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mercoledì 29 luglio 2015

Quanto costano evasione e sprechi. Ma si parla solo di migranti.


Qualche tempo fa il Ministero dell’Interno ci ha comunicato che ospitare nei centri chi arriva sulle nostre coste costa 980 milioni l’anno (molti di questi provengono da fondi europei).
A giugno erano 78 mila i migranti ospitati nei centri italiani, tra strutture temporanee (48 mila), sistema di accoglienza per richiedenti asilo (20 mila) e centri governativi (10 mila). Per la loro assistenza lo Stato eroga ai centri convenzionati una somma media giornaliera di circa 35 euro al giorno a migrante (le convenzioni si sono livellate su questo valore medio), in cui rientrano anche i circa 2,50 euro al giorno del pocket money. Ma a chi vanno questi soldi? Vediamo.
Tolti i due euro e cinquanta, il resto serve prima di tutto per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri (spesso giovani italiani). Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che spesso sono di proprietà dei Comuni (italiani). Poi ci sono i fornitori (italiani) di generi alimentari, farmacie, cartolerie, lavanderie e quant’altro. In pratica, tolti i due euro e cinquanta e il cibo, il resto va nelle tasche di italiani.
Certo sono ancora tanti, troppi quelli che speculano sulla pelle dei profughi. Malgrado questi farabutti, non possiamo esimerci da dare accoglienza a queste persone perché l’accoglienza fa parte di accordi internazionali e l’Italia non è esonerata dal rispettarli. In questi giorni un rapporto del centro studi Economia reale di Baldissarri ha rivelato come la mancata lotta a sprechi, corruzione ed evasione fiscale in 13 anni ci sono costati 236 miliardi di Pil. Avete visto qualcuno scendere in strada al grido di “Adesso basta”?
Avete sentito nei politici la purché minima indignazione con chi continua ad accumulare patrimoni attraverso sprechi e ruberie? Dibattiti per informare la gente di quanti italiani si sarebbero potuti aiutare con i soldi recuperati da corruzione ed evasione ne abbiamo forse avuti? Sono state organizzate manifestazioni di piazza dopo gli scandali nella sanità lombarda? Non erano soldi sottratti agli italiani i finti rimborsi alla regione Lombardia?
Diciamolo, siamo uno strano Paese. Dove i miliardi dell’evasione fiscale non sono un problema. Come la corruzione, con i suoi miliardi di costi aggiuntivi. No, questi non sono problemi. Il problema sono i 35 euro al giorno per dare una sistemazione a chi attraversa il nostro Paese in cerca di una vita dignitosa. Un accanimento contro gli uni e stupefacenti tolleranze verso chi ruba continuamente soldi alla collettività.
Dimenticando, tra l’altro, che essere nati a Bergamo piuttosto che in Eritrea, Libia o qualsivoglia villaggio africano, è stata per tutti noi solo una botta di fortuna. Nulla di più.

Johannes Bückler

29 Lugio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 14 luglio 2015

Gli eroi dimenticati.


Su Twitter la Macchina del Tempo (#MdT) ha ricordato la storia di Albert Göring, fratello buono di Hermann. @DrKrisKelvin mi ha chiesto di raccontare anche la storia di Mascherpa e Campioni. Lo ringrazio. 

Questo la breve storia di due ammiragli che prestarono servizio durante la seconda guerra nella Regia Marina Italiana: Luigi Mascherpa e Inigo Campioni.

Luigi Mascherpa era nato a Genova il 15 aprile del 1893. Nominato guardiamarina nel 1914, durante la prima guerra mondiale si era distinto come pilota di idrovolanti della Regia Marina guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Imbarcato sull’Incrociatore San Giorgio come ufficiale di rotta, nel 1926 viene promosso a capitano di corvetta. Nel 1931 capitano di fregata, poi capitano di vascello e infine gli viene assegnato il grado di contrammiraglio e il comando della piazzaforte di Leros munita di una flotta di sommergibili, di cacciatorpediniere, Mas e 24 batterie antinave e antiaerea.

Inìgo Campioni era nato a Viareggio il 14 novembre 1878. Ammiraglio di
divisione nel 1934, ammiraglio di squadra nel 1936, sottocapo di stato maggiore della Marina nel 1938, nominato senatore del Regno nel 1939; all’ingresso italiano nel secondo conflitto mondiale assume il comando delle forze navali, da lui dirette nelle battaglie di Punta Stilo e Capo Teulada (9 luglio e 27 novembre 1940). Divenuto governatore generale e comandante militare del Dodecaneso, l’8 settembre 1943 guida la resistenza ai tedeschi, in veste di comandante superiore dell’Egeo, sino alla resa dell’Isola di Rodi, avvenuta l’11 settembre, al termine di sanguinosi combattimenti tra reparti italiani e Divisione tedesca “Rhodos”, che prevale grazie all’impiego di carri armati Tigre.

Cosa hanno in comune? Furono accusati di aver aderito, dopo l'8 settembre, agli ordini di Badoglio e di aver ceduto il Dodecaneso. Essendosi rifiutati di collaborare con il governo fascista, entrambi furono arrestati e deportati in Germania e in seguito consegnati alla RSI su sollecitazione di Mussolini. Che aveva un unico scopo: processarli per alto tradimento.

In un periodo in cui i fascisti si sentono galvanizzati dalla resistenza tedesca a Cassino, i due ammiragli vengono portati nel carcere di Parma.
E qui inizia la nostra breve storia.

