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martedì 10 luglio 2018

Le vittime invisibili. Luigi Marangoni.


#MdT 15/02/1981 
Milano. Via Don Gnocchi a pochi passa da San Siro. Una famiglia è a tavola. Luigi, la moglie Vanna, la figlia Francesca di 17 anni e il figlio Matteo di 15 anni. L’atmosfera è tesa. La vita di Luigi è in pericolo. Ma Luigi è solo un medico, perché è in pericolo? 



#MdT 15/02/1981
Luigi è il più giovane direttore sanitario d’Italia e lavora al Policlinico di Milano.
Da quando è arrivato si è proposto di far funzionare al meglio il Policlinico. 
Momenti difficili. Un centro non ancora spento dell’eversione di uno pseudo sindacalismo selvaggio.



Non sono anni tranquilli al Policlinico di Milano. A una maggioranza di infermieri preparati e lavoratori si contrappone una minoranza che soffia sul fuoco della protesta e favorisce azioni di sabotaggio.

L’assenteismo e il menefreghismo, dice Luigi,  non possono stare in luoghi dedicati all’accoglienza e all’altruismo. Quando all’interno dell’ ospedale si erano verificati danneggiamenti (avevano manomesso la Banca del sangue) Luigi aveva denunciato i fatti alla magistratura.


Dopo le denunce aveva ricevuto minacce. Luigi sapeva di essere a rischio, ma tranquillizzava moglie e figli “I miei pazienti sono a rischio se fumano, se hanno la pressione alta, se sono obesi. 
Diciamo che ora anche il loro medico è a rischio gambizzazione”. E sorrideva.

Luigi non ha voluto la scorta. Come molti ha rinunciato per non mettere in pericolo gli agenti. A volte dormiva in ospedale stanco di essere offeso e spintonato quando arrivava al lavoro. Sui muri dell’ospedale erano apparse scritte “BOIA” riferite a lui.

Vuole bene i suoi collaboratori, a Ettorina, la capo sala che ha assunto  personalmente dopo che era stata sua allieva al corso infermieri. "Gli infermieri dobbiamo pagarli di più, ripeteva. Abbiamo bisogno di loro, della loro professionalità"

#MdT 17/02/1981 – Luigi è in casa con la moglie. Sta compilando un assegno per le spese condominiali. La moglie sempre più preoccupata. Una notte il marito si era svegliato di soprassalto dicendole che forse le avrebbe lasciate sole. Di perdonarlo. Che non era colpa sua.

#MdT 17/02/1981 – Ore 8.20. Luigi esce di casa. Vanna guarda come sempre dalla finestra. Vede solo un giovane con un cappellino. Non comprende il perchè dei petardi (quattro) esplosi così di buon mattino.  Guardando verso Luigi capisce però che non sono petardi.

Vicino alla sua macchina, sulla salita dei garage, ci sono due persone con una coppola in testa, un giubbotto antiproiettile, una mitraglietta e un fucile a canne mozze in mano. Corre giù urlando. I brigatisti però sono già scappati. 


Si avvicina all’auto. Non vede il marito. Pensa ad un sequestro.  Ma quando apre la portiera Luigi le cade tra le braccia. E’  ancora vivo e ha gli occhi aperti. Vanna comprende che è l’ultimo istante in cui possono restare soli, che la loro vita insieme finisce in quel momento.

(I terroristi non sapevano che di fronte a Luigi abitava il commissario Portaccio. Che in quel momento era in macchina con un collega armato. Sentiti gli spari i due avevano ingaggiato un conflitto a fuoco in strada. I terroristi erano però riusciti a  fuggire)

L'assassinio viene rivendicato con una telefonata a nome delle Brigate Rosse, colonna Walter Alasia. Se volete rivivere il clima di quegli anni chiudete gli occhi.Mensa del Policlinico. Saputo del decesso di Luigi c'è gente che brinda e festeggia la sua morte. Ecco il clima.

Un anno dopo l’omicidio il capitano Morini si presentò a casa di Vanna per comunicarle che avevano arrestato il ragazzo che faceva da palo. Il ragazzo fece  i nomi di tutti i colpevoli. Nell’estate successiva vennero arrestati i due esecutori materiali, da lì a poco l’autista.

Il capo delle BR milanesi, Vittorio Alfieri che aveva organizzato l'uccisione,  Luigi nemmeno lo conosceva. Non sapeva nulla di quello che faceva al Policlinico. Ma allora chi glielo aveva indicato come bersaglio? Chi aveva rubato documenti al Policlinico e consegnati alle BR?

