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Al fine di mantenere il blog nell'ambito di un confronto civile e costruttivo, tutti i commenti agli articoli espressi dai lettori verranno preventivamente valutati ed eventualmente moderati. La Redazione.

martedì 31 maggio 2016

"Mussolini ha fatto anche delle cose buone".


Un passo indietro 

Giugno 1948 
Il Ministro delle Finanze Ezio Vanoni ha ricevuto l’incarico di migliorare un sistema tributario antiquato. Un sistema costituito da numerose imposte che grava soprattutto sui ceti medi rispetto, per esempio, alla grande borghesia. Le imposte dirette sono solo ¼ delle entrate fiscali. E’ necessario commisurare l’imposta al reddito realizzato ed applicarla alla realtà.

Gennaio 1951
Legge 11 gennaio 1951, n. 25, detta anche legge Vanoni. E’ il primo atto legislativo di perequazione tributaria. Suo scopo è quello di instaurare, attraverso la dichiarazione, un nuovo clima nei rapporti con il fisco. La dichiarazione sarà annuale, analitica ed unica, e permetterà al fisco di conoscere la situazione complessiva del contribuente. La legge Vanoni ha inoltre disposto una nuova tabella di aliquote, che va da un minimo del 2% ad un massimo del 50%, riconoscendo al tempo stesso il minimo esente di 240.000 lire e la detrazione di 50.000 lire per ogni membro a carico del contribuente, incluso il coniuge.

Sabato 27 gennaio 1952 
La sede dell’Ufficio Tributi del Comune di Roma si trova in via del Teatro di Marcello. Coincidenza vuole che si trovi a pochi metri dalla “Bocca della Verità”. Oggi è un giorno particolare, atteso da molti giornalisti. In base alla legge Vanoni, ogni comune è tenuto a rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani. Tra poco quelle del 1951 che fanno riferimento ai redditi del 1950. I giornalisti però stanno aspettando soprattutto quelle dei politici. Troppo forte la tentazione di beccare qualche potente di turno in castagna.
Non sanno ancora quello che sta per accadere.

I corridoi del pianterreno dell’Ufficio Tributi sono affollatissimi. Oltre ai giornalisti ci sono molti cittadini comuni. Chiaro il loro intento. Sono lì perché vogliono conoscere le cifre dichiarate da amici e conoscenti. La curiosità è enorme.

Si inizia.
Per i giornalisti la caccia ai redditi delle varie personalità, della nobiltà, dello spettacolo, ma quando arrivano alla parte riguardante i politici qualcosa non torna.

Il primo nome è quello del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, tra i primi a consegnare la dichiarazione dei redditi. Il Capo dello Stato ha dichiarato per l’anno 1950 una cifra pari a 1.259.000 . Subito dopo Einaudi con lire 1.290.000, Campilli con 8.337.125 e Merzagora con 6.500.000. Il senatore Mario Cingolani 1.328.425 e il senatore Giorgio Tupini, sottosegretario alla presidenza del Consiglio 1.940.000.

Prime perplessità: il ministro Vanoni ha dichiarato solo 181.300 lire. De Gasperi ancora meno, 108.000 lire. E poi? Niente. Non ci sono tracce di altri politici. Tutti gli altri non hanno dichiarato redditi.

Dove sono i redditi di Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Mario Scelba, Luigi Longo, Giuseppe Di Vittorio, Renato Angiolillo, Mauro Scoccimarro, Randolfo Pacciardi, Giuseppe Saragat? Tutti nullatenenti? Impossibile. Per stare sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama lo Stato corrisponde loro 250.000 lire mensili quindi 3.000.000 di lire annui. Ministri e  sottosegretari ricevono un’indennità ancora maggiore. Perché allora i maggiori esponenti politici italiani non hanno dichiarato nulla? Il mistero viene svelato quasi subito.

Quasi tutti i politici non hanno dichiarato redditi nel 1950 grazie ad una legge fascista del 30 novembre 1929. Mentre la dittatura cancellava tutte le libertà, il ministro delle Finanze del governo guidato da Benito Mussolini, Antonio Mosconi, stabiliva che le indennità parlamentari fossero esenti dal prelievo fiscale.

La dittatura è finita, ma si sono tenuti questo privilegio. Non pagare le tasse sfruttando una legge fascista. Una legge non solo mai abrogata (come era successo alle altre) ma addirittura ribadita con la legge n. 1102 del 9/08/1948. Con 338 voti favorevoli, 37 contrari e 2 astenuti.

Diversi i tentativi di cancellare la legge n. 1102 del 9/08/1948.

13 Marzo 1952 
Proposta di legge del deputato Rodolfo Vicentini (DC) per la cancellazione dell’art. 3 della legge n. 1102 del 9/08/1948. 

Ma la maggioranza non è d’accordo.

27/01/1954. 
Altra proposta di Vicentini. Ma non se ne fa niente. 

1958
E poi ancora. Flavio Orlandi (PSDI).

Troppi i cassetti negli edifici del Parlamento. Le proposte di legge spariscono.

1962 
Malagodi del PLI ritrova la proposta di legge Vicentini e la ripropone in Parlamento. Ma ad aprile si vota. Viene riposta nel cassetto.

1963 
Giuseppe Amadei (PSDI) la ritrova e la ripropone più articolata. Ma sparisce in un altro cassetto.

1965 
Con l’opinione pubblica sempre più arrabbiata finalmente la legge n. 1102 del 9/08/1948 viene cancellata con la legge 31 ottobre 1965, n. 1261



Però non esageriamo…

Sempre per non esagerare nello stesso giorno si aumentarono l’indennità parlamentare da 500.000 lire mensili nette a 800.000 lire lorde (750.000 nette).
Della serie,“calma con i facili entusiami”.


Sì, Mussolini ha fatto anche delle cose buone. Insomma...

Johannes Bückler


venerdì 27 maggio 2016

Ragazzi di buona famiglia


Milano, 28 maggio 1980 ore 8.30

La sveglia rossa, enorme di bambino, lo svegliò.
L’aveva caricata e controllata scrupolosamente per essere certo di non mancare all’appuntamento. Si vestì e andò in cucina dove trovò il padre intento a bere una tazza di caffè. Gli fece compagnia.
Fuori pioveva. Non forte, solo una pioggerellina fine, fine.

