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domenica 15 giugno 2014

Il pasticcio della Tasi. Diabolico perseverare.


Caro Direttore,
difficile trovare, nella storia fiscale del nostro Paese, un momento d’incertezza e confusione come nel caso della nuova Tasi.
Basti pensare a quei comuni che hanno fatto il loro dovere deliberando le aliquote nei termini prefissati (come nel caso di Bergamo) costretti in seguito a un rinvio del pagamento a ottobre.
Purtroppo la confusione non accenna a diminuire.
Mentre molti commercialisti della nostra città invitano comunque al pagamento (entro il 16 giugno), fuori dagli uffici competenti fanno bella mostra cartelli che indicano il 16 ottobre come nuovo termine.
Quindi che fare? Al momento il consiglio è di pagare subito (almeno per chi riesce nell’intento), anche se nell’ultimo giorno utile. Per gli altri attendere la nuova data (sperando che venga confermata dalla nuova amministrazione), e magari una decisione definitiva del governo che tranquillizzi tutti in tema di errori, sanzioni e interessi in caso di ritardo nei pagamenti.
A quanti invece hanno contribuito all’ennesimo pasticcio, consiglio vivamente una rilettura della Legge 27 luglio 2000 n. 212, quella sulle disposizioni in materia di Statuto dei diritti dei contribuenti.
Dove si parla di “Chiarezza e trasparenza delle disposizioni tributarie” (art.2), di “Efficacia temporale delle norme tributarie” (art.3), dell’ “Informazione del contribuente” (art.5) e “Conoscenza degli atti e semplificazione” (art.6).
Una ripassatina via, che non fa mai male.
Perché errare è umano, ma perseverare sarebbe diabolico, soprattutto con i contribuenti. E troppo costoso in termini di fiducia.

Un caro saluto

Johannes Bückler

15 Giugno 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

sabato 31 maggio 2014

Fisco, una rotta da invertire. Le assurde code agli sportelli.


Dopo la “sbornia” da campagna elettorale (per Bergamo non ancora conclusa) ci voleva una nuova scadenza fiscale per farci tornare alla cruda realtà.
Ci ha pensato la Tasi, la tassa sui servizi indivisibili, ultima novità in tema d’imposte.
E’ una delle tre voci della Iuc (Imposta Unica Comunale in primis battezzata TRISE) che si compone anche della Tari (Tassa Rifiuti) e la vecchia Imu (applicata questa volta agli immobili diversi dall’abitazione principale).
Sulla Tari si potrebbe aggiungere che non è tanto diversa dalle vecchie Tarsu, Tia1 e Tia2, ma entrare nei dettagli rischia di procurare un mal di testa al lettore, meglio evitare.
Veniamo quindi al sodo. La prima rata di questa nuova tassa dovrà essere pagata entro il 16 giugno, ma non per tutti (cominciamo bene). Per i comuni che non hanno deliberato le aliquote, c’è tempo infatti fino all’autunno. Lo Stato ha fissato le aliquote minime e massime applicabili, ai Comuni spetta il compito di fissare sconti e agevolazioni.
All’aliquota massima del 2,5 per mille sulla prima casa il Comune potrà applicare un ulteriore aumento dello 0,8 a condizione che la differenza sia utilizzata per le detrazioni. Inoltre la Tasi, a differenza dell’Imu, la pagano pure gli inquilini. La legge prevede una quota tra il 10% e il 30% del totale a carico degli affittuari, anche questa indicata da delibere comunali.
Insomma, in nome del Federalismo Fiscale si è creato un altro mostro legislativo.
Fermo restando la destinazione sacrosanta del gettito rimango dell’idea che in futuro meglio evitare di mettere in mano ai comuni l’entità, la definizione, la gestione e la riscossione di una tassa. Considerando l’inefficienza di molti di questi è chiara la confusione e i problemi che ne possono derivare.
Tra aliquote incerte, scadenze da definire e moduli di pagamento vari ecco che diventano quindi naturali le code agli sportelli degli uffici comunali dei tributi come sta accadendo a Bergamo in questi giorni.
Per chi non ha dimestichezza con sigle, codici tributo, percentuali, aliquote e rendite (indispensabili per il calcolo) il tutto può davvero diventare un dramma.
Al netto di strumentalizzazioni fuori luogo, difficile addebitare ai nostri amministratori locali le difficoltà che i contribuenti stanno incontrando. La normativa è molto complessa e le scadenze troppo imminenti.
Nemmeno il decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale riguardante i bollettini di pagamento va nella direzione auspicata.
Nonostante la legge di Stabilità ne prevedesse l’obbligo, l’invio dei bollettini precompilati è ora lasciata alla discrezionalità dei comuni. Discrezionalità che a questo punto è meglio evitare.
I comuni che non hanno deliberato le aliquote utilizzino il tempo restante per decidere con calma, preparare e inviare ai propri contribuenti i bollettini precompilati. C’è tutto il tempo necessario. Non facciamo che ci ritroviamo a ottobre con le solite code davanti agli sportelli di comuni, Caf o quant’altro.
E’ giunto il momento (ma quante volte lo abbiamo detto) di cambiare.
Le tasse vanno pagate, ma nel modo giusto, con i tempi giusti e possibilmente diminuendole. Perché se la tornata elettorale per le Europee ha certificato che “più della rabbia poté la speranza”, ora la gente chiede d’invertire la rotta.
Iniziando magari dal Fisco.

