglio, disse: "20 milioni di metri cubi di acqua al mese". Diciamo più o meno il consumo di 2 milioni di persone". Ma porc...... lì scorre solo il Platano, un fiumiciattolo...

E le merendine? Un giorno Scalfaro convocò in commissione il sindaco Dc di Balvano e gli chiese perchè, dopo aver localizzato l'area industriale a 300 metri sul livello del mare, la stessa fosse stata sdoppiata. Metà fabbrica nella piana e metà a 1000 metri di altezza (una scelta costosissima).
Questo aveva comportato lo sbancamento di una montagna, il raddoppio delle infrastrutture, la costruzione di una grande strada per sostituire una  mulattiera che non consentiva il passaggio dei camion. E poi rotatorie e cavalcavia. Risposta: "Ce l'hanno chiesto quelli della Ferrero. Perchè in alto le merendine lievitano meglio" Ma porc.... due volte.

Naturalmente, come accade in questi casi, quella lussuosa strada che saliva fino a mille metri era franata perchè costruita su un terreno infido. Così ne costruirono una più bella. E a chi affidarono  la costruzione? Alla Maltauro di Vicenza. Proprio quella (vedi Expo), che ha più faldoni nelle procure che dipendenti. (Enrico Maltauro ammise a Di Pietro che quei lavori gli costarono finanziamenti alla Dc continui.) Il costo di quella strada? 91 miliardi. Per 6 km.

Per la serie, il problema di questo Paese non sono i politici, il sindaco dc delle merendine ogni volta venne rieletto. Pur ineleggibile per una vecchia condanna, loro continuarono a rieleggerlo. 

La Icla società di costruzioni. La procura di Potenza scrisse che su 616 miliardi, ben 560 erano stati illecitamente affidati.

Giusto ricordare che molte imprese del Nord hanno fatto affari d'oro speculando con i lavoro del dopo sisma. Consorzi creato ad hoc per fare incetta delle grandi commesse. Come quello di Pizzarotti di Milano che vedeva allineate aziende come la Pesina di Rho, la Grassetto di Padova, la Bonatti di Parma, la Furlanis di Fossalta di Portogruaro e la Cifa di Rovigo.

Per non parlare del Veneto. Molti casi. Tra cui un cantiere nautico (mai costruito) a Morra de Sanctis a 860 m sul livello del mare. Mare che sta a 100 Km di distanza.

E i liguri della Metalli & Derivati? Dei grandi. Non si accontentarono di ricevere dei soldi per mettere su un'impresa fantasma. Riuscirono a farsi pagare lo smaltimento dei rifiuti tossici (mai smaltiti) e poi, (tirate il fiato),  a farsi pagare l'acquisto degli stessi rifiuti tossici come materiale inerte per costruire lo stabilimento. Dove sono adesso i rifiuti tossici? Sempre lì, sotto lo stabilimento.

Per non parlare di architetti, geometri e ingegneri del Nord che si sono spartiti (secondo un rapporto) 7.000 miliardi di lire.

C'era poi la Banca Popolare dell'Irpinia. Scalfaro sentì in commissione persino Ciampi. Una gran parte di azionisti risultavano minorenni tanto che la Banca veniva chiamata "Banca dei bambini". Non solo. La Banca d'Italia smise di mandare ispettori a fare controlli. Il motivo? Gli ispettori andavano a ispezionare la Banca, tornavano, si licenziavano... e subito dopo venivano assunti dalla Banca irpina.

La Banca popolare dell'irpinia, che agli inizia degli anni '70' aveva pochi sportelli e pochi clienti. Aumentò i depositi del 307 per cento e il  patrimonio (dopo il terremoto) del 570 per cento.
Erano soci della Banca Ciriaco De Mita con le sue 36.000 azioni, la moglie, i quattro figli, i genitori e alcuni cugini, il presidente del gruppo Dc al Senato Nicola Mancino e la moglie, il capo della segreteria dc Giuseppe Gargani e la moglie, l' ex ministro per il Mezzogiorno Salverino De Vito.



Ultima ora : "Terremoto, De Mita: “Inaccettabile giudizio Renzi su ricostruzione in Irpinia”.
Come di dice "faccia di tolla" ad Avellino?

Johannes Bückler

P.S. Qualcuno si starà chiedendo: “che fine fece Pastorelli, il commissario straordinario per la ricostruzione?” La solita. Fu riconfermato e rimase al suo posto. Almeno fino al 25 Luglio 1993 quando rimise il mandato nelle mani di Nicola Mancino, ministro dell’Interno. Il motivo? Il solito. I magistrati avevano appena emesso un’ordinanza cautelare per impedirgli di ricoprire incarichi pubblici. Per impedirgli di sperperare soldi pubblici in società che imbottigliavano vino. Come la Castelruggiano.

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (che blocca il Paese) non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

martedì 18 febbraio 2014

Affinché non sia un contributo a fondo perduto.

