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lunedì 19 dicembre 2016

E lo chiamavano governare (15)


Fanfani VI.

17 aprile 1987 
Oggi Amintore Fanfani ha giurato nelle mani del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. E’ il quarantaquatresimo Governo della Repubblica italiana, il terzo e ultimo della IX Legislatura.
Ma come si è arrivati a Fanfani dopo le dimissioni del Governo Craxi II?
Facciamo un passo indietro.

04 marzo 1987
Ricordate il “Patto della Staffetta”? (Leggi qua >>>>>). A seguito del mancato chiarimento politico fra la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista, il Presidente del Consiglio Bettino Craxi aveva rassegnato le proprie dimissioni.
Tradotto.
Dato che il Presidente del Consiglio Craxi aveva “rinnegato” l’accordo (Patto della staffetta) che avrebbe condotto un esponente della Democrazia Cristiana a subentrare alla guida del governo nell’ultimo anno della legislatura, la DC aveva deciso di mandare all’aria il Pentapartito.

Rifacciamo il percorso visto nel cap. 14.

09 marzo 1987
Giulio Andreotti riceve dal Presidente della Repubblica l’incarico di formare il nuovo governo. Accetta, sottolineando comunque “il valore non rituale della propria accettazione”.

25 marzo 1987
Giulio Andreotti restituisce il mandato per le “permanenti posizioni differenti” sui referendum emerse nella maggioranza “pentapartito”.
I referendum erano stati presentati dal Partito Radicale, dal Partito Liberale Italiano e dal Partito Socialista Italiano. Riguardavano la responsabilità civile dei magistrati, l'abrogazione della Commissione inquirente e tre sul nucleare. La DC e il PCI erano inizialmente ostili ai quesiti. Inizialmente.

26 marzo 1987
Cossiga affida al Presidente della Camera dei deputati, Leonilde Jotti, un mandato esplorativo “per acquisire ulteriori elementi di conoscenza e di valutazione della crisi”. A conclusione dei propri sondaggi, la Jotti comunica al Presidente della Repubblica l’esistenza di «tenui possibilità di formare un governo che porti a termine la legislatura». E rinuncia.

1 aprile 1987
Dopo il fallimento Cossiga fa un altro tentativo. Respinge le dimissioni del governo Craxi, e lo invita a “parlamentarizzare” la crisi. Secondo Cossiga, “la sola via percorribile, congrua e conforme ai principi del nostro regime rappresentativo e parlamentare” è quella del rinvio del Governo dimissionario alle Camere.

8 aprile 1987
Craxi si è presentato al Senato. Prima del dibattito parlamentare trova una lettera. E una sorpresa. Tutti i ministri democristiani del suo governo rassegnano le dimissioni. Che fare? Craxi sa benissimo che l’annuncio di nuove dimissioni comporterebbe l’impossibilità di un voto sul rapporto di fiducia (che vuole Cossiga). Ma sa anche che parlamentarizzare la crisi lo porrebbe di fronte ad un problema costituzionale in presenza delle dimissioni di buona parte dei ministri del Governo.
Fece una via di mezzo. Affrontò il dibattito parlamentare e subito dopo rassegnò le dimissioni senza aspettare il voto di fiducia. Amen.

10 aprile 1987
Dopo le dimissioni di Craxi , Cossiga affida l’incarico di formare il nuovo Governo al presidente del Senato, Amintore Fanfani. Come esponente della DC e non come Presidente del Senato.
Fanfani rifiutò subito. Non c’erano le condizioni. Era pur sempre il Presidente del Senato e doveva essere super partes, quindi poco adatto ad entrare in un confronto politico-parlamentare nella costituzione di un nuovo Governo.

11 aprile 1987
“Ma sì, proviamo anche Scalfaro” pensò Cossiga. Chi meglio di un Ministro dell’Interno fuori dalle correnti DC può formare un Governo?


14 aprile 1987
Scalfaro, prendendo atto dell’impossibilità di un accordo tra le componenti del “pentapartito”, rinuncia all’incarico

15 aprile 1987
Cossiga convoca di nuovo Amintore Fanfani. Questa volta come Presidente del Senato. E come tale lo invita a formare un nuovo governo istituzionale.


17 aprile 1987

Dopo innumerevoli sforzi per cucire strappi interni, Fanfani e il suo Governo, si è presentato al Quirinale per giurare davanti al Presidente della Repubblica.

Fanfani, come richiesto da Cossiga, non formò un ennesimo governo monocolore.

Presentò un governo “monocolore scolorito” con tre componenti essenziali. Quella istituzionale (lui come Presidente del Senato e non rappresentante DC), quella tecnica formata da nove esperti (che sostituivano i componenti laici del governo Craxi) e la componente “monocolore” rappresentata dai ministri riconfermati del partito di maggioranza relativa del governo uscente.

Nel frattempo Craxi se n’è andato dall’Italia. E’ volato in Tunisia, nella sua Hammamet. Non vuole essere disturbato.