Johannes Bückler

31 Maggio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

domenica 11 maggio 2014

Immigrazione e reato di clandestinità. Quei facili slogan che creano paure.


Parlare oggi d’immigrazione significa affrontare una realtà particolarmente complessa.
Per qualcuno infiammare gli animi, suscitare allarmi immotivati, trasmettere rappresentazioni non veritiere e ansiogene. Per altri parlare di un movimento epocale determinato dalla speranza, per una moltitudine di persone, di lasciarsi alle spalle miseria e sofferenze. Inutile negare che lo sradicamento dalla società di origine e la convivenza con regole, norme, costumi e valori, a volte nemmeno compresi, rende difficoltoso l’inserimento di alcune di queste persone.
E’ chiaro però che non è con gli slogan che si risolvono i problemi.
Chi parla della necessità di “fermare l’invasione” dovrebbe prima di tutto rileggersi i giornali d’inizio secolo che descrivevano l’emigrazione di milioni d’italiani costretti a lasciare il Paese per cercare la stessa fortuna. E magari cominciare a raccontare le cose come stanno. Per esempio, riguardo al reato di clandestinità, dire che al momento non è stato abolito, ma è ancora vivo e vegeto. Infatti la legge 67/2014, “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio”, concede 18 mesi di tempo al governo per abrogare il reato d’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
L’art. 2, comma 3, lettera b indica di “abrogare, trasformandolo in illecito amministrativo, il reato previsto dall'articolo 10-bis del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione”. Tradotto, significa che una volta abrogato il reato di clandestinità sarà più facile espellere chi entrerà nel nostro Paese senza permesso di soggiorno. A differenza di oggi, (dove il reato non prevede comunque la galera ma solo una multa), non si dovrà istituire un procedimento penale ogni volta, con i tempi e i costi che ne derivano.
Questa la realtà, e risulta difficile comprendere (o forse si comprende benissimo) come qualcuno cerchi di travisare la realtà creando tensioni e paure ingiustificate. Tra l’altro, probabilmente per la crisi, molti lavoratori stranieri stanno abbandonando il nostro Paese, lasciando nelle casse dell’INPS i contributi versati (almeno per quei Paesi che non hanno accordi bilaterali su questo tema).
E questo non è un bene, (che se ne vadano intendo) pensando ai 7,5 miliardi di contributi versati ogni anno all’INPS da questi lavoratori. Considerata l’età media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5) è chiaro che sono pochissimi gli immigrati che oggi percepiscono la pensione.
In pratica queste persone danno all’INPS più di quanto ricevono e questo è destinato a durare per diversi anni, con innegabili benefici per il sistema previdenziale.
Insomma. Senza negare i problemi che qualsiasi coesistenza può generare, prendiamo atto che gli immigrati costituiscono ormai una realtà ineludibile con cui dobbiamo fare i conti e con cui dobbiamo coesistere.
Piaccia o non piaccia.

Johannes Bückler

11 Maggio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

domenica 4 maggio 2014

Quei politici che la fanno semplice.