Dopo aver fatto colazione Paolo (questo il suo nome) uscì in strada, inforcò la bicicletta di papà appoggiata in fondo all’androne e si diresse verso la stazione di Porta Genova. Lì aveva appuntamento con i suoi amici. “Tra le 9.30 e le 9.45” si erano detti il giorno prima. Ci vollero circa dieci minuti per arrivare alla stazione.

La stazione di Porta Genova è la più antica stazione di Milano, e si vede. Ormai ci passa solo qualche treno di pendolari, niente di più. 

Arrivò sgommando e vide gli amici. C’erano tutti, Marco, Paolo, Fabio e Gianni ad attenderlo. Girò su se stesso, senza parlare, e pedalando piano si mise alla testa del gruppetto. Arrivarono ben presto in via Solari dove trovarono Ippo, che si allontanò di corsa facendo finta di non vederli. Non era scortesia, lui doveva solo controllare una cosa e dare conferma ai suoi amici. E quello aveva fatto, per oltre due ore. Ora che li aveva visti arrivare poteva tornare a casa sua ad Arona.

Paolo accelerò, fece il giro dell’isolato e appoggiò la bicicletta alla fermata ATM. Marco e l’altro Paolo sopraggiunsero da Via Cerano seguiti a breve distanza da Fabio. Paolo osservò Marco e l’altro Paolo fermarsi vicino all’edicola. Notò l’assenza di Gianni, ma sapeva benissimo dov’era. Aveva parcheggiato la Peugeot grigia metallizzata in Via Salaino ed aspettava, come da accordi, seduto alla guida.

Ora toccava a lui. Il suo compito era quello di osservare. Al momento giusto avrebbe inforcato nuovamente la bici avvisando con quel gesto i suoi amici. Fu un’eternità quei 45 minuti passati sotto la pioggia.

Poco prima delle 11 la pioggia smise di cadere proprio nello stesso momento in cui vide l'uomo. Saltò sulla bici come un fulmine e pedalò velocemente senza voltarsi. Marco e Fabio capirono e si spostarono verso il numero civico n. 2.

L'uomo era uscito di casa, aveva un impermeabile blu sbottonato e un ombrello che usava come un bastone da passeggio. Camminando tranquillo giunse all’incrocio con via Salaino, si infilò tra le auto parcheggiate e si diresse verso l’edicola. “Vorrà comprare un giornale” pensò Marco e, seguito da Fabio, si allontanò velocemente dall’edicola. Inaspettatamente l'uomo tornò indietro dirigendosi verso via Valparaiso.  Era lì, in un garage, che teneva la sua Ritmo. Gianni, che attendeva all’interno della Peugeot, vide negli specchietti la scena. Lui davanti,  e dietro, con passo spedito, Marco e Fabio che si avvicinavano all'uomo.

Arrivato alla sua altezza Fabio estrasse una 7,65 col silenziatore a sparò. Il primo proiettile entrò “nella regione sternocleidomastoidea superiore sinistra”. Entrò e uscì all’altezza del naso. L'uomo vacillò. Il secondo proiettile si “conficcò nell’emitorace sinistro a 125 cm dalla pianta dei piedi facendo un foro di 0,5 cm”. “Perforò quindi i lobi inferiori e superiori del polmone sinistro, uscendo dalla regione sternoclaveare”. L'uomo rotolò sul fianco sinistro, tra due Fiat parcheggiate. Cadendo la sua Parker scivolò dal taschino della giacca. Il terzo proiettile “lacerò i tessuti molli dell’emitorace destro”. Non ci furono altri proiettili dall’arma di Fabio perché la pistola si inceppò. Fabio continuò a premere, ma senza successo.

Marco nel frattempo gli era arrivato vicino. Estrasse la calibro 9 con silenziatore e sospirò pensando che aveva anche un 38 Smith & Wesson per ogni evenienza. Sparò, ma il primo colpo mancò il bersaglio. Il secondo “perforò il polmone, attraversò l’arteria polmonare e l’aorta andando a conficcarsi a 140 cm dalla pianta dei piedi”. L'uomo era già morto.

Furono le grida dal palazzo di fronte a risvegliare Marco e Fabio dal torpore. La Peugeot era vicina, Fabio gridò “andiamo, andiamo” e si diresse verso l’auto salendo a fianco di Gianni. Marco lo seguì salendo dietro. L’auto partì sgommando.

Paolo stava pedalando di buona lena. Voleva arrivare a casa il prima possibile per ascoltare il conduttore del Tg delle 12.45. Aria contrita e di circostanza avrebbe aperto il telegiornale con la notizia :”L'uomo è stato ucciso”. L'uomo è Water Tobagi.



Sono da poco passate le 11 di mercoledì 28 maggio 1980. Paolo,  sulla bicicletta del padre, percorre Via Stendhal a Milano.

29 maggio 1980
Marco è nel suo appartamento in Via Solferino a Milano. Ha scritto il documento di rivendicazione dell’assassinio di Walter Tobagi. E’ soddisfatto. Una lunga sintesi di anni di lotta, fin dai tempi di Guerriglia Rossa, i suoi inizi, alla Brigata 28 marzo, il presente.

Milano, 15 settembre 1980 ore 19.00
Marco è entrato nella bar-pasticceria Gattullo di Piazzale di Porta Lodovica. Un posto raffinato adatto a gente come lui di buona famiglia. Sono tutti lì, a parte Gianni che non sono riusciti a contattare. E' la prima volta che si ritrovano tutti insieme. Appoggiati al bancone di marmo leggono sull’Espresso” una notizia: il Generale Dalla Chiesa ha dichiarato ad una commissione d’inchiesta che sono vicini ad arrestare gli assassini di Walter Tobagi. Pagano il conto, escono dal locale e si incamminano sorridendo parlando del futuro.

Milano, 25 settembre 1980
Marco è seduto nel suo appartamento di Via Solferino. Nemmeno se ne accorge. Si ritrova ammanettato. La caserma di Porta Magenta la sua destinazione.


Il sostituto procuratore della Repubblica di Milano Armando Spataro è seduto di fronte a Marco per il primo interrogatorio.

4 ottobre 1980
Marco, nome completo Marco Barbone, ha deciso di vuotare il sacco. Il Parlamento italiano sta per varare una legge che assicura sconti di pena agli assassini che permettono l’arresto dei loro compagni. Basta rinnegare tutti i propri ideali, rinnegare 10 anni di lotta armata e si può farla franca. E prende la palla al balzo. Confessa e denuncia i suoi compagni.