E poteva mancare un giudizio di Giulio Andreotti? Nella rubrica Block Notes pubblicata sull’Europeo ha scritto che "il naufragio del pentapartito gli ricorda il matrimonio andato in frantumi di due suoi amici dopo un aspro litigio perché le ampolline dell’olio e dell’aceto erano rimaste senza tappo". Naturalmente l’ultimo litigio non era la vera causa del divorzio, ma la famosa ultima goccia in un vaso riempito ogni giorno da incomprensioni, malumori e un’accentuata incompatibilità caratteriale.

A questo punto qualcuno di voi avrà esclamato “Finalmente un governo”. Dimenticando una cosa fondamentale di quegli anni. Avere governi stabili, fare le riforme necessarie al Paese, risolvere i problemi, era l’ultimo dei loro pensieri.
 Infatti il dibattito parlamentare dimostrò chiaramente che il Governo Fanfani si era presentato alle Camere non per avere la fiducia del Parlamento, ma con l’obiettivo. chiaro, esplicito e dichiarato, di vedersela negata la fiducia.

Non ci credete?

18 aprile 1987
Il Governo si reca alla Camera dei Deputati. Durante la presentazione del programma il dibattito è acceso.
E fin qui.

28 aprile 1987
Ci siamo. Oggi l’esecutivo di Fanfani è in aula per la fiducia. La Iotti legge le tre mozioni di fiducia presentate. Sono quelle Dp, radicale e democristiana.
Fanfani sceglie che il voto avvenga sulla base di quest' ultima che porta la firma di Martinazzoli. Poche righe “La Camera, udite le comunicazioni del governo, le approva”.
Chiaro e semplice.

Ore 10.30
Bettino Craxi, prende la parola. Annuncia che il Psi voterà la fiducia a Fanfani. Il primo impulso sarebbe stato quello di un voto contrario ma, in nome dell' interesse generale del Paese (sich!) , Craxi chiede a Fanfani di fare il suo dovere E che si facciano i referendum alla data stabilita.

(Pochi giorni prima è stato approvato dal Consiglio dei Ministri un d.d.l. che consente, eccezionalmente, lo svolgimento dei referendum nello stesso anno delle elezioni politiche).

Elezioni politiche?
Ma il nuovo governo non è in aula per chiedere la fiducia? Craxi dice che non è un trucco, non è una trovata. E se Fanfani, ottenuta la fiducia si dimettesse? E noi andiamo al Quirinale, replica Craxi. Per chiedere a Cossiga un nuovo incarico, per un laico. Diremo a Cossiga che in ogni caso non deve sciogliere le Camere.

In seguito i gruppi referendari chiesero un incontro a Cossiga per sollecitare un ulteriore passaggio che evitasse lo scioglimento delle Camere. Cossiga rifiuterà l’incontro.

Rino Formica sta spiegando la mossa di Craxi ad alcuni esponenti del suo partito. Vicino a lui a Rutelli, entusiasta della trappola tesa alla Dc. Arriva Mancini e si congratula con Craxi.
Mentre parlano fra di loro qualcuno li informa che la Dc sta decidendo di astenersi per fermare le conseguenze della mossa socialista. La DC farà mancare i voti necessari a far raggiungere la maggioranza ad un governo formato quasi esclusivamente da ministri democristiani.
Il circo Barnum continua.

Sono le 11.00
Viene chiesto ai comunisti di astenersi. Inascoltati. Il fronte socialista-radicale di Pannella favorevole alla fiducia. Anche se la maggioranza del Psi si era espressa per il voto contrario o l'astensione, Craxi ha deciso diversamente. Come sempre.

Dp annuncia voto di fiducia a Fanfani. Scotti scuote la testa. In aula la Sinistra Indipendente annuncia il suo voto contrario. Altissimo non sa più a che santo votarsi. Promette l'astensione, forse.

Il Psdi sulla linea Craxi-Pannella: fiducia a Fanfani. Giorgio Ruffolo, socialista, non ce la fa a dire sì a Fanfani. Si asterrà. Una ventina di democristiani (tra cui Piccoli), non se l'è sentita di non dire sì a Fanfani. Ma stanno lontano dai banchi. Il PRI è per l'astensione.

Il PCI ed MSI motivano il loro no. Sono già alla campagna elettorale. "Si ricordino gli elettori di quello che sta avvenendo", ripetono. Tocca a Martinazzoli spiegare l’inspiegabile: l'astensione dc sulla propria mozione di fiducia a Fanfani. Ridicoli. Ormai la politica è altrove.

Martinazzoli dice di aver demolito la mossa di Craxi. Visto che la mossa di Craxi è solo una finzione allora non ci asteniamo. (sich!!!) “E' vostro l'inganno, siete voi l'inganno” grida Craxi dal suo banco.
E’ De Mita a spiegare il tutto: “ L' inganno è il loro, sono contro Fanfani e votano per lui” Allora noi, che siamo a favore, ci asteniamo (in pratica un voto contro). Il circo continua.