13 maggio 1944 
Una nuova ondata (l’ennesima) di fortezze volanti anglo-americane ha appena sganciato su Parma una cascata di ferro e fuoco: il centro è stato colpito fino a Barriera Garibaldi. Colpiti anche molti monumenti storici, come il complesso della Pilotta e il Monumento a Verdi.
Ad essere colpita è anche un’ala del carcere San Francesco dove sono rinchiusi Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. I partigiani sono riusciti ad entrare e hanno cominciato a liberare diversi detenuti politici, ma Luigi Mascherpa e Inigo Campioni si rifiutano di fuggire. Potrebbero farlo e riparare sulle montagne sottraendosi alla vendetta che sta per scatenarsi contro di loro, ma sono soldati e l’idea della fuga ripugna al loro sentimento.

22 maggio 1944 
Ha luogo il processo presso il famigerato “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”. Fino a pochi giorni prima, quando già l’istruttoria era terminata, l'ambiente sembrava non sfavorevole agli ammiragli. Essi erano anzi convinti che il tribunale li avrebbe giudicati con serenità e con equa valutazione dei fatti. Solo all'ultimo momento gli avvocati difensori s'accorgono dal contegno del Gen. Griffini, presidente del tribunale, che la sorte dei loro assistiti è segnata. E’ chiaro: un ordine è arrivato dall'alto.
Si vuole dare una lezione all'elemento militare così come il processo di Verona l'aveva data a quello politico. Il presidente Griffini, che precedentemente s’era mostrato ben disposto verso gl'imputati (tanto che per sottrarli ai disagi del carcere stava per consegnarli alla custodia del convento dei benedettini in attesa del processo), negli ultimi giorni ha cambiato decisamente condotta. Il processo ha luogo nella sede delle assise di Parma. Dei quattro ammiragli imputati, solo Mascherpa e Campioni sono presenti, mentre Pavesi e Leonardi sono contumaci.
La deposizione degli imputati è stata quella della logica, del comune buon senso. L'armistizio era stato firmato, l'ordine dei superiori legittimi era chiaro: non potevano non ubbidire.

Il presidente (come dichiarò in seguito uno degli avvocati difensori) aveva condotto gli interrogatori con trascuratezza come se si trattasse di un furterello da quattro soldi.

22 maggio 1944 ore 19.00 
Comincia la camera di consiglio. C’è solo da attendere e sperare. Attesa che finisce molto presto.

C’è la lettura della sentenza:
Inìgo Campioni: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P. perchè, quale ammiraglio di Squadra, Governatore e Comandante militare dell'Egeo, avendo appreso, il giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato delle ore 20, la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, avendo ricevuto l'ordine dal Comando supremo di non ostacolare contatti e sbarchi anglo-americani e di opporsi alle violenze da qualunque altra parte fossero pervenute, comunicò tale ordine ai comandanti dipendenti, dimostrando cosi di dargli la sua piena adesione e l'intenzione di volerlo eseguire, pure essendo esso palesemente criminoso e in contrasto alle leggi di marinaio e di uomo d'onore che gli imponevano, avendone i mezzi e la possibilità, di difendere i possedimenti affidati al suo comando e di evitare a qualunque costo che venissero distaccati dalla Madre patria, come era intendimento dei traditori del Comando supremo”.

Luigi Mascherpa: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'articolo 241 C. P., perchè, quale comandante la base navale di Lero, appreso alle ore 20 del giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, dopo essere stato ricevuto dall'ammiraglio Inigo Campioni l'ordine di immediata cessazione delle ostilità contro gli anglo-americani e di resistenza contro qualsiasi offesa da qualsiasi altra parte provenisse, supinamente lo accettava, trasmettendolo ai reparti dipendenti. Non si opponeva, il 12 stesso settembre, allo sbarco degli inglesi che occupavano l'isola, consentendo così che quel possedimento venisse distaccato dalla Madre patria, senza aver tentato una difesa qualsiasi e fatto quanto gli era imposto dall'onore di marinaio e di soldato, dimostrando In tale maniera la sua volontà piena e cosciente di essere solidale con i traditori del Comando supremo”.

Priamo Leonardi: del delitto previsto e punito dall'art. 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante la piazzaforte di Augusta, nei giorni 9. 10, 12 luglio 1943, non si opponeva all'attacco anglo-americano, come ne avrebbe dovuto.

Gino Pavesi: del delitto previsto e punito dall'articolo 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante della base navale di Pantelleria, sottoposta ad attacchi aerei nemici nei primi di giugno 1943, rappresentava, contrariamente al vero, che l'Isola, per il numero dei morti, la scarsità dei viveri e l'assoluta mancanza di acqua, non era in condizione di poter resistere, consigliando cosi la necessità di chiedere la resa, mentre la base ai suoi ordini era ancora efficiente e tale da poter opporre ben altra resistenza, quale la legge dell'onore e del dovere imponevano.

Il Tribunale speciale per la Difesa dello Stato, visto l'articolo 103 C.P.M. di guerra, in relazione all'art. 241 del C.P. dichiara: Campioni Inìgo, Mascherpa Luigi, Leonardi Priamo, Pavesi Gino responsabili dei reati loro ascritti e li condanna alla pena di morte mediante fucilazione al petto.