Tutti i componenti della Brigata 28 marzo verranno arrestati grazie alle confessioni di Marco Barbone.
                                                       Il processo e la liberazione.

Anno 2008

Marco Barbone.
Figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni, aveva frequentato tra il 1971 e il 1976 il Liceo classico Giovanni Berchet di Milano.  Nel 1983, condannato a 8 anni e 9 mesi di reclusione, venne immediatamente scarcerato perché gli fu riconosciuto il  pentimento. Diventerà collaboratore di giustizia. Nel 1985 la corte d’appello confermerà la scarcerazione. Nel 1986 la Cassazione respingerà ogni ricorso da parte dei legali di parte civile. Oggi lavora nel campo editoriale. Convertito al cattolicesimo, è entrato in Comunione e Liberazione. Ha avuto incarichi nella Compagnia delle Opere.

Paolo Morandini (il ragazzo della bicicletta).
Figlio di Morando Morandini, attore e critico cinematografico. Come Marco Barbone divenne subito collaboratore di giustizia e ottenne la libertà provvisoria. Le ultime notizie lo danno a Cuba. 

Gianni (l’autista sulla Peugeot).
Vero nome Daniele Laus. Il padre era dirigente in un'azienda di acque minerali, la madre insegnava lingue. Quando fu stato arrestato era iscritto alla facoltà di architettura di Firenze. In precedenza aveva frequentato il liceo classico Beccaria a Milano. Confessò come Marco Barbone, ma poi ritrattò. Condannato 27 anni e 8 mesi in primo grado. In secondo grado la pena scese a 16 anni. Venne scarcerato dopo soli 5 anni di carcere. Oggi lavora come free-lance in campo editoriale.

La nuova legge sulla carcerazione preventiva prevedeva che chi aveva usufruito dell' articolo 4 in qualità di dissociato (ottenendo così una condanna inferiore ai vent'anni di reclusione), poteva lasciare il carcere dopo almeno quattro anni di custodia cautelare. Daniele Laus ne aveva fatti già cinque e per questo venne scarcerato.

Paolo (l’altro Paolo). Detto “Cina”, vero nome Francesco Giordano.
Incaricato di coprire gli assassini di Walter Tobagi. Capì l’assurdità di quello che avevano fatto, e per questo preferì pagare senza avvalersi della legge sui pentiti. E fu l’unico. Gli venne comminata la pena più alta, 30 anni in primo grado e 22 in secondo grado. Ora vive a Milano con la famiglia.

Fabio detto il francese, vero nome di Mario Marano.
Fu lui ad esplodere i primi colpi contro Water Tobagi. Si pentì tra il primo e secondo grado e per questo condannato a soli 12 anni di reclusione. Ora vive lontano dalla politica essendosi avvicinato “a una visione cristiana della vita”.

Nel 1980 operavano a Milano 77 organizzazioni clandestine di estrema sinistra. Le Brigate Rosse e Prima Linea su tutte. 



“Evitiamo che si avveri, così come vuole il terrorismo, l’imbarbarimento del Paese. Non interrompiamo mai un civile dibattito”. (Walter Tobagi)


Johannes Bückler

venerdì 25 marzo 2016

“Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”


Mussolini, agli inizi del governo fascista, interpellò il sen. Guido Mazzoni, nonché docente universitario, e gli pose questa domanda: “Crede lei professore, che la storia sia maestra di vita?” Pronta la risposta: “Io ci credo, ne sono fermamente convinto, quantunque non mi pare abbia mai insegnato niente a nessuno”.
E’ passato quasi un secolo e la storia, sempre maestra di vita, ha continuato ad avere una scolaresca piuttosto disattenta. Anzi, in alcuni casi, gli scolari hanno persino imparato le cose a rovescio. Difficile capire il perché. Forse perché la vita ripete sì le stesse situazioni, ma in circostanze diverse e poco confrontabili? Forse perché la storia è una materia che non appassiona nessuno, soprattutto i giovani, convinti di poter fare tutto e sempre, meglio dei loro padri? O più semplicemente analizzare la storia e i suoi cicli, per poter meglio comprendere il presente, richiede impegno, studio e tanta fatica? Non so.
Eppure conoscere le vicende passate e le condizioni di vita di quelle epoche potrebbe sollevarci da quel senso di paura del futuro e di catastrofismo che ormai ci circonda.
Non passa giorno senza che qualcuno cerchi di convincerci che quello che stiamo vivendo è sicuramente il momento più precario e insicuro della storia del genere umano. Non è così.
Oggi l’uomo, per quanto crudele, lo è sicuramente meno di un tempo, la donna meno oppressa e maltrattata, i giovani meno esposti a sacrifici che hanno impregnato la nostra gioventù.
Miliardi di esseri umani sono passati da catastrofi immani, da guerre fratricide e da tragedie immense, ma sono ancora qua, con una speranza di vita mai così alta.
Per quanto riguarda il nostro Paese, chi ricorda la povertà degli anni sessanta, non soffre oggi di ansia ad ogni risveglio.
Chi ha vissuto gli anni settanta e ottanta, non soffre di attacchi di panico a ogni avvenimento, per quanto tragico e doloroso. Nessuno dovrebbe dimenticare che abbiamo vissuto col più crudele e sadico dei terrorismi. Un terrorismo che arrivò a sequestrare uomini inermi, per umiliarli, e finirli poi come bestie.
Abbiamo convissuto con il sequestro di persona, a fini di estorsione, elevato a industria: il crimine più infame quando soggetto ne sono i bambini.
Per non parlare dei massacri che insanguinarono il Paese, tali da costringere il Parlamento a istituire una Commissione Stragi permanente, a oggi, unico Paese al mondo.
Insomma, conoscere la storia è la migliore terapia contro il virus del catastrofismo dilagante, del pessimismo diffuso, sicuramente la migliore chiave di lettura del presente che tanto ci spaventa.
E capire il presente, oggi, è indispensabile. Per capire la società in cui viviamo, l’uomo e i suoi rapporti, non solo in ambito locale, ma europeo, internazionale. L’unico modo per riuscire a sviluppare idee per soluzioni fattibili, concrete e non semplici e inattuabili come alcuni politici vogliono farci credere.
Come scrisse il filosofo George Santayana nel suo lavoro dal titolo La vita della ragione: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.
In molti casi, proprio quello che non vogliamo.