Martinazzoli va oltre. “Io ho dovuto fare una cosa che non avrei mai voluto fare, una cosa che rende più difficile il mio rapporto con la politica. Ma era necessario, hanno spinto il gioco oltre misura”.
De Mita spiega ai ministri e sottosegretari dc (preoccupati) che loro possono votare la fiducia, non devono astenersi. E’ il momento del voto. Tutti a votare e poi i saluti di rito.
Il circo può chiudere i battenti.

Non prima di aver dato i numeri della votazione. 131 voti favorevoli, 240 voti contrari e 193 astensioni. Alle 15 e 40 Nilde Iotti comunica che il governo Fanfani non ha ottenuto la fiducia. Fanfani rassegna le dimissioni.

Ore 14.30
Sentiti i Presidenti delle Camere ed il Presidente del Consiglio dimissionario, Cossiga procede a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni.

Dopo 11 giorni di beghe, di colpi di scena, di ripicche, di rinunce e di comportamenti irrazionali il Governo Fanfani si dimise.
Dopo soli 11 giorni. Restò in carica fino al 28 Luglio, esattamente per 102 giorni (11 di governo e 91 di crisi).
Di regola, mancando la fiducia, il Governo resta in carica solamente per il disbrigo degli affari correnti. Non fu così. C’erano da nominare il Capo di Stato maggiore della Difesa, il segretario del comitato esecutivo per i servizi di sicurezza, il presidente dell’Agenzia per il Mezzogiorno e molti altri.

Giusto. In fatto di nomine chi meglio di loro.
Sul piano legislativo poi il governo svolse attraverso i decreti legge una notevole attività fregandosene di tutto e di tutti.

E questo è tutto. Due mesi di comiche e forse a qualcuno di voi è pure venuto il mal di testa. E ho solo scritto delle consultazioni ufficiali.
Vi garantisco che anche per gli addetti ai lavori fu difficile seguire il vortice di tutte le consultazioni

Oltre a quelle quelle ufficiali, (di cui ho scritto solo un sunto), ci furono anche quelle ufficiose, limitate, esplorative, segrete, illimitate, per mandato presidenziale, per iniziative personali, per incarico del partito. E poi c’era quello della portinaia, del macellaio di fiducia, del panettiere sotto casa. Insomma, veramente un circo.
Dove Fanfani si consultava con Spadolini che consultava Natta che, mentre consultava Pannella, si consultava con Nicolazzi che si era appena consultato con Andreotti e Forlani.

A questo punto ognuno tragga le proprie conclusioni. Ricordando che loro, questo modo di fare, “lo chiamavano governare”. Loro.



Johannes Bückler
P.S. Ricordate i referendum? Si tennero eccezionalmente l’8 novembre dello stesso anno delle elezioni. La caduta del governo lì spostò solo di pochi mesi. La Dc e il PCI erano inizialmente contrari, cambiarono idea quando capirono che il “Sì” avrebbe vinto. Il cambio di rotta per evitare eventuali ripercussioni politiche nel caso di sconfitta del “No” imperniato sull’asse DC e PCI contrapposto ad uno schieramento laico formato dai Radicali e dal PSI.
In quel momento (ma non solo) nessuno prendeva decisioni pensando al Paese, ma solo al proprio tornaconto politico.

Nei referendum i Sì si attestarono sull’80%.

Al prossimo assalto alla diligenza…

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (e che blocca il Paese), non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

E lo chiamavano governare. (1) (2) 3 (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11) (12) (13) (14) (15)

martedì 4 novembre 2014

E lo chiamavano governare (14)


Il patto della staffetta.

28 novembre 1986 

Dopo essersi garantito l’avvicendamento a Palazzo Chigi, Ciriaco De Mita dimostra di non sapere esattamente come comportarsi. In primavera il Presidente della Repubblica manderà alle Camere il nuovo Presidente del Consiglio. Un democristiano naturalmente. Però lui vorrebbe restare a piazza del Gesù. Ad Andreotti e Forlani la cosa non par vera e si dimostrano subito entusiasti della cosa. Ora si tratta solo di aspettare. La primavera non è lontana.

17 Febbraio 1987 
Oggi Craxi è stato ospite della trasmissione Mixer di Giovanni Minoli. Nell’intervista in pratica ha sconfessato il famoso “patto della staffetta” di cui De Mita si è molto speso per tenere buono il suo partito.
Il patto prevede (o meglio prevedeva) in primavera il passaggio delle consegne. Craxi se ne deve andare lasciando il posto a un rappresentante della Democrazia Cristiana. Invece...


Craxi si è presentato alla Camera per liquidare la staffetta, sostenendo che è: "un’invenzione e un abuso"
L’intervista a Minoli fu una provocazione premeditata da Craxi. Infatti, prima di iniziare la trasmissione, aveva chiesto a Minoli se fossero presenti dei giornalisti e alla risposta affermativa aveva sorriso. Terminata la registrazione commentò: ”E così abbiamo liquidato pure la staffetta”.
In quel momento non immaginava che, tra poco, a essere “liquidato”  sarebbe stato solo lui.