Caro Direttore,
siamo un Paese malato, ma la medicina tradizionale non si occupa delle malattie di cui soffriamo da tempo.
Per guarire dallo “scaricabarile” ci vorrebbero anni di terapia intensiva e del “benaltrismo” si parla ormai come di una malattia inguaribile. Ma per non farci mancare mai niente negli ultimi tempi si sta diffondendo qualcosa di più pericoloso: “il semplicismo”. Fortunatamente non colpisce i giovani, anzi per loro ogni piccolo problema diventa a volte di una complessità insormontabile.
Stando alle statistiche sembra non colpire neppure chi cerca quotidianamente di risolvere i problemi in silenzio, senza squilli di tromba. A esserne colpiti sono soprattutto i politici e di ogni schieramento.

Per esempio, se esiste un problema di decoro in una via, qualcuno pensa che basti un pezzo di ferro incastrato in mezzo ad una panchina per sistemare le cose. Perchè il clochard sdraiato non è un bel vedere via, seduto fa tutto un altro effetto.
Certo, se poi ogni tanto il clochard si prendesse la briga di entrare pure in un negozio del centro esibendo una carta di credito il decoro ne guadagnerebbe, ma non si può avere tutto.
Comunque, a differenza di altre malattie, dal “semplicismo” si può guarire. Basta prendere atto di quello che scriveva George Bernard Shaw: “per ogni problema complesso c’è sempre una soluzione semplice. Peccato, sia quella sbagliata“.

Un caro saluto

Johannes Bückler

04 Maggio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo -


domenica 13 aprile 2014

No all'euro. Sì alla poltrona.


Lo confesso, non sono un economista e un po’ me ne vergogno.
Lo so, è un’affermazione imbarazzante di questi tempi. Ma come, in breve tempo sono riusciti a diventarlo 60 milioni d’italiani e lei ancora niente?
Sarà l’età, non lo nascondo, e anche una certa diffidenza e antipatia verso la categoria. Degli economisti intendo, che di regola sono quelle persone che ti dicono “qualche anno dopo” cosa era meglio fare “qualche anno prima”.
Dico questo perché approda oggi nella nostra città il “basta euro tour”. Pensare, anche solo per un momento, che la causa dei nostri mali sia l’euro (che bisogna comunque cambiare, ma cambiare non significa distruggere), è una delle tante bufale che fanno presa negli ultimi tempi.
Che l’enorme debito pubblico, la troppa burocrazia, l’amministrazione pubblica inefficiente, l’evasione fiscale, la corruzione, magari i guasti del treno Vivalto Milano-Bergamo, inaugurato giovedì mattina e già fermo alla sera siano colpa dell’euro, è una balla colossale tesa solo a ignorare i veri problemi del Paese e con l’unico intento, quello sì, di prendere qualche voto.
Infatti, come commentare affermazioni del tipo : “bisogna uscire dall’euro, che ci vuole. Chiudi le banche, cambi Euro in Lire, riapri le banche”. (Apperò!) Anche se aggiungono: “meglio farlo il venerdì sera, quando le banche sono chiuse, per evitate speculazioni“. In pratica per evitare il “Bank run”, che non è un nuovo tipo di corsa per perdere chili, ma semplicemente la corsa agli sportelli delle banche. Quindi, secondo loro, di nascosto.
E qui la vedo un tantino dura. Se la decisione deve essere presa dal Governo e ratificata dal Parlamento (cosa peraltro impossibile), immaginare che la notizia non possa trapelare (e subito presa in carico dai 600.000 operatori finanziari con le inevitabili conseguenze), è un tantinello azzardato.
Con la conseguente corsa agli sportelli di cui sopra. Perché, se la scelta di uscire dall'euro ha lo scopo di recuperare competitività attraverso la svalutazione (piccola o grande, l’unica cosa certa), perché qualcuno dovrebbe tenere i soldi in euro (e perderci con il passaggio alla lira) invece di investirli di corsa in obbligazioni denominate in dollari o sterline? Oppure, perché no, ritirali in fretta e furia per sistemarli sotto un mattone? E come la mettiamo con i debiti che abbiamo con l’estero?  E tutto questo per tornare ai “mitici” (sich!) anni della lira quando l’inflazione era in doppia cifra, le pensioni si davano ai quarantenni e l’invalidità regalata a chi ci vedeva benissimo.
 E i Trattati che abbiamo firmato? “Ne abbiamo stracciati tanti in questi 150 anni di storia, che ci vuole”.
Beh, in effetti mica hanno tutti i torti. Siamo da sempre un Paese inaffidabile, una volta più, una volta meno che volete che sia (scordandoci poi di trovare qualcuno disposto a prestarci soldi in futuro).
Comunque una cosa è certa: dall’euro non si uscirà. Si lavorerà per cambiare le cose che non funzionano, quello sì. Per costruire quell’Europa dei popoli di cui l’Italia, giusto ricordare, è membro fondatore.
Magari dopo che qualche politico o economista no-euro si sarà seduto su una poltrona di Strasburgo.
Una poltrona, giusto ricordare, che garantisce un ottimo stipendio.
Rigorosamente in euro, naturalmente.