Johannes Bückler

sabato 27 febbraio 2016

Squali, Viceré e dentiere.


Ho letto che gli squali, che hanno fauci enormi, denti acuminati e affilati come rasoi, in realtà si sono evoluti nel tempo con una dentatura adatta alla dieta di ogni specie. Allo stesso modo, per come le tangenti si sono sviluppate nel corso degli anni, posso dire che “Operazione squalo” avrebbe meglio rappresentato l’ennesimo scandalo nella sanità lombarda. Altro che “Operazione smile”.
Qui l’unico sorriso è stato, per anni, quello di delinquenti (le prove sembrano schiaccianti) che lucravano senza ritegno sulla salute di noi cittadini. La vicenda è inquietante e degno di lode (sich!) il fatto che il governatore Maroni abbia sentito il dovere di farci sapere di essere arrabbiato e deluso. Lui. Figuriamoci noi.
Al grido: “queste cose non le tollereremo più” (che non manca mai in questi casi), ora la regione Lombardia vuole creare un’autorità anti-corruzione e, tenetevi forte, l’ennesima commissione d’inchiesta.
Ma io dico. Abbiamo avuto in Lombardia il “Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e sicurezza dei cantieri” nato con legge regionale 3 maggio 2011, n. 9, al fine di vigilare sulla trasparenza degli appalti e sulla sicurezza dei cantieri con particolare riferimento ad Expo 2015. Sappiamo com’è andata a finire. Nel maggio 2014, la Commissione d'inchiesta su appalti sanità e sull’operato di direttore Ao e Asl. Nel novembre 2015 l’Agenzia di controllo sul sistema socio-sanitario. A cosa sono servite?
Mai, e dico mai che la politica sia riuscita ad arrivare prima della magistratura. Cari politici lombardi, ho la fortuna di essere una persona discretamente agiata, per intenderci faccio parte di quel 4,01% di contribuenti che in Italia paga ogni anno il 32,6% dell'Irpef.
Pago le tasse e le pago volentieri anche per aiutare chi è meno fortunato di me.
Non pago le tasse perché finiscano nel congelatore di qualche consigliere regionale a cui non sono bastati (ogni mese) 6.327 euro di indennità di carica, 1.620 euro di indennità di funzione e 4.219 di rimborso forfettario, pure esentasse. Rimborso, bene ricordare, che vi siete aumentati dopo lo scandalo dei rimborsi. Se esiste un progetto “Dentiere ai poveri” i soldi delle nostre tasse devono finire in bocca ai poveri, non nelle tasche di amici, o presunti tali.
Se un consigliere regionale non sa come pagare il mutuo fa come fanno milioni di cittadini alle prese con una crisi che sembra non finire mai: si tira su le maniche e cerca di guadagnare i soldi onestamente. O rinuncia. Non è difficile, via.
In Lombardia, sul fronte corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata siamo stanchi di chiacchiere.
 "L'Italia è fatta, ora facciamo gli affari nostri" scriveva nel 1892 lo scrittore napoletano Federico De Roberto nel suo romanzo “I Viceré”, storia di una famiglia dalla spiccata avidità, dalla sete di potere e dalla corruzione, non solo morale.
Che l’idea del romanzo sia venuta al De Roberto durante il suo breve soggiorno in Lombardia, forse non fu solo un caso.

Johannes Bückler

27 Febbraio 2016 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

lunedì 8 febbraio 2016


Il patto della staffetta.

28 novembre 1986 

Dopo essersi garantito l’avvicendamento a Palazzo Chigi, Ciriaco De Mita dimostra di non sapere esattamente come comportarsi. In primavera il Presidente della Repubblica manderà alle Camere il nuovo Presidente del Consiglio. Un democristiano naturalmente. Però lui vorrebbe restare a piazza del Gesù. Ad Andreotti e Forlani la cosa non par vera e si dimostrano subito entusiasti della cosa. Ora si tratta solo di aspettare. La primavera non è lontana.

17 Febbraio 1987 
Oggi Craxi è stato ospite della trasmissione Mixer di Giovanni Minoli. Nell’intervista in pratica ha sconfessato il famoso “patto della staffetta” di cui De Mita si è molto speso per tenere buono il suo partito.
Il patto prevede (o meglio prevedeva) in primavera il passaggio delle consegne. Craxi se ne deve andare lasciando il posto a un rappresentante della Democrazia Cristiana. Invece...


Craxi si è presentato alla Camera per liquidare la staffetta, sostenendo che è: "un’invenzione e un abuso"
L’intervista a Minoli fu una provocazione premeditata da Craxi. Infatti, prima di iniziare la trasmissione, aveva chiesto a Minoli se fossero presenti dei giornalisti e alla risposta affermativa aveva sorriso. Terminata la registrazione commentò: ”E così abbiamo liquidato pure la staffetta”.
In quel momento non immaginava che, tra poco, a essere “liquidato”  sarebbe stato solo lui.

19 febbraio
La rappresaglia è iniziata. Sul decreto sulla fiscalizzazione degli oneri sociali la Dc ha votato col Pci e i missini. In pratica il Senato ha respinto tutti gli emendamenti proposti dal Governo. Il decreto è stato approvato con  una regalia agli agricoltori. In vista delle elezioni la Dc ha cominciato a seminare. Nella “raccolta voti" è maestra.
La spaccatura ormai è netta e sicuramente ci saranno ripercussioni nei prossimi giorni.

20 febbraio
Il gioco ormai si fa duro tra Dc e Psi. De Mita ha dichiarato:“E’ finito il tempo delle parole, comincia quella dei fatti. I democristiani si sentono traditi perché è stata rimessa in discussione la staffetta”. 
Non contento ha ricevuto al secondo piano di palazzo del Gesù i direttori dei maggiori istituti demoscopici per avere previsioni sul futuro elettorale. E chi vuole intendere intenda. 

4 marzo
Craxi si è dimesso.


9 marzo
Cossiga ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo a Giulio Andreotti. 

25 marzo
Andreotti ha fallito. L’incarico viene affidato a Nilde Iotti.

31 Marzo
Nilde Iotti torna da Cossiga dicendo che esiste ancora la possibilità di un pentapartito.

7 Aprile
Cossiga respinge le dimissioni di Craxi e lo rimanda alle Camere.

9 aprile
La Dc (incavolata nera) ritira i suoi ministri dal Governo.