19 febbraio
La rappresaglia è iniziata. Sul decreto sulla fiscalizzazione degli oneri sociali la Dc ha votato col Pci e i missini. In pratica il Senato ha respinto tutti gli emendamenti proposti dal Governo. Il decreto è stato approvato con  una regalia agli agricoltori. In vista delle elezioni la Dc ha cominciato a seminare. Nella “raccolta voti" è maestra.
La spaccatura ormai è netta e sicuramente ci saranno ripercussioni nei prossimi giorni.

20 febbraio
Il gioco ormai si fa duro tra Dc e Psi. De Mita ha dichiarato:“E’ finito il tempo delle parole, comincia quella dei fatti. I democristiani si sentono traditi perché è stata rimessa in discussione la staffetta”. 
Non contento ha ricevuto al secondo piano di palazzo del Gesù i direttori dei maggiori istituti demoscopici per avere previsioni sul futuro elettorale. E chi vuole intendere intenda. 

4 marzo
Craxi si è dimesso.


9 marzo
Cossiga ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo a Giulio Andreotti. 

25 marzo
Andreotti ha fallito. L’incarico viene affidato a Nilde Iotti.

31 Marzo
Nilde Iotti torna da Cossiga dicendo che esiste ancora la possibilità di un pentapartito.

7 Aprile
Cossiga respinge le dimissioni di Craxi e lo rimanda alle Camere.

9 aprile
La Dc (incavolata nera) ritira i suoi ministri dal Governo.

10 Aprile
Craxi rassegna di nuovo le dimissioni. Cossiga assegna l’incarico a Scalfaro.

14 Aprile
Scalfaro torna da Cossiga per comunicare l’esito negativo del suo tentativo.

15 aprile
Cossiga incarica Fanfani.

19 aprile
Governo fatto. Si va alle Camere.

Craxi non si è presentato alla cerimonia  per il rituale passaggio di consegne. Ha mandato  il fido Amato.

28 aprile
Il Governo Fanfani non ottiene la fiducia Si va a votare il 14 giugno. Un Governo elettorale a trazione democristiana. 

Durante la crisi di governo i partiti non si fermarono. C’erano da spartire le nomine alla Rai. 

Ricordate il contratto dei medici? Fu  firmato l’8 aprile proprio nello stesso momento delle dimissioni di Craxi. 15 mesi di scontri, di scioperi selvaggi. Mentre il Governo cercava disperatamente di tenere sotto controllo il deficit (si fa per dire…..tenere sotto controllo 100.000 miliardi di deficit), loro continuarono tranquilli. Il costo complessivo (si cercò di contenerlo a 1.000 miliardi) fu di 1.042 miliardi per i soli paramedici e 982 per il personale medico. In totale 2.024 miliardi di Lire. E ottennero questi aumenti: 
Medici a tempo pieno
Assistenti +41,11% - Aiuto + 41,14%  - Primario + 41,07%
Medici a tempo definito
Assistente +25,94% - Aiuto + 25,91% - Primario + 26,94%
Paramedici
Aumento medio di 155.000 Lire mensili oltre a tutti i benefici derivanti dalla revisione dell’inquadramento e dalla riparametrazione.
Inoltre:
115.000 capi operai passarono dal 4° al 5° livello con aumento stipendio del 16,5%.
160.000 infermieri salirono dal 5° al 6° livello – le caposala al 7° e i direttori all’8°
A tutti i medici venne aumentata indennità di pronta reperibilità del 40%. + incentivi di produttività dell’11,5%.
Agli assistenti con 5 anni anzianità doppio scatto.
L’orario di lavoro venne ridotto di due ore per tutti.
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Chiaro che dopo il rinnovo del contratto dei medici l’obiettivo dei 100.000 miliardi di deficit cominciò a scricchiolare. e non poteva essere diversamente. Per gli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici nella Finanziaria '87 erano stati stanziati 2.384 miliardi + 2.855 per i due anni successivi per un totale di 8.094 miliardi di Lire. Cioè il 13% di aumento medio per coprire il tasso d'inflazione programmato (6% nell'86, 4% nell'87 e 3% nell'88). Nel febbraio '87 la Banca d'Italia fece sapere che probabilmente il 13% di aumento medio previsto sarebbe arrivato (con i nuovi contratti) al 15%. In pratica rifacendo i conti agli 8.094 miliardi dovettero aggiungere altri 1.500 miliardi. Ma rifacendo ancora i conti si accorsero che servivano invece 11.824 miliardi. In pratica avevano sbagliato tutte le stime. Ma era facile prevederlo se ad ogni contratto inserisci clausole che prevedono aumenti di anzianità non previsti, agevolazioni per passaggi a livelli superiori in modo automatico o indennità varie a destra e a manca.

Ricordo che quando ne parlai con un vecchio democristiano la sua risposta fu: “Tranquillo, lo sconquasso dei conti pubblici di regola va di pari passo con un aumento di voti nelle urne elettorali”. Già. 