23 maggio 1944
La giornata di Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni è trascorsa senza nessuna novità. Le sorelle di Campioni e la moglie di Mascherpa, che avevano atteso la fine del processo in un sottoscala del tribunale piangendo, hanno già presentato le domande di grazia. Le sorelle di Campioni sono subito partite per il lago di Garda per implorare pietà a Mussolini. Persino Piero Pisenti, Ministro di Giustizia del governo repubblichino, cerca di convincere Mussolini dell’assurdità della condanna. Niente da fare. Mussolini è irremovibile. Che siano fucilati.

Ore 22.00
L'abate De Vincentis, il pio superiore del convento dei benedettini di Parma, è stato appena svegliato da una telefonata. E’ il cappellano delle carceri don Belletti che lo avverte: la domanda di grazia è stata respinta e all’ndomani, all’alba, la sentenza verrà eseguita.
Si alza e parte per le carceri di San Francesco.
Questo il suo racconto:
24 maggio 1944 ore 02.30 
I due ammiragli dormono; li hanno lasciati riposare, ma ora devono essere svegliati. Entrambi capiscono che cosa possa significare quel risveglio insolito nel cuore della notte. “Padre, ci siamo?” chiede Campioni. “Purtroppo”, risponde l'abate. “Va bene, sono pronto” replica l'ammiraglio. Si alzano e si siedono entrambi al tavolino. Vogliono scrivere lettere ai loro familiari. Mascherpa chiede di vedere la moglie che è a Parma, ma non gli viene concesso. Con le lettere essi consegnano al padre alcuni oggetti, l'orologio e la penna stilografica. Poi si confessano durante una Messa celebrata in un altare improvvisato nella cella. Prima della comunione l'abate De Vincentis pronuncia brevi parole. Piange commosso. Dopo la messa vengono recitate le preci per i moribondi. I due condannati non hanno mai parole di odio.

Questa la lettera che Campioni scrisse ai suoi familiari:
Sorelle mie sante! Sì veramente sante; ché altra parola non potrebbe meglio esprimere la bontà ed affettuosità infinita che sono racchiuse in voi; bontà ed affettuosità sorrette da una forza morale che è più che umana. Scosse, angosciate, quasi distrutte dal colpo crudele, tremendo ed inaspettato, avete trovato ancora in voi stesse l’energia e la forza fisica per correre su a Maderno nella speranza del tentativo estremo. Me lo ha detto stamani la consorte del compagno di sventura. 
Ma la pietra che ha cominciato a rotolare sulla china così ripida nulla potrà più fermarla. Nel dolore, nella sventura, assai più che nella tranquilla letizia si rivela l’essenza delle creature e voi, sorelle mie più adorate, siete sante, sante, sante. La parola grazie è troppo infima cosa per dire quello che sento in me. Vi stringo sul cuore con una tenerezza ed un’adorazione che non hanno nome, e sempre con una serenità forte e sicura, che tutti quelli che ho dintorno potranno dirvi. 
E a te, Mamma cara, che mentre scrivo non sai ancora e sempre mi attendi, a te, che nemmeno per un attimo mi esci mai dal cuore e dalla mente, chiudo gli occhi, immagino di prendere il tuo capo fra le mani mie e coprirlo di baci riboccanti di tenera devozione di immensa adorazione. 
Perdonate tutto il male che vi ho dato e che ancora vi darò e grazie, grazie, grazie dell’unica cosa buona che al mondo esista, il bene che mi avete dato e voluto. 
A te mamma, a te Vittorina ed Hilda l’ultimo bacio lunghissimo. 
Inigo 

24 maggio 1944 ore 04.30 
Bisogna partire. Nel cortile delle carceri un automezzo e alcuni carabinieri stanno aspettando. Un brigadiere fa il gesto di mettere loro le manette. Mascherpa e Campioni sorridono e lo assicurarono: tranquillo, non fuggiamo. Il brigadiere si ritrae. Non ci vuole molto ad arrivare al poligono di tiro in una località in periferia dove deve avvenire l’esecuzione.
Un ufficiale della guardia repubblichina legge la sentenza, poi chiede ai condannati se hanno qualche desiderio da esprimere. Uno dei due risponde: "Auguriamoci che l'Italia possa risorgere". Quindi viene disposto il plotone di esecuzione. Vicino ai due condannati ci sono due sedie e due bende. Nè le une nè le altre servono; i due condannati chiedono di restare a occhi scoperti, rigidi sull'attenti. L'abate De Vincentis li abbraccia e fa ripetere loro alcune giaculatorie.
Uno dei due dice rivolto ai militi della polizia ausiliaria già pronti per sparare: “Ragazzi, ricordatevi di far l'Italia più bella di prima”. Parte la raffica.
Il padre benedettino si avvicina per l'estrema unzione. Mascherpa non sembra colpito, non si vede sangue all'esterno; Campioni invece ha il viso insanguinato dalle ferite. Non c’è bisogno del colpo di grazia, la morte è ormai evidente.