10 Aprile
Craxi rassegna di nuovo le dimissioni. Cossiga assegna l’incarico a Scalfaro.

14 Aprile
Scalfaro torna da Cossiga per comunicare l’esito negativo del suo tentativo.

15 aprile
Cossiga incarica Fanfani.

19 aprile
Governo fatto. Si va alle Camere.

Craxi non si è presentato alla cerimonia  per il rituale passaggio di consegne. Ha mandato  il fido Amato.

28 aprile
Il Governo Fanfani non ottiene la fiducia Si va a votare il 14 giugno. Un Governo elettorale a trazione democristiana. 

Durante la crisi di governo i partiti non si fermarono. C’erano da spartire le nomine alla Rai. 

Ricordate il contratto dei medici? Fu  firmato l’8 aprile proprio nello stesso momento delle dimissioni di Craxi. 15 mesi di scontri, di scioperi selvaggi. Mentre il Governo cercava disperatamente di tenere sotto controllo il deficit (si fa per dire…..tenere sotto controllo 100.000 miliardi di deficit), loro continuarono tranquilli. Il costo complessivo (si cercò di contenerlo a 1.000 miliardi) fu di 1.042 miliardi per i soli paramedici e 982 per il personale medico. In totale 2.024 miliardi di Lire. E ottennero questi aumenti: 
Medici a tempo pieno
Assistenti +41,11% - Aiuto + 41,14%  - Primario + 41,07%
Medici a tempo definito
Assistente +25,94% - Aiuto + 25,91% - Primario + 26,94%
Paramedici
Aumento medio di 155.000 Lire mensili oltre a tutti i benefici derivanti dalla revisione dell’inquadramento e dalla riparametrazione.
Inoltre:
115.000 capi operai passarono dal 4° al 5° livello con aumento stipendio del 16,5%.
160.000 infermieri salirono dal 5° al 6° livello – le caposala al 7° e i direttori all’8°
A tutti i medici venne aumentata indennità di pronta reperibilità del 40%. + incentivi di produttività dell’11,5%.
Agli assistenti con 5 anni anzianità doppio scatto.
L’orario di lavoro venne ridotto di due ore per tutti.
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Chiaro che dopo il rinnovo del contratto dei medici l’obiettivo dei 100.000 miliardi di deficit cominciò a scricchiolare. e non poteva essere diversamente. Per gli aumenti contrattuali dei dipendenti pubblici nella Finanziaria '87 erano stati stanziati 2.384 miliardi + 2.855 per i due anni successivi per un totale di 8.094 miliardi di Lire. Cioè il 13% di aumento medio per coprire il tasso d'inflazione programmato (6% nell'86, 4% nell'87 e 3% nell'88). Nel febbraio '87 la Banca d'Italia fece sapere che probabilmente il 13% di aumento medio previsto sarebbe arrivato (con i nuovi contratti) al 15%. In pratica rifacendo i conti agli 8.094 miliardi dovettero aggiungere altri 1.500 miliardi. Ma rifacendo ancora i conti si accorsero che servivano invece 11.824 miliardi. In pratica avevano sbagliato tutte le stime. Ma era facile prevederlo se ad ogni contratto inserisci clausole che prevedono aumenti di anzianità non previsti, agevolazioni per passaggi a livelli superiori in modo automatico o indennità varie a destra e a manca.

Ricordo che quando ne parlai con un vecchio democristiano la sua risposta fu: “Tranquillo, lo sconquasso dei conti pubblici di regola va di pari passo con un aumento di voti nelle urne elettorali”. Già. 

Resta solo da chiedersi dove ci porterà questo continuo indebitarsi. Fino a quando reggerà il sistema? Non ci si può indebitare all’infinito. Mio padre (imprenditore) odia fare debiti. Continua a ripetermi che quando hai molto, ma anche molti debiti, non ti puoi considerare ricco.

Il deficit (e con esso il debito) stava crescendo in un modo incredibile. Lo sapevano tutti, cittadini compresi. Malgrado ciò continuarono a chiedere sempre di più. Anche senza Governo.

I pensionamenti anticipati a carico dello Stato, l’assunzione di dipendenti pubblici malgrado il blocco delle assunzioni, 7 miliardi per il settore del pomodoro (una regalia), e così via...

Sia chiaro, io tengo via tutto. Non vorrei che fra 20 o 30 anni qualcuno si metta a tranciare giudizi dimenticando com'è stato governato il Paese in questi anni. Creando ricchezza, ma depredando il futuro dei nostri figli. Che, ne sono certo,  non ce lo perdoneranno mai.

Ah, dimenticavo. Craxi lasciò fare, convinto che prima o poi sarebbe tornato alla guida del Paese. Si sbagliava. Quella fu l'ultima volta. Non ci tornerà mai più. 

Al prossimo assalto alla diligenza…

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L'enorme debito pubblico che abbiamo (e che blocca il Paese), non è la conseguenza di chissà quali oscuri complotti, ma il risultato matematico dell’operato di governi con la complicità di buona parte del Paese.
Quei governi stavano mangiando il futuro dei nostri figli e a tutti stava bene.
Proprio a tutti no, ma questa è un'altra storia.

E lo chiamavano governare. (1) (2) 3 (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11) (12) (13) (14)

giovedì 28 gennaio 2016

Perchè è difficile licenziare i furbi.