Johannes Bückler

13 Aprile 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

giovedì 10 aprile 2014

Il buonsenso è fuorilegge. Evasione fiscale e sentenza beffa.


Una cosa è certa, siamo sempre in leggera controtendenza e la cosa accade da molto, troppo tempo.
Per esempio negli altri Paesi i nomi e i simboli dei partiti sono sempre quelli, mentre a cambiare sono le persone, i politici di riferimento. Da noi nel corso degli anni sono cambiati i nomi, i simboli, ma gli uomini sono rimasti più o meno gli stessi.
Negli altri Paesi sorgono movimenti contro un alto livello di tassazione, ma composti da persone che le tasse comunque le pagano. Perché le leggi prima si rispettano e poi si cambiano, almeno così dicono. Da noi (forse per portarci avanti, vuoi mai) prima abbiamo creato i movimenti che protestano, e poi forse un giorno finiremo col pagarle tutti ‘ste benedette tasse.
Da noi, rispetto agli altri Paesi, dove la tassazione è più alta sui patrimoni e meno sui redditi, è esattamente il contrario. Per poi finire a domandarci perché la gente fatica a consumare.
Negli altri Paesi “tu sei tu” e rimani “tu” per tutta la vita. Da noi per essere certo che “tu sei tu” ti devi presentare davanti a un notaio che garantisce ogni volta che “tu sei tu, ma fanno 100 euro”. E non riesci nemmeno ad arrabbiarti.
In molti Paesi non esiste il reato di abusivismo edilizio perché, dicono, “dovrei costruire una casa dove non si può”? Infatti, a pensarci bene, è una cosa che ci chiediamo in molti.
Da noi ci sono 150 miliardi di evasione fiscale, ma per qualcuno non è un problema perché sono soldi che fanno girare l’economia. Poichè anche la corruzione non è certo da meno e la criminalità organizzata è sicuramente tanto PIL, sta a vedere che il principale ostacolo alla crescita sono le persone oneste.
Gli altri Paesi hanno un terzo delle nostre leggi. Da noi, per obbligare la gente a mettere le cinture di sicurezza che ti salvano la vita, devi scriverne una apposta e sottoporla al Parlamento. In pratica legiferare persino sul buonsenso.
E allora, diciamo la verità, non ti sorprendi più di niente. Nemmeno di fronte a una fresca sentenza della Corte Costituzionale, esattamente l’80/2014 del 7/4. Ad appellarsi alla Consulta un imprenditore di Torre Boldone, legale rappresentante di due società che commerciano in abbigliamento e calzature. Nel 2008 e nel 2009 aveva dichiarato, ma non pagato, circa 145.000 euro. Il suo avvocato aveva sollevato l’illegittimità dell’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 in quanto (udite, udite), se il suo cliente avesse omesso la dichiarazione Iva, invece di presentarla regolarmente e non versarla, non avrebbe commesso nessun reato. Così recita la legge. E la sentenza della Consulta non poteva che essere: “Considerato in diritto che ….il citato art. è ritenuto in contrasto con l’art. 3 della Costituzione anche dal Tribunale di Bergamo…dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74”.
Ora mi domando: ci voleva proprio un’istituzione come la Corte Costituzionale per capire l’assurdità di quella norma? Per bocciare il principio per cui è più conveniente essere un evasore totale piuttosto che dichiarare il giusto e non pagare?
Riusciremo mai a invertire quella leggera e maledetta controtendenza rispetto agli altri Paesi nel modo di legiferare?
Riusciremo mai a mettere un pizzico di buonsenso nelle cose che facciamo?
Oppure, come scrisse Bernard Grasset, “la soluzione del buonsenso è sempre l’ultima a cui pensano gli esperti”?