26 Settembre 1945 
Nel camposanto di Parma due lapidi di marmo recano scritto con caratteri neri: “Inigo Campioni” e ”Luigi Mascherpa”. Non vi sono aggiunti altri titoli. Le bare erano state poste il 24 maggio 1944 durante il regime della repubblica fascista. Il giorno dopo la radio di Milano annunciava: ”Giustizia è stata fatta”; i giornali registrarono l'avvenimento con titoli vistosi per ordine del ministero della cultura popolare, quindi si provvedeva a stendere sul fatto la cenere della dimenticanza. Nell'Italia del sud già liberata dalle forze alleate invece, appresa la notizia, si celebravano riti in suffragio dei due personaggi che i fascisti avevano considerato come traditori perchè avevano obbedito sino all'ultimo ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi. Una sentenza prestabilita. Oggi una delle salme, quella di Inigo Campioni, ammiraglio di squadra, è stata riesumata. Domani nella basilica di S, Giovanni Evangelista, si svolgeranno alla presenza dei familiari le onoranze funebri dopo le quali la salma partirà per Assisi dove è attesa dalla novantenne mamma.

Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. Due uomini che i fascisti hanno considerato traditori perchè avevano obbedito ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi.

Johannes Buckler 

Secondo un comune stereotipo noi italiani saremmo un popolo di furbi, un po' banditi. Casinisti certo, geniali forse, ma inadatti quando si comincia a parlare di cose serie. Conoscendo la nostra storia, forse un briciolo di verità c'è e qualcosa ci meritiamo. Se è per questo siamo anche campioni di linciaggio, se è vero come è vero che Piazzale Loreto lo abbiamo inventato noi. Ma non siamo solo quello. La nostra storia è piena di figli straordinari, di uomini e donne eccezionali, di una moltitudine di eroi. Purtroppo dimenticati. Come Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni. Ma forse proprio per rispetto a questi eroi straordinari, a questi uomini che hanno dato la vita per il nostro Paese, che qualche volta dovremmo vergognarci di essere come siamo, di comportarci come a volte ci comportiamo. 

“Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi di pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno”. Machiavelli. Il Principe, 1513. Capitolo XXVI

sabato 13 giugno 2015

Viminale e Regione: Maroni bifronte. I gemelli diversi.


Ormai è appurato: il governatore della Lombardia Roberto Maroni ha un fratello gemello e fra loro i rapporti devono essere deteriorati da tempo.
E’ l’unica spiegazione possibile. Ho conosciuto il fratello gemello quando era Ministro dell’Interno. Una persona perbene, senso delle istituzioni, vero rappresentante di una politica rispettosa delle istituzioni. Lo ricordo quando, aprendo la prima conferenza nazionale dei prefetti nell’ottobre 2010, auspicava “un ampliamento del ruolo del prefetto anche in relazione alle nuove implicazioni delle tematiche della sicurezza e dell’immigrazione”. Niente a che vedere con il fratello che è arrivato persino a minacciarli, i prefetti.

Lo ricordo nel tentativo di dare soluzione all’emergenza immigrazione del 2011, quando ebbe l’idea di realizzare a Mineo un villaggio della solidarietà, il più grande centro richiedenti asilo d’Europa. O quando stanziò decine di milioni per i campi Rom (60 milioni di euro solo per l’emergenza in cinque regioni Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e Piemonte) per ristrutturare quelli fatiscenti e costruirne di nuovi. Dispiace oggi vedere il fratello governatore contestare praticamente tutto ciò che di buono si è tentato di fare allora.

Il fratello, dopo aver creato le cosiddette “quote” nel pacchetto sicurezza immigrazione, ebbe persino toni molto duri con le regioni e i comuni che non volevano accogliere i profughi. “Accoglieteli o agiremo d’imperio” dichiarava al Corriere il 28 marzo 2011.

Con tono fermo, deciso, di chi ha a cuore i problemi del suo Paese disposto a mettere in secondo piano, cosa assai rara in un politico, gli interessi di partito. Chissà cosa starà pensando leggendo le dichiarazioni del fratello governatore su questa nuova emergenza.

Gli ricorderebbe, ne sono certo, che l’immigrazione è materia esclusiva dello Stato (art. 117 della Costituzione comma a) e non delle regioni. Di più. Il 10 luglio 2014, per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, fu firmato un documento in una conferenza unificata fra Governo, regioni ed enti locali. Nel testo si stabilisce il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Sottoscritto anche questo dal fratello, è vero, ma un documento valido ancora oggi.

A questo punto un consiglio: caro governatore, faccia pace. Fra fratelli ci possono essere discussioni, diatribe, visioni diverse, ma siete sempre sangue dello stesso sangue. Se non proprio la pace, una tregua, un armistizio. Ne guadagnerà l’ambito familiare e sicuramente il Paese tutto.

E non minacci i sindaci. Le potrebbero rispondere “padroni a casa nostra”, ricorda? O anche questo era uno slogan del fratello? Perché in un vero Federalismo “padroni a casa nostra, ma in casa tua comando io”, è un tantino contraddittorio. Lo ammetta, un pochino, via.

Johannes Bückler

13 Giungo 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 9 giugno 2015

Quando la protezione è negata.


2 febbraio 1982 
Questa storia inizia ad Hama, una città della Siria centrale ricordata nell’Antico Testamento col nome di Hamath. Una città splendida, famosa per le sue norie, grandi ruote idrauliche che hanno la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. (Le fontane della Reggia di Versailles erano un tempo alimentate da una installazione di norie sulla Senna). Il suo patrimonio architettonico è incredibile.

Antichissime moschee, tra cui quella costruita dal clan più ricco di La Mecca, i califfi della dinastia dei Omàyyadi. La moschea al-Nūrī, fondata da Norandino, appartenente alla dinastia Zengide che governò la Siria dal 1146 al 1174. Condottiero turco che rispettava i cristiani del suo territorio, ma combatteva i crociati, come stranieri in territorio musulmano giunti in Outremer per depredare e profanare i suoi luoghi Santi.