Se sia meglio la gestione pubblica di beni o servizi o quella privata è un dibattito che va avanti da anni. Di là da pregiudizi ideologici, che di certo non aiutano, difficile dare una risposta certa in base a dati incontrovertibili.
Personalmente continuo a ritenere che il privato non sia sempre bello a prescindere rispetto al pubblico. Anzi, il pubblico potrebbe avere meno svantaggi in determinati settori, rispetto al privato, soprattutto in termini di economie di scala.
Il nostro Paese ha mostrato, in tema di privatizzazioni, il peggio del peggio.
Detto questo, non passa giorno senza che le cronache non raccontino di dipendenti pubblici che, una volta timbrato il cartellino, se ne vanno a zonzo per i fatti propri. Ultime, in ordine di tempo, due dipendenti del comune di Villongo. Sulle due impiegate, assenti durante l’orario di lavoro, ma “presenti” sul registro delle presenze, la magistratura chiarirà presto ogni cosa. L'ipotesi di reato è truffa ai danni dello Stato, falso e accesso abusivo ai sistemi informatici.
Un plauso va all’Amministrazione che con il suo esposto ha portato alla ribalta (se confermato) l’ennesimo caso di un malcostume, quello dell’assenteismo del pubblico impiego, che purtroppo non accenna a diminuire. Un vizio che ha origini lontane, che non ha mai avuto barriere geografiche, persino indipendenti dalla dimensione dell’amministrazione e diffuso sia a livello locale che centrale. I dati del ministero della Pubblica amministrazione ci dicono che sono circa settemila procedimenti disciplinari avviati ogni anno, ma solo 200 terminano con il licenziamento dei colpevoli.
Una percentuale insignificante, non sempre dovuta alla farraginosità delle procedure, in quanto la “Riforma Brunetta (D.lgs. n. 150/2009) era abbastanza chiara in materia di licenziamenti. Di assurdo c'era solo la norma che imponeva al dirigente di rispondere personalmente del danno erariale in caso di reintegro del dipendente. Norma che ha rallentato e di molto il percorso disciplinare.
Ora il governo, con la modifica dell’art. 55-quater del D. lgs. 165/2001, cerca di incidere ulteriormente sulla falsa attestazione della presenza in servizio compiuta dal dipendente pubblico. Chi sarà trovato in flagranza di reato (le prove dovranno essere schiaccianti) sarà sospeso entro quarantotto ore, dal servizio e dalla retribuzione, per poi vedersi avviata la procedura di licenziamento; procedura che dovrà concludersi entro trenta giorni.
Una delle novità è che il dirigente ora sarà obbligato a prendere questi provvedimenti, pena il suo stesso licenziamento in caso non proceda con il provvedimento disciplinare.
Speriamo che le nuove norme riescano a contenere un fenomeno che provoca non solo un peggioramento della qualità dei servizi resi a noi cittadini, con conseguente aumento dei costi, ma uno svilimento di un’immagine, quella del pubblico impiego che, nonostante il luogo comune, può contare sulla correttezza e professionalità della maggior parte dei propri dipendenti.

Johannes Bückler

28 Gennaio 2016 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

mercoledì 27 gennaio 2016

Il giorno della memoria. Un bergamasco nel campo di Buchenwald.


Il primo fu Dachau, 22 marzo 1933, su iniziativa dell’ex venditore di polli Heinrich Himmler. (In realtà, a Waldtrudering, Himmler non aveva solo polli, ma anche tacchini, conigli e persino un maiale. Aveva lasciato l’attività alla moglie quando era entrato a far parte delle SS nel 1929).

La decisione di aprire il primo campo di internamento per prigionieri politici venne presa quaranta giorni dopo la presa del potere di Hitler. A Dachau seguirono altri campi. Lichtenburg, Sachsenhausen, Buchenwald, Mauthausen e altri. In totale diciotto. Attorno ai 18 campi base vennero organizzati altri 1080 sottocampi di lavoro che traevano la materia prima (i prigionieri) dai campi base, e ve la rimandavano quando era inservibile, per l’eliminazione. Inizialmente i campi avevano formalmente finalità differenziate ed erano suddivisi in 4 principali categorie.

TIPO UNO: si ponevano come scopo la rieducazione dei prigionieri e miravano alla formazione di una ideologia che fosse in sintonia con quella nazista.

TIPO DUE: anche questi lager si prefiggevano gli scopi di quelli del primo tipo, ma con minor speranza di successo; erano quindi riservati ai "criminali" ritenuti più pericolosi. Da questi lager era possibile, in alcuni casi, sperare di poter uscire.

TIPO TRE: si era assegnati ai campi di questa categoria quando il ritorno alla vita civile veniva ritenuto indesiderato. Non esistevano speranze. Il prigioniero veniva sfruttato nelle sue possibilità di lavoro, fino all'annientamento per indigenza e fatica.

TIPO QUATTRO: erano lager di puro sterminio, dove non si richiedeva più alcuna prestazione lavorativa ai prigionieri, i quali, nel più breve tempo possibile, dopo l'arrivo; venivano uccisi.

Durante la guerra divennero tutti campi di eliminazione. Gestori dei campi erano le SS; gli utili provenienti dal lavoro e dalle requisizioni dei beni dei prigionieri erano di loro proprietà.

Ma cosa avveniva nei campi? 

22 marzo 1933 

A costruire il campo a Dachau ci sono gli antinazisti tedeschi qui deportati che stanno costruendo i muri, le baracche, alzano i reticolati. Oltre al cancello, per i nuovi arrivati, sfiniti ed inebetiti dal viaggio, comincia, in un rituale allucinante, sistematico e preordinato, l'annullamento della volontà, la spersonalizzazione. Vengono controllati, derubati di tutto ciò che hanno portato con sè; non devono possedere nulla che possa in qualche modo ricordare loro il tempo in cui sono stati uomini, nulla tranne il proprio corpo che non è più loro, svuotato come è di ogni coscienza. Si incomincia con una rozza depilazione, disinfezione con la creolina, la doccia ora caldissima ora gelida, quindi la vestizione, l'assegnazione del numero e del simbolo relativo alla propria condizione.
Vita, disciplina, violenza e morte nei campi.
La sveglia prima dell'alba, quindi l'appello numerico dei prigionieri sul piazzale centrale, con qualunque tempo. Poi il lavoro forzato per undici­, dodici ore senza un attimo di sosta, senza tregua, spesso a mani nude o con attrezzi rudimentali. Sull'ingresso di tutti i campi si può ancora leggere la scritta: "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Alla sera ancora un appello numerico sul piazzale centrale. A volte si protrae per ore ed ore, a volte intere notti, con la pioggia, la neve, il gelo, con custodi pronti a colpire chi si muove o si sposta o anche senza una ragione, perchè si è nulla, meno che bestie.

E poi le punizioni; alcune vengono eseguite all'aperto sul piazzale centrale davanti ai prigionieri, altre si svolgono in speciali luoghi di sofferenza e in modi e forme che solo l'inesauribile fantasia delle SS può inventare... Dalla privazione del vitto, pur continuando in pieno il lavoro, alla detenzione nell'oscurità di celle fredde e piccole, senza cibo, né indumenti per molti giorni, al rimanere in piedi per giorni e notti intere con qualsiasi tempo; alle marce in ginocchio, nel fango, nella polvere, nella neve; alla tortura, alla fustigazione, feroce e pubblica; alla sospensione al palo per i polsi con le mani legate dietro la schiena che porta in pochi minuti alla perdita di coscienza e al deliquio; agli esperimenti scientifici su cavie umane dal vivo per misurare la capacità di resistenza alla morte procurata Gli esperimenti dei medici nazisti sono espressioni di puro sadismo, nulla può trarre la scienza dall'impiego degli internati e dei prigionieri come cavie umane.