Resta solo da chiedersi dove ci porterà questo continuo indebitarsi. Fino a quando reggerà il sistema? Non ci si può indebitare all’infinito. Mio padre (imprenditore) odia fare debiti. Continua a ripetermi che quando hai molto, ma anche molti debiti, non ti puoi considerare ricco.

Il deficit (e con esso il debito) stava crescendo in un modo incredibile. Lo sapevano tutti, cittadini compresi. Malgrado ciò continuarono a chiedere sempre di più. Anche senza Governo.

I pensionamenti anticipati a carico dello Stato, l’assunzione di dipendenti pubblici malgrado il blocco delle assunzioni, 7 miliardi per il settore del pomodoro (una regalia), e così via...

Sia chiaro, io tengo via tutto. Non vorrei che fra 20 o 30 anni qualcuno si metta a tranciare giudizi dimenticando com'è stato governato il Paese in questi anni. Creando ricchezza, ma depredando il futuro dei nostri figli. Che, ne sono certo,  non ce lo perdoneranno mai.

Ah, dimenticavo. Craxi lasciò fare, convinto che prima o poi sarebbe tornato alla guida del Paese. Si sbagliava. Quella fu l'ultima volta. Non ci tornerà mai più. 

Al prossimo assalto alla diligenza…

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (e che blocca il Paese), non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

E lo chiamavano governare. (1) (2) 3 (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11) (12) (13) (14) (15)

giovedì 30 ottobre 2014

E lo chiamavano governare (12)


La democrazia del deficit.

8 agosto 1986 
Oggi il secondo Governo Craxi ha ottenuto la fiducia alla Camera dopo quella al Senato. E’ il quarantatreesimo governo della Repubblica, il secondo della IX legislatura. Craxi sa benissimo che può continuare a occupare quella poltrona solo perché De Mita ha deciso che andare a elezioni in questo momento non gli conviene. Ancora troppo alto il  consenso nel Paese del Presidente del Consiglio e poi tra poco c’è la finanziaria...
Ma una cosa è certa: lo stesso De Mita gli ha fatto capire in più occasioni che  tra sei mesi deve togliersi dalle scatole. La Democrazia Cristiana deve tornare alla guida del Paese. Costi quel che costi.

27 agosto 
Oggi si è riunito il governo per iniziare a discutere della nuova finanziaria. Sono presenti Craxi, Goria, Visentini, Romita, De Michelis e il liberale Zanone.
Dando uno sguardo al passato (per quanto riguarda la spesa pubblica) hanno poco da stare allegri.

Nella finanziaria ’85 il deficit era stato fissato a 96.300 miliardi. A Febbraio era stata ritoccato a 99.900 miliardi. A settembre (e avevano giurato tutti che questo sarebbe stato l’ultimo ritocco) a 106.700 miliardi. L’anno si era chiuso a – 112.000 miliardi. Un buco pari a un terzo delle spese. La vera democrazia del deficit. Spendere 350.000 miliardi quando ne incassi meno di 250.000. Grandi. 

Craxi ha detto basta. Per il 1987 il deficit deve essere fissato assolutamente a 100.000 miliardi, non una lira di più, non una lira di meno. Non solo. Questa finanziaria, dice, deve essere ricordata come l’inizio di un risanamento totale. Interventi strutturali di riduzione della spesa, meno sprechi, eliminazione di distorsioni e privilegi dello stato sociale.
Tutto per liberare risorse da destinare all’occupazione.
Per ridurre sprechi e privilegi non bisogna nemmeno andare tanto lontano. Esiste o no la Commissione tecnica per la spesa pubblica?
L’ultimo documento sul tavolo del Governo riporta risparmi per: 16.000 miliardi nel ’86, 19.000 nel 1987, 22.000 nel 1988 e 24.000 miliardi nel 1989.
Le principali proposte per la riduzione della spesa consistono in: niente pensioni di reversibilità per chi percepisce due o più pensioni (salvo le minime), aumento dell’età pensionabile fino ad arrivare a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, pensioni di anzianità solo a chi ha lavorato almeno 25 anni (di contributi), controlli su tutte le esenzioni nella sanità. Per esempio: ci sono almeno due milioni di falsi invalidi e a questi dobbiamo dire basta. E poi ci sono i repubblicani e i liberali che spingono alla privatizzazione di Ina e Enel.

10 Settembre
I buoni proposti di riduzione della spesa si sono già arenati. Ma si sapeva. Tra pochi mesi ci sono le amministrative e sicuramente le politiche (De mita docet). Quindi? Cosa può fare la Dc? Assecondare Craxi e i suoi intenti di risanare il Paese e aumentargli a dismisura il già alto consenso? Giammai. Goria ha appena suggerito a Craxi di volare basso. Lui è democristiano, e questo si sa, ma è soprattutto a capo della Commissione tecnica della Spesa Pubblica (ed è il pupillo di De Mita, ma questo evita di dichiararlo). “Si fa presto a dire: niente pensione a chi non ne ha diritto”. Si fa presto anche a dire”privatizziamo”, o peggio “risaniamo la sanità”.