Johannes Bückler

10 Aprile 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

giovedì 27 marzo 2014

Piscine e sprechi nei comuni. Dal "ben altro" al benservito.


In principio fu il “benaltrismo”. Termine che sintetizza l’espressione “ci vuole ben altro”. Serve a indicare qualcosa di più importante rispetto a quanto sostenuto.
In pratica il benaltrista è pronto a dichiarare che sono “ben altri” i nodi da affrontare ed eventualmente “ben altre” le soluzioni. Metti in evidenza un problema? Sono ben altri i problemi. Tocchi una categoria? E’ ben altra la categoria da toccare.
Parli di evasione fiscale? Ma che dici. E’ la spesa pubblica, il vero cancro.
A parte il fatto che non sarebbe nemmeno la spesa pubblica il problema più importante perché ci sarebbe pure la fame del mondo e il buco nell’ozono (così di ben altro in ben altro in questo Paese non si fa mai niente).
Insomma, se si disputassero le Olimpiadi del “benaltrismo” la medaglia d’oro sarebbe assicurata, troppi campioni. In seguito ha fatto la sua apparizione (della serie “meglio non farci mancare niente”) il “benaltrove”. Sapete, quella cosa per cui l’evasione fiscale cercatela da qualche altra parte, gli sprechi pure, e gli amministratori incapaci sono sempre in altre parti del Paese. Ecco, quella roba lì.
Eppure per quanto riguarda gli sprechi e quant’altro, (corruzione ed evasione fiscale) l’unità d’Italia è fatta da tempo. Ne sono la prova le innumerevoli cattedrali del deserto che fanno bella mostra su tutto il territorio nazionale. Anche Bergamo ha la sua: quel “Centro Servizi delle Finanze” nei pressi di Azzano San Paolo che grida vendetta per lo spreco di finanze pubbliche, che poi sono sempre le nostre. Esistono però altri tipi di sprechi, meno evidenti, ma altrettanto significativi.
Mi riferisco a quanto apparso su queste pagine in merito alle piscine realizzate negli ultimi anni utilizzando lo strumento del project financing. Ben 5 piscine realizzate dal 2004 al 2008 in soli 25 chilometri che più che un servizio ai cittadini assomiglia molto a “facciamo qualcosa di grande che per il consenso non si fa mai abbastanza”.
Per carità, non è lo strumento che è in discussione. Secondo il rapporto di finanza di progetto, in Lombardia sono centinaia le iniziative di questo tipo. Iniziative che vanno dallo sport e spettacolo alle opere stradali; dall’edilizia sociale e scolastica alla produzione di energia da fonti rinnovabili. E numerose sono le ragioni per utilizzarlo. Per esempio quello di aumentare le strutture, grazie all’apporto di risorse private, liberando risorse pubbliche da destinare a servizi carenti. E' chiaro quindi che non è lo strumento in discussione.
In discussione è che, se vuoi costruire una nuova piscina, devi fare almeno quattro conti. Per prima cosa esaminare bene il bacino d’utenza. Poi serve un senso consortile di cooperazione con i comuni limitrofi, una buona programmazione e magari evitare di creare sofferenza, con una nuova struttura, a impianti preesistenti. Se non fai questo, rischi di ritrovarti con mutui da pagare, costi di gestione insopportabili, introiti lontani dalle attese. E’ quello che sta capitatando ai comuni di Stezzano, Osio Sotto. Per non parlare di Ghisalba, Alzano Lombardo e Cologno al Serio.
La crisi ha colpito duro e i soggetti privati faticano ad accollarsi le rate dei mutui. E ad andarci di mezzo rischiano di essere proprio i Comuni, che in qualità di garanti dei prestiti, si dovranno accollare le restanti rate. Non so come ne usciranno, ma una cosa è certa: come sempre, nessuno pagherà per la mancanza di programmazione e per opere di dubbia utilità. E come sempre, a noi cittadini rimarrà solo una speranza, la solita.
Dopo il “benaltrismo” e il “benaltrove” quello di dare a certi amministratori almeno il “benservito”.

Johannes Bückler

27 Marzo 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>