Una storia di orrori di cui la professione medica tedesca non può certo andarne fiera; da rilevare che questa opera criminale era nota a migliaia dei principali medici del Reich; nemmeno uno, per quanto si sa dai documenti, innalzò la benchè minima protesta pubblica. 

Ma su tutto sempre incombente, la fame; con essa ogni coraggio scompare, ogni ammutinamento, ogni volontà di ribellione diventa impossibile, ogni movimento costa fatica. Dopo pochi mesi la denutrizione porta alla dissenteria, alla allucinazione, all'inerzia, alla rassegnazione di lasciarsi morire, alla pazzia. E’ possibile sopravvivere? La macchina del lager non prevede la possibilità che qualcuno esca vivo da questi luoghi; la fame, il lavoro coatto, le punizioni, riescono ad eliminare un numero enorme di deportati già dai primissimi giorni di prigionia.
Anche la disperazione uccide; molti si procurano la morte lanciandosi sui reticolati, o buttandosi, (come avverrà a Mauthausen), da uno strapiombo sito sulla carreggiata che porta alla cava di pietre. Resistono più a lungo coloro che hanno o hanno avuto uno scopo, un'idea capace di riempire il cuore e la mente: soprattutto i politici, i religiosi, gli uomini di fede... Per una minor resa nel lavoro bisogna lasciare il posto ai nuovi arrivi, a nuovi infelici che indossano le stesse casacche, gli stessi zoccoli, perchè "la costruzione del Reich non conoscesse soste né ritardi". Di quanti avessero ormai esaurito ogni energia bisognava che non restasse traccia. L'annullamento, iniziato al momento dell'ingresso al campo, trovava la sua coerente conclusione nelle camere a gas e nei forni crematori. Ma se le SS erano i sapienti registi di questo criminale disegno di violenza e di morte, altri, i kapò ne erano i più diretti e spietati esecutori.
Nelle baracche, nei posti di lavoro, vige una gerarchia tra i prigionieri, in fondo alla quale stanno gli ebrei destinati alla eliminazione immediata, e poi gli italiani e i russi, i traditori, ai quali vengono affidati i compiti più sporchi, più umilianti e massacranti; per questi schiavi, per un nonnulla, la punizione è immediata e terribile, talvolta estrema; la disciplina è in gran parte affidata ad elementi scelti fra gli stessi detenuti, in una sorta di selezione alla rovescia; sono i delinquenti comuni, i criminali, i tirati fuori dalle galere e dagli ergastoli che vengono armati di scudiscio e di un potere illimitato di vita e di morte sugli altri, in cambio di una obbedienza cieca e di una sopravvivenza più comoda: sono i kapò, gli aiutanti, il braccio odiato, temuto di cui le SS si servono fin dentro le baracche, perchè l'asservimento sia completo. Schiavi che brutalizzavano altri schiavi. Sembrerebbe impossibile, impensabile, che degli internati diventassero carnefici dei loro stessi compagni di sventura.
"Allora il vero nemico" - dice un ex internato di Dachau - "è soprattutto dentro di noi e ci sconfiggerà se, per un pezzo di pane in più o una staffilata in meno, non sapremo resistere, e ci faremo ingranaggio della abietta macchina nazista".

Un bergamasco nel campo 

Bonifacio RAVASIO, nato ad Alzano Lombardo il 24/5/1927 
Professione prima della cattura: impiegato alla STIPEL 
BUCHENWALD: Matricola 33843 

Questo il suo racconto: 

Ero impiegato alla SIP (ex STIPEL) di Bergamo. Mio nonno era un puro socialista. Per la sua idea fu confinato e più volte percosso ed umiliato. La mia famiglia dai fascisti fu martoriata.

Io sono cresciuto antifascista (per giuste ragioni).

Nella Repubblica di Salò appena costituita, collaborai con i patrioti nello svolgere propaganda e distribuendo manifesti. Alla STIPEL la maggior parte dei dirigenti era fascista ed hanno contribuito a peggiorare la mia situazione.
Ricercato dai repubblichini, il 22 aprile 1944 fuggii fino a Tarcento (Udine), da conoscenti.
Durante un rastrellamento fui fermato dalla SS tedesca e venni rinchiuso nelle carceri mandamentali del luogo. Ben presto seppero che ero ricercato. Subii interrogatori e ben si conoscevano i sistemi della Gestapo. Il 30 aprile 1944 mi trasferirono nelle carceri di Udine in una cella 4 metri per 4.

Per terra stesero paglia (come nelle stalle) ed eravamo in 26 prigionieri politici. Per la maggior parte di essi ricordo ancor oggi i nomi. Il 15 luglio, caricato sui carri bestiame, fui portato nel campo di sterminio di Buchenwald, con il numero 33843, che fu il mio nome per tutto il periodo. Questo numero mi fu tatuato persino sul braccio sinistro e sul fianco sinistro del corpo.

Fame, maltrattamenti, impiccagioni, il forno crematorio ogni giorno in funzione: si sentiva odore di carne umana bruciata. Ma si moriva anche di sfinimento, deperimento organico. So che facevano esperimenti e sentivo questo anche su di me. Non sono mai tornato quello che ero prima.

Il 6 agosto 1944 c'è stato il bombardamento del campo di Buchenwald da parte degli americani. In quella situazione è morta la principessa Mafalda di Savoia che però non stava nel campo con noi, che era maschile, ma in una delle baracche esterne. Io l'ho vista dopo morta: su un bancone di marmo. Ci hanno svegliati quella notte per farci vedere la nostra principessa morta. Ricordo l'episodio di Cachi, il socialista: è stato impiccato, ma quando è stato ucciso io non lo sapevo. L'ho saputo più tardi. E un altro Adobati, anche lui impiccato.