Gli abitanti di Hamā, sono per la stragrande maggioranza sunniti, tra i più conservatori di tutta la Siria.
Oggi non è un giorno qualsiasi ad Hama. Oggi la città è al centro di una rivolta organizzata dai Fratelli Musulmani contro il regime autoritario di Hafiz al-Asad.

(La scusa fu la proposta del regime di emendare la Costituzione, cancellando l'articolo che esigeva per la carica presidenziale l'appartenenza alla fede islamica. Fondamentalisti e attivisti di altre opposizioni al regime proclamarono Hamā "città liberata" esortando la Siria a insorgere contro l'"infedele").
Agli occhi di al-Asad, questa è una guerra totale. Ha mandato sul posto il fratello minore lo spietato Rifa'at al-Asad. L'esercito fa uso dell'artiglieria per ridurre Hamā alla sottomissione. Ha così inizio quello che passerà alla storia come “il massacro di Hama”.

27 febbraio 1982 

Dopo una battaglia durata giorni, la città è tornata ad essere saldamente sotto controllo governativo. Torture ed esecuzioni di massa di sospetti simpatizzanti dei ribelli sono all’ordine del giorno. Qualcuno parla di 10.000, chi 20.000 le persone uccise. (Thomas Friedman riferirà di 38.000).



Gran parte della città vecchia completamente distrutta, inclusi i palazzi, le moschee, i più preziosi siti archeologici e il famoso Palazzo ʿAẓem.

Grazie alla poderosa censura messa in moto dal regime, la notizia di quello che era accaduto trapelò solo successivamente. Con grave ritardo, l’opinione pubblica internazionale scoprì quello che era avvenuto. In Siria di quel massacro non si poté parlare mai. Fu censurato dai libri di storia, il divieto di scriverne assoluto, pena il carcere a vita. Il governo liquidò l’eccidio che aveva compiuto come una battaglia contro terroristi. Tutte le vittime, indipendentemente da chi fossero, vennero considerate fondamentalisti.
Dopo l'insurrezione di Hamā, il movimento fondamentalista fu spezzato e la Fratellanza dopo quel momento fu costretta ad operare in esilio. La repressione governativa in Siria si accrebbe considerevolmente, avendo al-Asad vanificato a Hamā ogni gesto di buona volontà precedentemente espresso nei confronti della maggioranza sunnita.

Ma la nostra storia non finisce qui.
Mohammad Al Sahri, ha 24 anni. Fa parte dei Fratelli Musulmani ed è ricercato dal regime. Per questo è costretto a fuggire da Hama. Va prima in Giordania e poi in Irak, La famiglia di sua moglie, anch'essa ricercata dal regime di Damasco, si è già stabilita in Europa, tra la Danimarca e l'Inghilterra.

22 Novembre 2002
Mohammad, ora ingegnere, è sposato con Maysun Lababidi. Dopo circa vent'anni di esilio, decide di partire per l'Europa, per dare un futuro ai suoi figli (2, 6, 9 e 11 anni). Precisamente a Londra dove risiede il fratello. Non può tornare ad Hama, l'appartenenza ai Fratelli Musulmani, sulla base della Legge 49 del 1980, e' punibile con la pena di morte.

23 novembre 2002
Arriva all'aeroporto Malpensa di Milano insieme ai suoi cari, proveniente da Baghdad via Amman (Giordania). Ma accade qualcosa che non aveva previsto. La polizia di frontiera decide di trattenerli. C’è la legge Bossi Fini, una legge che con i suoi stupidi automatismi favorisce di fatto i clandestini, impedendo invece alle persone per bene (che hanno mille ragioni per farlo), di chiedere asilo politico.

28 Novembre 2002 
Sono passati cinque giorni e la famiglia di Mohammad Al Sahri è ancora trattenuta dalla polizia di frontiera. Trattenuta in una stanza fredda (siamo a novembre) senza coperte e con i bambini che stanno soffrendo le pene dell’inferno. Viene persino impedito loro di vedere Murhaf, il fratello di Maysun, che nel frattempo era volato da Londra in loro soccorso. Murhaf era riuscito il giorno dello sbarco a sentirla telefonicamente e non soltanto si era assicurato che la sorella avesse richiesto l'asilo politico per lei e i suoi cari, ma le aveva anche tradotto dall'arabo il termine "refugee".

«Devi dire alla polizia di frontiera: "We are refugee"». Cinque giorni di detenzione in isolamento. Vissuto libero nel paese del feroce Saddam, Mohammad non trova altrettanta tolleranza nella "democratica" Italia. Le porte si aprono “dove ci portate?”. In un posto sicuro stia tranquillo. Una veloce corsa all’aeroporto, un posto sull’aereo e la macabra constatazione. Le lacrime non servono. L’aereo è diretto a Damasco. L'inganno è stato di dire loro che sarebbero andati in Sicilia. Le vittime si sono rese conto del trucco quando sono state legate loro le mani (a tutti, adulti e bambini). L’unica cosa certa: Mohammad Al Sahri sta per essere consegnato al boia. Ad attenderlo la sicurezza siriana.