Ricordate Ettorina? La caposala allieva di Luigi al corso infermieri e assunta direttamente da lui come sua collaboratrice? Lei, Ettorina Zaccheo, aveva indicato Luigi come bersaglio. Aveva fornito agli esecutori materiali dell’agguato indirizzi, numeri di telefono, abitudini.

Ettorina al Policlinico era impegnata sindacalmente, eletta delegata di reparto. Ma lei era la "responsabile, all'interno della colonna Walter Alasia,  della brigata ospedaliera "Fabrizio Pelli". 
Era lei a proporre alla brigata azioni di guerra al Policlinico. 

I membri del commando erano Michele Galli, Nicolò De Maria, Samuele Zellino  e Maria Rosa Belloli. Ettorina Zaccheo, condannata in primo grado all’ergastolo, si vide successivamente ridotta la pena e venne accolta dalla comunità di don Gino Rigoldi.

Le foto degli orfani ai funerali erano sempre le stesse. In questo caso Francesca, 17 anni,  e Matteo di 15. Occhioni spalancati, mani serrate e piccole. Guardavano sempre il fotografo senza capire. Perchè una foto? Perchè non abbiamo più il papà? Vittime. Le più indifese.



Johannes Bückler

Le cronache raccontano che le vittime del terrorismo italiano sono state 365. Quelle cadute sul campo. Ma migliaia furono le vere vittime invisibili di quel periodo. Mogli, figli, madri padri, amici e parenti. Come le vittime che le cronache raccontano, uccise prima dal dolore e una seconda volta dall'oblio. Queste sono le loro storie. Per non dimenticare. 


martedì 3 luglio 2018

Per evitare di finire colpevoli.


Sono sempre stato, fin da giovane, un appassionato di storia; nella convinzione che, ripetendo gli stessi errori, nel nostro passato ci sia in fondo il nostro presente e il nostro futuro. Alla ricerca però di risposte più che di semplici nozioni.

Quando da giovane studiai le leggi razziali del 1938 mi posi la domanda: “perché ci sono voluti 15 anni di potere prima che il fascismo decidesse di perseguitare gli ebrei?”. E provai a dare una risposta.

Sappiamo che Mussolini, come certi movimenti di allora, credeva all’esistenza di una lobby ebraica che controllava il mondo. Ebrei= ricchi=banchieri. Eppure nei primi 15 anni al potere non risulta nessuna traccia di antisemitismo nella dottrina fascista.

Certo, nel 1921, al Terzo Congresso Nazionale Fascista, Mussolini aveva detto: “Io voglio far sapere che per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza. I fascisti devono fare tutti gli sforzi possibili per mantenere intatta la purezza della razza, perché è la razza che fa la storia”. Ma è pur vero che nel 1923 Mussolini aveva tranquillizzato il rabbino di Roma assicurandogli che mai il fascismo avrebbe intrapreso una politica antisemita.
La maggioranza degli ebrei aveva persino approvato la guerra di Etiopia, e molti di loro erano partiti volontari. Guido Jung , ministro delle Finanze di Mussolini (uno dei fondatori dell’IRI e iscritto al PNF dal 1922) era ebreo. 

Perché allora Mussolini decide nel 1938 di perseguitare gli ebrei?

Esaminiamo il contesto. Siamo nel 1937.
Mussolini ha il potere assoluto, conquistato con la violenza, e ha imposto una dittatura totalitaria. Gli oppositori in esilio, nessuna lotta di potere all’interno del partito fascista, un consenso popolare che però sta leggermente scemando per la guerra in Spagna che gli italiani non hanno digerito.
Un momento di stasi del popolo italiano dopo l’euforia degli ultimi anni.
Ma una dittatura ha un bisogno estremo di nemici per coagulare il popolo. Il fascismo li aveva trovati via via negli slavi (sloveni), negli etiopi, nei libici, nei socialisti, nei comunisti. Ora nel 1937 bisognava trovarne di nuovi, per una nuova battaglia.

Nel novembre del 1937 Mussolini dice a Ciano: “Quando finirà la Spagna, inventerò un’altra cosa. Il carattere degli italiani si deve creare nel combattimento”. Mussolini disse quella frase dopo il viaggio in Germania di due mesi prima, da cui era tornato impressionato dall’ordine e dalla disciplina dei tedeschi. “un po’ di Prussia non farebbe male agli italiani” ebbe a dire. 