C'erano la camere a gas e gli ebrei erano eliminati lì dentro. Quelli a sangue misto resistevano di più. Saremo passati in 100.000 a Buchenwald, vedevo arrivare le tradotte. Nelle baracche c'erano 4 file di castelli a due piani. Eravamo in 1200 per baracca che era circondata di filo spinato con la corrente e garitte con mitragliatrici. Nessuno poteva scappare da lì. Da Buchenwald credo che nessuno sia riuscito a fuggire. Quando c'è stato il bombardamento che ha divelto i reticolati qualcuno forse ce l'ha fatta. Ma di fughe non se ne parlava. Si parla di ribellione negli ultimi giorni e che i detenuti si siano liberati, ma questo è stato possibile solo perché le guardie sono fuggite, ma le SS tennero duro fino all'ultimo momento.

C'erano misure tali che nessuno avrebbe potuto superare con un tentativo di fuga. Dopo due lunghissimi mesi, augurandomi solo la morte, mi trasferirono ad Oshenleben (Maddenburgo), campo di concentramento peggio di Buchenwald. Eravamo in duemila ed ogni mese ne rimpiazzavano in media 200 ed eravamo sempre in duemila. Lavoravamo in una miniera di sale 600 metri sotto terra, posta nelle vicinanze del campo. Ho lavorato lì 7-8 mesi. Si costruivano gli aerei. Sfiniti, fame, sporcizia ecc., quelli che non riuscivano a camminare o ad alzarsi dalle cuccette (chiamiamole così) venivano fucilati.

Alla domenica c'era lo "spettacolo" delle impiccagioni e le torture erano sadismo. Ho assistito ad impiccagioni di prigionieri che avevano rotto il manico della pala o del piccone e ritenuti sabotatori. Sono stati lasciati morti per tre giorni legati ai pali perché se ne prendesse esempio.
In una galleria trovarono una guardia morta. Il giorno seguente presero 40 di noi, li caricarono su di un carro agricolo e li portarono fuori dal campo. Dopo un'ora il carro tornò con 40 cadaveri e colava sangue da tutte le parti. Per fortuna c'erano alcuni internati militari italiani che mi davano qualche rapa. Questo mi ha salvato in miniera, dove ci davano solo una brodaglia con i torsoli delle verze. Inutile dilungarsi su questi casi, potrei raccontarne cento. Nell'aprile 1945 ci incolonnarono, il fronte americano ormai era vicino, 3 giorni a piedi, senza mangiare, qualche ora per riposarsi sul ciglio delle strade. Lungo il cammino chi cadeva o non ce la faceva più veniva fucilato.

Noi stessi li seppellivamo sotto pochi centimetri di terra. Arrivammo in una città, non ricordo il nome, ci caricarono su due barconi, che usavano per trasporto merci, ci rinchiusero dentro, stretti come sardine, percorrendo il fiume Elba. Il giorno seguente, dopo 4 giorni di assoluto digiuno, ci diedero 2 cucchiai di pasta cruda a testa. Il giorno 6, sollevando un'asse di questo barcone, una guardia ci gettò delle fetta di pane e, mancandone una, lo facemmo presente.

Come risposta estrasse la pistola uccidendo uno di noi e dicendo che così le razioni ora erano giuste.

Nel nostro barcone avevamo 12 morti di deperimento, odori di putrefazione, non ci facevano mai scendere neanche per quei pochi bisogni: 12 morti, non si sono mai preoccupati di levarceli. Ricordo il 7 maggio 1945, (il 6 c'era stato il bombardamento di Dresda) e ho saputo dopo che hanno sparato ad un prigioniero che ha tentato di buttarsi giù dal barcone ed il giorno dopo la guerra era finita. I partigiani tedeschi hanno resistito fino all'ultimo ed anche dopo contro russi ed americani.

8 maggio 1945.

Seppi dopo che attraversammo Dresda prima e ci trovavamo a Lovosice a 30 km da Praga. Sulle due sponde si affrontavano i due eserciti: russo e tedesco. I due barconi in mezzo al fiume Elba furono colpiti. Solo i russi rendendosi conto che era pieno di prigionieri riuscirono a trarne in salvo poche centinaia. Ci hanno liberato i russi.
Mi svegliai il 10 maggio dopo due giorni di coma. Partii per casa il 30 giugno 1945 con croce rosse russe poi americane. Un ufficiale americano mi ha detto: "Hai la fortuna di andare a casa, non raccontare mai quello che hai visto, perché ti prenderebbero per pazzo".

Da Bolzano ripartii con croce rossa pontificia. I miei genitori si misero a piangere insistendo che non ero loro figlio. Pesavo 37 chili, rapato a zero e con cicatrici in testa. Fui curato per oltre tre mesi. La mia salute non è più tornata normale. Non dimenticherò mai quanto ho visto e subito. Finché vivrò ai miei figli e nipoti ho insegnato e insegnerò ad odiare ogni forma di dittatura e di lottare sempre per la libertà. Ho descritto solo in minima parte le crudeltà naziste e fasciste nel campo di Buchenwald e nelle carceri di Udine.

Noi non ci riconoscevamo nemmeno, mia madre non mi riconosceva. Però la cosa più ferita è la testa. Non ho più avuto la testa di prima. Io ho veramente assistito a quelle crudeltà e quando se ne parla e vengono rievocate sto male. I fatti sono tanti e terribili. E non abbiamo avuto gran riconoscimenti. Io non ero nemmeno in grado di riprendere il lavoro alla STIPEL.

Ho poi trovato lavoro come esattore e come magazziniere alla FIAT, ma non sono stato più quello di prima.

Non so gli altri, ma per me i danni sono stati irrecuperabili: gli spaventi, le botte prese anche senza alcun motivo, la deportazione stessa su quella specie di vagone bestiame ...
Gli internati militari non potevano parlare con noi, ma sotto terra nelle saline ci si incontrava. C'erano Musatti, gli Ala ..., poi Faldelli ecc. e questi sono tornati dicendo che ero finito perché loro sono rimasti lì mentre noi abbiamo camminato tre giorni senza mangiare e questa è stata l'ultima botta. Quelli che cadevano venivano uccisi.
E così i miei, quando sono arrivato, non credevano ai loro occhi.
Ero in uno stato tremendo: mi portavano in giro in una carrozzina, non mi reggevo più in piedi. Io devo aver subito un trauma cranico, poiché ne ho dei postumi riscontrati anche dai professori. Infatti di due o tre mesi della vita al campo di concentramento non ricordo più nulla. Ho sempre un ronzio nella testa e non riesco a capire cosa sia. Dovrei fare la TAC.

Tratto da BERGAMASCHI NEI CAMPI KZ (Testimonianze) Ed. A.N.E.D.

Johannes Bückler