Viene portato via, lui e la sua famiglia. Il resto si conosce attraverso AMNESTY INTERNATIONAL che ha seguito il suo caso. Siamo nel 2003 e sua moglie, presto liberata insieme ai bambini, vive ad Hama dove due volte a settimana, racconta Murhaf, riceve la visita dei Mukabarat, i servizi segreti che la intimidiscono e le bombardano di domande sui contatti del marito e sul resto della famiglia.

In Italia c’è un’interrogazione parlamentare: >>>>>

Il Ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, si difende: «Queste persone non hanno mai avanzato domanda di asilo, sono stati trattenuti in luoghi ospitali, trattati con umanità e rimpatriati in Siria nel pieno rispetto della legge Bossi-Fini». Difficile credere che in cinque giorni di detenzione non abbiano mai espresso tale richiesta. E in ogni caso, spiegano i legali della famiglia Lababidi (che  hanno denunciato il governo italiano alla Corte europea di Strasburgo per numerose violazioni del diritto internazionale), la Convenzione di Strasburgo vieta «il rimpatrio forzato verso un paese in cui vige la pena di morte».

E a rispondere a Pisanu sull'ospitalità della polizia di frontiera ci pensa Maysun che dai suoi "arresti domiciliari" in cui si trova, scrive al fratello.
«Abbiamo ricevuto il peggior trattamento. C'era una donna, la stessa che ci ha scortato in Siria.
Avevamo chiesto rifugio, una vita normale...invece ci hanno rinchiuso in una stanza con le telecamere, dove ci hanno perquisito e fatto le foto segnaletiche. Abbiamo chiesto varie volte un interprete, un avvocato. Poi ci hanno condotto in un posto vicino all'aeroporto, un posto freddo, gelido, senza riscaldamento, niente coperte. Così fino a giovedì 28 novembre alle 21 quando quella donna è venuta con tre agenti di polizia e ci ha detto "hanno accettato la vostra richiesta”. Raccogliete i vostri effetti personali". Dove andiamo? "Sarete trasferiti in un posto migliore" mi ha risposto la donna. Solo in aereo abbiamo capito dove eravamo diretti».

Com’è andata a finire la vicenda? Il giorno 8 luglio 2003 arriva in Italia la notizia che Mohammad Said Al-Sahri, l'ingegnere siriano espulso dall'Italia insieme alla moglie e ai quattro figli nel novembre scorso è stato ucciso. La notizia viene subito smentita dall’ambasciatrice siriana a Roma che afferma che non è vero, che Al Sahri è detenuto (detenuto sich!!!) ma «in condizioni normali». Sempre che si possa credere al governo siriano e sperando che per “normali” si intenda normali.

La bella notizia è che dopo undici mesi di detenzione (e secondo i dati di Amnesty Intermational, anche di torture e maltrattamenti) Mohammad Said Al-Sahri ha potuto riacquistare la libertà. Libertà per modo di dire visto che ha l'obbligo di firma e sicuramente gli è impedito allontanarsi dalla Siria.

Al suo rilascio ha contribuito  anche il Governo italiano, in realtà una sorta di riparazione ad un danno che noi stessi abbiamo prodotto alla famiglia Al-Sahri.

Il rimpatrio forzato in Siria della famiglia al-Sakhri, senza un esame della richiesta di protezione nell'ambito di una procedura d'asilo equa, completa e soddisfacente, ha rappresentato una chiara violazione dei principio di non respingimento, vincolante per tutti gli Stati, che proibisce il rimpatrio forzato di una persona in un paese nel quale la sua vita o la sua libertà sarebbero in pericolo. Anche secondo la legge Bossi-Fini. Ma ora fatevi una domanda: perché una famiglia proveniente dalla Giordania viene rispedita in Siria dove per il capo famiglia è prevista la pena di morte? Quando venne chiesto al Governo italiano la risposta fu : sono stati loro a rifiutare la Giordania. Fantastico. Si sono opposti alla Giordania come destinazione preferendo la morte in Siria? Suvvia.

Amnesty International non ha mai smesso di riferire, in seguito alle inchieste da essa condotte, che in Siria la tortura è praticata sistematicamente ed è concreto il pericolo di scomparsa dei detenuti politici. Soprattutto gli appartenenti ai Fratelli Mussulmani. Il governo, quindi, non poteva non sapere. Non poteva non immaginare la fine che avrebbe fatto Mohammad Al Sahri. 


Queste alcune normative in materia di rifugiati di allora, tutte disattese. 
* L’articolo 10 della Costituzione, che riconosce espressamente il diritto di asilo.
* L’articolo 1 della legge n. 39 del 1990 (la cosiddetta legge Martelli) e il suo regolamento di attuazione (il decreto del Presidente della Repubblica n. 136 del 1990), che contengono norme sulla procedura di esame delle domande, sul trattamento dei richiedenti in pendenza della decisione ed istituiscono la Commissione nazionale per il riconoscimento dello 
status di rifugiato.
* La Convenzione di Ginevra del 1951 (che è parte integrante del nostro diritto interno), che definisce i diritti di cui gode il rifugiato.
* L’articolo 19 del decreto legislativo n. 286 del 1998, che stabilisce il divieto di espulsione e respingimento in applicazione del principio di non refoulement.
* Il regolamento del Consiglio 343/2003 del 1° febbraio 2003 (che sostituisce la Convenzione europea di Dublino del 1990), che determina lo Stato membro responsabile dell’esame della domanda di asilo.
* La direttiva del Consiglio 2003/9/CE del 27 gennaio 2003, sulle norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
* Gli articoli 31 e 32 della legge n. 189 del 2002 (il cui regolamento di attuazione è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno 2002), che hanno modificato le procedure di esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, attribuendo le relative competenze decisionali a organi di nuova istituzione, le cosiddette commissioni territoriali.