Quando un politico parla è necessario usare il traduttore automatico di politichese. Se Goria dice “si fa presto a dire risaniamo la sanità”, significa: “come puoi pretendere di farlo se le Usl, il ministero e tutto quello che riguarda la sanità è in mano al mio partito, la Democrazia Cristiana?” Così è più chiaro? 

20 settembre 
Tutto è fermo. In questo momento ci sono cose ben più importanti del risanamento del Paese. Per esempio le nomine delle banche pubbliche. Il mandato triennale è scaduto e come al solito è iniziato il ballo delle spartizioni. Di poltrone naturalmente.
Una cinquantina di banche pubbliche quindi presidenti, vice, amministratori delegati da nominare. Di regola non si sta troppo a guardare per il sottile: un posto a me, uno a te, un posto a un amico mio, uno posto a un amico tuo. E via così. Niente di complicato.
Questa volta però i socialisti si sono presentati un tantino più preparati. Un bel manualetto dove le banche sono state suddivise per “peso politico”. “E’ ora di finirla di assegnare le banche a caso., dicono, cerchiamo di essere più precisi”.
I socialisti non hanno fatto in tempo a cantare vittoria. Il Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio), sede istituzionale delle nomine, non ha accettato il manualetto. Chissà perchè. (Goria, ministro del Tesoro democristiano che presiede il comitato non vi dice niente?)

30 settembre 
Oggi Goria ha fatto una dichiarazione. Una delle sue. Ha appena avvertito il Paese che da questo momento gli interessi sui titoli pubblici (ad oggi esentasse) saranno tassati del 12,50% (metà rispetto agli altri depositi). Però ha aggiunto: "gli italiani non si devono preoccupare, non perderanno niente. Quello che perdono con le tasse gli verrà restituito aumentando gli interessi". Bingo.
In un colpo solo Goria è riuscito a far arrabbiare tutti. Cittadini compresi. Ma come, solo poco tempo fa aveva bollato come inutile scorciatoia la stessa proposta fatta dal premio Nobel Modigliani e ora…

2 ore dopo  - Goria, ha cominciato a fare marcia indietro. Saranno tassati solo i titoli futuri. Ah beh….
4 ore dopo - Goria esclude la tassazione dei Bot.

Si scoprì che in realtà la proposta era di Visentini. che aveva mandato in avanscoperta Goria.

Quindi, ricapitolando: per mesi il Ministro del Tesoro dichiara che tassare i Bot è inutile. Poi (sollecitato da Visentini) dichiara che bisogna tassare i Bot. Poi dichiara “solo quelli futuri”. Poi dichiara che non cambierà niente perché saranno aumentati gli interessi. Poi che non se ne farà più niente. Come fai uno così a non nominarlo Presidente del Consiglio? Infatti tra poco...

Mentre si discute della finanziaria del 1987 il 1986 si è chiuso (così dicono e scrivono) come l’anno migliore per la finanza pubblica degli ultimi vent’anni (ma si  è rispettato solo il deficit previsto...). La finanziaria ’86 aveva fissato il deficit in 110.000 miliardi. Si è arrestato a 109.830 miliardi. Naturalmente non è tutto merito del governo. Produzione in aumento, calo del prezzo del petrolio e inflazione in ribasso...Insomma, era il minimo. Anche se…

In realtà , mentre alla fine del 1985 il disavanzo di cassa e di competenza era praticamente alla pari, nel 1986 il disavanzo di competenza era superiore di ben 27.000 miliardi. Spese in circolazione che prima o poi……

Come sarà la finanziaria '87? Riuscirà Craxi a rispettare gli impegni presi? Difficile dirlo. Certo non è facile quando sai che te ne devi andare tra pochi mesi. 
Il 3 ottobre sull'Avanti uscì un corsivo a firma Ghino di Tacco (alias  Bettino Craxi) dove dichiarava che "il patto della staffetta non esiste e non è mai esistito". In pratica non esisteva nessun accordo per far succedere a marzo un democristiano alla guida del Paese. La replica di Mastella (stretto collaboratore di De Mita) fu un laconico "No Comment". 

L'accordo forse non esisteva, ma tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Lo aveva detto De Mita. E lui non scherzava mai.


Al prossimo assalto alla diligenza…

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (e che blocca il Paese), non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

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martedì 28 ottobre 2014

E lo chiamavano governare (11)


25 giugno 1986

Craxi è Presidente del Consiglio dal 4 agosto 1983. Al Paese non sembra vero questa boccata di stabilità abituato com’è a crisi di governo annuali o peggio semestrali. Quello che piace invece ai politici dello scudo crociato che trovano appassionante la possibilità di rimettere sempre tutto in gioco. Un gioco che permette loro una continua contrattazione di posti e favori. Non importa se a causa di ciò non non si riesce a portare a compimento nessuna riforma del Paese. Craxi lo sa bene. De Mita, infatti, non perde occasione di ricordargli che non può ricoprire quella carica per sempre.