Scegliere gli ebrei come l'indispensabile “nemico” (copiando l’amico Adolf) fu abbastanza semplice. Ora bastava solo enfatizzare un pericolo che in passato non era mai stato avvertito (non essendo mai stato un pericolo. Gli ebrei erano ben integrati e mai percepiti come un pericolo dagli italiani).
Per fare questo bisognava cominciare con un censimento allo scopo di “schedare” il numero degli ebrei che si trovavano in Italia. (Si comincia sempre da un censimento). Cosa che avvenne nell’agosto del 1938.

Al Ministero dell’Interno venne creato un ufficio denominato Demorazza. Aveva l’incarico di coordinare prefetture e comuni per censire la popolazione ebraica. Quanti ebrei risultarono dal primo censimento? Esattamente 58.412 persone con un genitore ebreo o ex-ebreo.
46.656 si dichiararono ebrei (37.341 italiani e 9.415 stranieri). L’1,1 per mille sull’intera popolazione, allora composta di 43.900.000 individui.

Benito Mussolini, in un suo famoso discorso del 2 ottobre 1935, tenuto contro le sanzioni che le Nazioni Unite volevano comminare all’Italia per l’aggressione fatta ai danni dell’Abissinia, verso la chiusa così ebbe a dire circa gli italiani: “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori e di trasmigratori”. Visto come certi demagoghi parlano di “invadenza” o “invasione” utilizzando certi numeri, forse era meglio avere un popolo di matematici. 

Una volta avuti i primi dati partì la campagna dell’informazione fascista (un’informazione che fa da megafono alle falsità di un regime è essenziale). Una virulenta campagna di propaganda sui giornali portò gli italiani a pensare che esistesse veramente un“invadenza” degli ebrei nella vita sociale del Paese. Tutto a scapito degli italiani.

(Nel frattempo sul numero 1 della rivista «La difesa della razza» era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, dove al punto 9 si leggeva: "gli ebrei non appartengono alla razza italiana"). 

Alcuni piccoli esempi “dell’invasione” degli ebrei in Italia 

#MdT 22/08/1938 – A lato la percentuale di ebrei nelle città. (Un pericolo proprio)

#MdT 22/08/1938 – Nel censimento del 1936 Milano contava 1.115.848 abitanti. Quando dalla Germania e dalla Polonia arrivarono a Milano “ben” 1572 ebrei (e sfuggivano a morte certa), si parlò di un numero impressionante.  In una città con oltre 1 milione di abitanti.


 Gli ebrei a Torino superano 4.000. Ben 4.000. Un’autentica invasione in una città che conta 629.115 abitanti (censimento 1936). (Da ridere)

Gli “indesiderabili” saranno cacciati da Milano. La cittadinanza si compiace della decisione del Duce data l’intima e immutabile natura romana e cattolica. (soprattutto cattolica).


#MdT 13/10/1938 – A Milano c’è una campagna di stampa contro l’invasione degli ebrei nel commercio milanese. Quanti erano i commercianti ebrei? L’unione commercianti scrisse che su 61.002 nominativi gli ebrei erano “ben” l’1%. Su 10.741 esercizi pubblici quelli gestiti da ebrei erano “ben” 20.




Un pericolo secondo loro. E le licenze furono revocate. E niente future licenze agli ebrei.



Quello di agosto del 1938 era “solo” un censimento, ma subito dopo seguì l’inserimento dell’antisemitismo nell’ordinamento giuridico attraverso le leggi razziali, che privarono gli ebrei dei diritti civili e dell’uguaglianza con gli altri cittadini in tutti i campi della vita sociale, economica e professionale.
Allora la maggior parte degli italiani provò indifferenza, convinta che tutto sommato si trattava di una piccola cosa in confronto alla tragedia degli ebrei dell’Europa centrale. E’ sempre una piccola cosa al confronto. Come oggi. Niente di quello che accade è paragonabile al fascismo. Un censimento oggi non è paragonabile a quello del 1938. Il razzismo di oggi non è paragonabile..... ecc. ecc

Ecco. Quando leggo che oggi niente è paragonabile alle aberrazioni del fascismo e del nazismo mi torna alla mente ciò che scrisse Vittorio Foa a proposito del silenzio assordante dell’antifascismo intellettuale del dopoguerra. Siamo tutti “colpevoli di non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall’indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili”

Johannes Bückler 

P.S. Quante volte vi è capitato di discutere con qualcuno ed essere definito “buonista”? Ormai sembra essere diventato l’insulto preferito degli italiani. Tranquilli. I "buonisti" esistevano anche allora.