Quanti di noi hanno avuto modo di parlare o discutere di “scala mobile”?
Ufficialmente conosciuta come “indennità di contingenza”, alla fine degli anni ’70 e inizio anni ’80, fu oggetto di una sua rivisitazione e di una riflessione sulla sua erogazione. Esisteva un “paniere”, contenente beni particolari di largo consumo.
Con riferimento all’andamento dei prezzi di tali beni, un’apposita Commissione procedeva, trimestralmente, alla verifica dell’andamento dei prezzi dei predetti beni, provvedendo - con il meccanismo della scala mobile - all’adeguamento del costo della vita.
Lo scenario economico non era come quello di oggi ma, al fine di recuperare il potere di acquisto dei salari, sindacati e Confindustria affrontarono la soluzione di questo problema.
Infatti la stessa scala mobile fu abrogata tra il 1984 e il 1992. Motivazione: qualcuno si era accorto che era nato un circolo vizioso che aveva prodotto comunque la crescita dell’inflazione.
Chiedo ancora un piccolo sforzo di memoria: spero che tutti ricordano (mi rivolgo a coloro che erano attivi nel mondo del lavoro) che ad un certo punto – proprio alla fine degli ’70 e i primi anni ’80 – si pensò (prima di abolire la scala mobile) di congelare la stessa, per le cause esposte in precedenza.
Al fine di non provocare danni notevoli ai lavoratori, i vari governi in carica decisero di sostituire il mancato adeguamento dei salari – adeguamento della scala mobile – trasformando l’importo maturato e non riconosciuto, in titoli di stato al portatore (speciali emissioni di BTP) con scadenza quinquennale e decennale e con tassi a due cifre.
Lo Stato difendeva i percettori di salari e stipendi, riconoscendo loro - a fronte degli aumenti del costo della vita - importi che producevano interessi semestrali e il capitale riscuotibile alla loro scadenza. Veniamo ai giorni nostri. Lo scenario è simile, ma non uguale, il momento è difficile e le cause sono note un po’ a tutti: disoccupazione - alta quella giovanile -, chiusura di aziende, sistema PMI che non riesce ad incassare i crediti nei confronti dello Stato a fronte di servizi offerti, e tante altre ragioni ben note a chi segue l’andamento della crisi di questi ultimi anni.
Sono sotto gli occhi di tutti anche le iniziative che lo Stato ha provato a realizzare e i risultati ottenuti.
Mi riferisco in particolare ai provvedimenti nei confronti dei c.d. “pensionati d’oro”. Tutte persone benestanti, che vivono di rendita, con case di lusso ai Caraibi e Jet privati. Questo è quanto ha immaginato chi ha provveduto ad emanare i provvedimenti, o suggerire soluzioni inopportune e non soffermandosi sulla loro incostituzionalità.
Ciò premesso - tralasciando tutto il resto che è sotto gli occhi di tutti – mi viene spontaneo suggerire (agli autori di quei provvedimenti) di valutare la possibilità di riconoscere un ristoro ai pensionati colpiti dall’obbligo di versare il “contributo di solidarietà” e subire il blocco della perequazioni.
In particolare - fermo restando il prelievo del contributo e il blocco della perequazione, nelle forme e nelle percentuali previste - sarebbe interessante considerare questo prelievo una forma di “prestito forzato” alle casse dello Stato.
Per questo motivo lo stesso Stato, si impegnerebbe - con l’emissione di particolare forme di titoli di stato - a restituire le somme trattenute alla scadenza dei titoli.
Gli obiettivi sarebbero interessanti: intanto noi pensionati oggi svolgiamo il ruolo di ammortizzatori sociali e, solo grazie a noi, molti giovani (figli e nipoti) possono permettersi di sopravvivere alle difficoltà del momento.
Inoltre si garantirebbe il recupero (e non il versamento a fondo perduto) a distanza di anni, forse in un momento migliore per le nostre finanze, di somme che farà certamente comodo disporre.
Lancio l’idea, sempre in forma provocatoria, nella speranza che siano altri - più importanti ed esperti di chi scrive - a sostenere la causa e proporsi come sostenitori della soluzione di questo problema.
Saluti
Rino Impronta

domenica 16 febbraio 2014

La gaffe di Amadeo e la verità dei numeri.


Caro Direttore,
«Il successo dell’Ospedale? Le infermiere, ma solo quelle italiane: qui non ci sono marocchine o rumene». Parole e musica (parecchio stonata) del Direttore Generale dell’Ospedale di Seriate Amedeo Amadeo, che pochi giorni dopo si è trovato costretto a metterci una pezza.
E’ chiaro che la frase è stata pronunciata solo per ingraziarsi il Presidente della Regione in vista probabilmente delle nuove nomine di aprile.
Solo il desiderio di compiacere la dirigenza regionale può aver suggerito l’utilizzo di un linguaggio di questo genere.
Ma l’errore madornale rimane. L’eccellenza dell’Ospedale Bolognini di Seriate poteva essere presentata attraverso ben altre peculiarità che non la nazionalità o il colore della pelle dei suoi dipendenti. Ormai è andata e difficile aspettarsi delle scuse.
Ma sui lavoratori immigrati mi preme riportare alcuni dati.
Il “IV Rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi INPS” recita : “Il contributo degli stranieri al valore aggiunto prodotto in Italia è stato nel 2009 di 165 miliardi di euro. Il 12,1% del totale, e in alcuni settori, come quello delle costruzioni vicino al 25%. Il dato però più significativo è quello sui contributi: gli immigrati versano nelle casse Inps circa 7.5 miliardi di euro l’anno, in altre parole il 4% di tutte le entrate dell’Inps.
Una cifra altissima se si considera che sono pochissimi gli immigrati che beneficiano di pensione dallo Stato italiano.
Ora si può discutere di tutto. Si può sorridere alle battute (spesso idiote), ma questi sono i fatti.
Quindi un invito al Dottor Amedeo: parli con qualche imprenditore. Magari entri in una fonderia, in una chimica o in qualsiasi officina meccanica della bergamasca.
Si sorprenderà. E forse eviterà in futuro di fare queste gaffe.

Un caro saluto

Johannes Bückler

16 Febbraio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>