Le riforme sono al palo e la sanità allo sbando. Di contro i partiti si sono appena accaparrati 83 miliardi di contributi. Perché, dicono, “non vorrete che un politico paghi l’Irpef come un cittadino qualunque”. Infatti la pagano solo sul 70% dello stipendio. E il resto? Tranquilli, ci pensiamo noi cittadini.

Intanto i treni sono sempre in ritardo e le lettere non arrivano mai. Ma non è nemmeno il problema principale se hai un ministro (Silvio Gava) che passa le giornate a far assumere falsi invalidi nell’amministrazione pubblica. In settimana. Perchè la domenica giocano a calcio nella squadra del paese.

Oggi De Mita ha ricordato a Craxi che il suo partito è ancora (soprattutto dopo le elezioni in Sicilia), il partito di maggioranza. E non ha la Presidenza del Consiglio. Certo, ha in sostanza tutti gli altri posti di rilievo, ministeri e vice presidenza compresa, ma in politica mai accontentarsi Anche se continua a ripetere che non vuole una crisi.

26 giugno
In aula è arrivato un decreto legge che finanzia gli enti locali e il governo per evitare sorprese ha posto la fiducia. Il governo è già andato sotto questa mattina e, tra accuse reciproche, Dc e Psi sono ai ferri corti. Il voto di fiducia a votazione palese è a favore del Governo. 338 sì contro 230 no. Ora si va al voto segreto (una pratica che già ha mietuto vittime) e se tanto mi da tanto…
Il Presidente della Camera annuncia la votazione: presenti 559, maggioranza 280, favorevoli solo 266.

27 giugno 
Alle 19 Craxi ha dato le dimissioni. Il primo esecutivo guidato da un socialista è durato 1058 giorni. Cossiga ne ha preso atto, ma non ha ancora deciso se accettarle o respingerle. Esaminerà il tutto e lunedì aprirà le consultazioni.

1 luglio 
Oggi l’annuncio della crisi in aula. Presenti? Solo due. Il missino Rauti e il demoproletario Russo. Il resto in vacanza. Già.

2 luglio
Cossiga ha dato un mandato "esplorativo" a Fanfani,

9 luglio
Dopo una settimana Fanfani è tornato da Cossiga. Senza risultati.

10 luglio
Cossiga ha deciso di mandare in pista Giulio Andreotti. Tutti i partiti hanno arricciato il naso ritenendo inutile questo tentativo. Gli unici contenti (ma si sapeva) i comunisti. Che il Pci abbia un debole per Andreotti è cosa risaputa. Malgrado ci sia il suo nome in ogni scandalo.
Il massimo del riguardo per Andreotti il Pci lo aveva raggiunto nell’ottobre 1984, quando aveva votato contro (salvandogli la poltrona di ministro) alla richiesta di dimissioni. L’accusa era quella di aver aiutato Sindona, che lui continua ancora oggi a definire “il salvatore della lira”. I 154 deputati comunisti avevano obbedito al loro Presidente di gruppo, Giorgio Napolitano e lo avevano salvato. 
Oggi brindano per il suo mandato esplorativo.

11 luglio 
Andreotti ha cominciato a guardarsi in giro, ma non ha nessuna intenzione di formare un Governo. A lui piace tessere tele. E tra un incontro e l’altro ha già disposto il futuro governo. In sintesi: Craxi rimane ancora per un po' e poi lascia il posto alla Dc. Punto.

1 agosto 
Dopo lunghe trattative (sich) l’incarico viene affidato di nuovo a Craxi. Il Craxi-bis.
Ma una cosa sappiamo tutti. Il suo incarico è a tempo. L’anno prossimo (si dice in primavera) quel posto tornerà nelle mani della Dc. Lo ha detto De Mita, l’uomo di Nusco. E accidenti se c’è da credergli.

Mi sono sempre chiesto dove fosse il Paese in quei giorni. Nel dibattito politico mai una volta che risuonasse la parola “riforme”, o servizi che dovevano migliorare o che si parlasse di sviluppo. Al centro solo e sempre la distribuzione di poltrone. Solo quelle. Ma dal Paese nessuna reazione. Ma un motivo c'era: avevano messo in piedi un vero “Stato assistenziale” al quale tutti si avvicinavano al grido di :“avanti, ce n’è per tutti”.
Ma, come spesso accade in questi casi "per tutti, ma non per sempre".