Questa volta la vicenda si è fortunatamente conclusa positivamente. Ma quante sofferenze ha dovuto patire la famiglia al-Sakhri? E quanti altri Mohammad Al Sahri stanno entrando in Italia?

Johannes Bückler
P.S. Dal 2010 Rifa'at al-Asad, l’autore del massacro di Hama, vive tranquillo nel quartiere londinese di Mayfair.


giovedì 21 maggio 2015

Italiani, quale gente?


Si fa presto a dire “molti nemici molto onore". Perché dipende dai nemici che uno si ritrova. Rodolfo Graziani (nella foto) gran colonizzatore dei territori libici e di quelli dell’Africa Orientale, di nemici ne aveva ovunque.
Ed era capace di scovarne anche dove non esistevamo.
Aveva uno stile tutto suo, fin da quando, ventenne studente universitario a Roma, perde il padre iniziando una guerra personale contro tutto e contro tutti.
Stanziato prima in Eritrea, chiede di partecipare alla spedizione che punta su Tripoli.
Tripoli, bel suol d'amore, 
ti giunga dolce questa mia canzon, 
sventoli il Tricolore sulle tue torri 
al rombo del cannon! 
Dovrà rimandare l’appuntamento per il morso di un serpente velenoso mentre dorme nella sua tenda. All'ospedale di Asmara prende pure la malaria, ma niente può fermare la sua straordinaria ascesa ai vertici militari e coloniali.
Le terre e le popolazioni africane porteranno per anni impresso il marchio indelebile dello “stile Graziani”.
Come nella repressione durante la guerra in Africa Orientale. Per sconfiggere la resistenza delle popolazioni locali non esita ad usare tutto l’armamentario possibile.

Dai bombardamenti aerei di massa all’uso (per la prima volta) di gas asfissianti come l’iprite infrangendo il patto della Società delle Nazioni. Con il beneplacito di Mussolini naturalmente.
Due sue direttive: «Sta bene per azione giorno 29. Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco» (27 ottobre 1935).
"Autorizzo vostra eccellenza all’impiego, anche su vasta scala, di qualunque gas e dei lanciafiamme" (28 dicembre 1935).
Per la prima volta un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si ritiene barbaro.

Etiopia, la cui popolazione è un nemico certamente inferiore di numeri e mezzi, ma determinato a combattere per la propria terra contro quello che ritiene un invasore, un distruttore delle loro tradizioni millenarie.
Ed è qui che inizia la nostra storia.

19 febbraio 1937 – Addis Abeba
In occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, Rodolfo Graziani ha dato l’ordine di preparare una cerimonia pubblica per festeggiare l’evento.
Vuole imitare un’antica usanza etiope e fa distribuire ai poveri della città due talleri d’argento, il doppio di quanto ha da sempre distribuito Hailè Selassiè in occasioni del genere.
Molta gente quindi si è presentata nel palazzo imperiale. Ma accade qualcosa. Due intellettuali eritrei (Abraham Debotch e Mogus Asghedom) lanciano contro il palco 7 o 8 bombe a mano uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani, colpito da 350 schegge.
Momenti di panico, urla, le porte del palazzo vengono immediatamente chiuse per evitare la fuga degli attentatori. La folla cerca di fuggire, ma il fuoco della fucileria è tremendo. Gli spari durano tre ore e molte persone restano sul terreno.
Chi si salva viene ucciso nei saloni del palazzo a colpi di scudiscio. Seppur ferito Graziani ordina una vera caccia all’uomo.
La strage ha inizio, in una escalation senza precedenti. Le case sono incendiate, come pure bestiame e raccolti.

28 febbraio 1937 – Addis Abeba
Graziani propone di radere al suolo la parte vecchia della città di Addis Abeba e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento. Mussolini si oppone per paura di più decisive reazioni internazionali, pur confermando l'ordine di passare per le armi tutti i sospetti, ordine poi esteso a tutti i governatori dell'Impero. Le esecuzioni proseguono.

10 marzo 1937 – Addis Abeba
Graziani ha ordinato la fucilazione di tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano. Mussolini si congratula.

7 aprile 1937 – Addis Abeba
Graziani telegrafa al generale Maletti che il territorio deve “essere assolutamente domato e messo a ferro e fuoco”. Precisa : "Più Vostra Signoria distruggerà nello Scioà e più acquisterà benemerenze". Vengon fatti arresti in massa: "mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti".
"Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta".
Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente.