Al prossimo assalto alla diligenza…

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (e che blocca il Paese), non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

E lo chiamavano governare. (1) (2) 3 (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11) (12)

mercoledì 11 settembre 2013

E lo chiamavano governare (4)


26 Giugno 1983    Nuove elezioni, ma prima… 

Prima di ogni elezione che si rispetti i governi uscenti cercano di accaparrare consenso. Fanfani &C. hanno colto la palla al balzo per chiudere il contratto dei dipendenti pubblici.
Ciò in barba al buon governo, al tetto d’inflazione programmata.
Sarebbe stato più logico lasciare al nuovo governo la chiusura dei contratti, ma con le elezioni alle porte è ormai prassi (sì avete capito bene, è prassi) garantirsi la riconoscenza di una parte di elettori.
E cosa c’è di meglio di 3 milioni di dipendenti pubblici? Costo dell’operazione? 6.000 miliardi di lire in 3 anni. E poiché Goria ha appena introdotto una piccola strettina (piccola piccola) sulle baby pensioni, il ministro Schietroma (Funzione pubblica) ha appena emanato una circolare. La strettina viene eliminata. Il consenso prima di tutto.

Probabilmente Goria (o chi per lui) non era capace a far di conto. Per gli aumenti al milione e 100mila insegnanti furono preventivati 1000 miliardi di lire. Ce ne vollero 2.000.
E così per ogni settore pubblico. Alla fine i 6.000 miliardi preventivati diventarono 12.000. Conseguenza di questi errori fu che Goria rimase al suo posto, pronto in elezioni successive a diventare Presidente del Consiglio. Della serie: la competenza paga.

L’ottava legislatura è terminata da poco e diciamo la verità, ha lasciato pochi rimpianti.
La nona sta per iniziare con risultati elettorali abbastanza sorprendenti.
La DC (32,7%) ha perso il 6% dei voti e il PSI si è attestato all’11,3% lontano dalla percentuale prevista del 15%. E’ il terzo partito, ma De Mita ha deciso di togliere il veto a Craxi, che, di fatto, sta per diventare Presidente del Consiglio. Il primo socialista della storia d’Italia.



Il primo governo italiano a guida socialista ha avuto una nascita piuttosto travagliata. Forse sui programmi? Sulle responsabilità da condividere in futuro? Ma quando mai.
La presentazione del governo è slittata di un giorno e ha avuto momenti imbarazzanti per la più antica e banale delle spiegazioni: la spartizione delle poltrone.



Liberali e socialdemocratici nonostante un 7% totale hanno una grande potere, tanto da far dire a Pietro Longo “non credano i partiti maggiori di fare i conti senza di noi”. Detto, fatto. A Pietro Longo va il Bilancio con qualche migliaio di miliardi di lire da gestire.

De Mita ha tolto il veto su Craxi, ma da buon democristiano conosce la matematica. Quindi se Craxi è Presidente del Consiglio il governo deve essere democristiano. I ministri sono 29? I ministri DC devono essere 15; tra l’altro il numero perfetto per le spartizioni alle correnti. Cinque agli amici di De Mita, cinque agli amici di Piccoli e Andreotti e cinque alla “minoranza” di Forlani. Ai socialisti vanno solo quattro ministri. Non si può dire che De Mita abbia perso la partita con Craxi a Palazzo Chigi.

Alle 17, momento del giuramento, ci si accorge che manca qualcuno. Si tratta di Michele Di Giesi che dalla Marina Mercantile è passato alle Regioni. Di lui nessuna traccia. Il motivo? Di Giesi ha rinunciato. “Gli elettori non mi hanno votato per stare a guardia di bidoni”, dice. Le Regioni non sono soggetti politici e lui vuole fare politica. Bene. Una telefonata a Romita che è al mare e il vuoto è riempito. Surreale.

Craxi è emozionato e si vede. Ha persino dimenticato nella lettura dei ministri quello di Alfredo Biondi all’Ecologia. Forse per il fatto che Biondi di Ecologia non ne capisce niente. Ma questo non è mai stato un problema.

Furono tre anni, il Craxi I, di crescita e ricchezza; ricchezza che non si vedeva da almeno 20 anni. Poteva quindi, (anzi doveva) invertire la rotta. Abbandonare la via del disavanzo, controllare entrate e spese, arginare il debito pubblico e gli interessi che su di esso si pagavano.

Il primo anno promise di contenere il disavanzo in 60mila miliardi di lire. L’anno si chiuse a meno 88.000. I suoi due obiettivi erano il 10% del PIL di disavanzo complessivo e il 5% di disavanzo corrente. Si ritrovò col 17% il primo e l’8% il secondo. Questo lo faceva imbufalire. Il primo governo socialista e questi conti?
Fu così che ebbe un’idea. Poiché non diminuiva il deficit, pensò, perché non rivalutare il Prodotto interno lordo?
Si decise di quantificare il lavoro “sommerso”. E di colpo il fabbisogno scese dal 17 al 13,2%, e il disavanzo corrente dall’8% al 6%. Ma anche con questo artificio gli obiettivi rimasero lontani.

Nel giorno del suo insediamento Craxi aveva fatto una solenne promessa: calcoleremo, controlleremo e governeremo la spesa pubblica. Nel suo primo mandato non fece niente di tutto ciò.

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (che blocca il Paese) non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

Johannes Bückler

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Alla prossima puntata...