20 febbraio 1937
Per tutta la notte, con un accanimento anche più feroce che nella notte precedente, si continua l'opera di distruzione dei tucul.
La popolazione indigena è tutta sulla strada. Impressionante indifferenza dei capannelli di donne e di bambini intorno alla masserizie fumanti. Non un grido, non una lacrima, non una recriminazione.
Gli uomini si tengono nascosti, perché rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive. "Episodi orripilanti di violenze inutili".
Da una statistica dell'attività dell'Arma dei carabinieri, firmata dal colonnello Hazon e datata 2 giugno, si ricava che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509 indigeni.
Ciro Poggiali racconta l'episodio di un capitano italiano che, dopo aver fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena, di fronte alle proteste del capofamiglia "uccide tutta la famiglia compresi i bambini".
E ancora, sui metodi dei carabinieri: “Sul piazzale del tribunale assisto al trasporto, dopo la condanna per furto, di un giovinetto moribondo per denutrizione. Un altro non si regge in piedi per le botte. I carabinieri che hanno in custodia i prevenuti da presentare alla così detta giustizia, hanno importato dall'Italia, moltiplicandoli per mille, i sistemi polizieschi più nefandi.

Il capitano degli alpini Sartori è incaricato di eliminare 200 Amhara catturati nei dintorni di Soddu. L'ufficiale li ammassa in una grande fossa scoperta tra i dirupi e ordina ai suoi ascari di sparare.
Il ricordo della carneficina turberà il resto della vita del capitano Sartori. Morirà pazzo e smemorato, qualche anno dopo, in una prigione del Kenya.

20 maggio 1937  
Debra Libanos è un convento di tradizione cristiana copta, uno dei luoghi più sacri del territorio etiope.
Graziani è furibondo.
E’ convinto che nel monastero abbiano trovato protezione i responsabili dell’attentato. Graziani ha dato l’ordine al generale Pietro Maletti: distruggere Debra Libanos.
Secondo lui i monaci hanno aiutato e dato riparo agli attentatori. Il suo battaglione, composto da cristiani copti, è poco adatto ad un’azione del genere. Meglio sostituirlo con uno somalo musulmano, più adatto alla repressione di cristiani.
Le truppe (un battaglione di ascari mussulmani e la banda galla "Mohamed Sultan"), comandate dal generale Pietro Maletti, partono per raggiungere Debra Libanos, città conventuale, uno dei luoghi più sacri del cristianesimo copto.

Lungo la strada (i 150 km che da Addis Abeba portano alla città-convento di Debrà Libanòs) verranno incendiati 115.422 tucul, tre chiese e un convento, mentre ben 2.523 sono i "ribelli" giustiziati.
I monaci, compreso il vicepriore, sono stati portati sull’orlo della stretta gola di Zega Waden a bordo di una quarantina di camion.
Vengono incappucciati e fatti accucciare al bordo di un piccolo crepaccio, uno fianco all’altro. Le mitragliatrici sparano in continuazione per cinque ore, interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio.
Graziani non è ancora soddisfatto.
Ordina al generale Maletti di uccidere anche i giovani seminaristi. Nessuna pietà. Maletti ubbidisce.
Torna ad Addis Abeba lasciando nel crepaccio 449 monaci (tra cui 129 diaconi giovanissimi) e 23 laici. (Studiosi dell'Università di Nairobi e di Addis Abeba hanno stabilito che il numero delle vittime del massacro è compreso tra 1.423 e 2.033 uomini)

La strage di Debra Libanos rimane una pagina nera della nostra storia d’Italia, dimenticata rimossa e soprattutto censurata. Uno dei tanti crimini commessi da noi italiani.
Insomma il mito degli italiani ‘brava gente’ non deve  essere mai messo in discussione. 


Il dominio coloniale italiano in Etiopia finirà solo con la sconfitta del 1941 ad opera dei britannici e con il ritorno sul trono dell’imperatore Hailè Selassiè. Arresosi alle truppe anglo-americane nel 1945, Graziani fu processato nel 1948 per il ruolo svolto nella Repubblica Sociale Italiana (non per i crimini commessi in Etiopia)  e condannato a 19 anni di carcere, 17 dei quali condonati. Rimase in carcere solo quattro mesi. Nel 1953 divenne presidente onorario del MSI ma in contrasto con alcuni camerati preferì ritirarsi a vita privata. Muore nel 1955 nella sua casa di Roma.

Johannes Bückler

mercoledì 20 maggio 2015

Imu, Tasi e il sadismo fiscale.


Mentre siamo alle prese con 730, Irpef e dichiarazioni dei redditi, ecco avvicinarsi una nuova scadenza fiscale: il 16 giugno, prima rata di Imu e Tasi.
Anche quest’anno niente local tax, una tassa unica locale che dovrebbe accorpare tutti i tributi sugli immobili e semplificare la vita a noi contribuenti, se ne riparlerà nel prossimo anno.
Per quanto riguarda la prossima scadenza c’è però una buona notizia. Anci e Governo hanno trovato un accordo: l'approvazione dei bilanci preventivi degli enti locali é spostata in avanti, dal 31 maggio al 30 luglio e con essa la definizione, da parte dei sindaci, delle aliquote su Imu e Tasi. Tradotto, significa che il 16 giugno dovremo pagare la prima rata (pari al 50% del tributo) calcolata sulla base delle aliquote e delle detrazioni deliberate per l’anno d’imposta 2014. La rata del 16 dicembre (a saldo) andrà pagata con eventuale conguaglio utilizzando le aliquote e le detrazioni deliberate dai comuni per l’anno d’imposta 2015.
Conosciamo l’importo, quindi tutto bene? Magari. Sappiamo “quanto”, sappiamo “quando”, ma rimane il “come”. E la stessa domanda: arriverà finalmente a casa il bollettino precompilato?
Il discorso dei bollettini precompilati fu inserito con il comma 689 nella legge 147/2013, la legge di Stabilità approvata dal governo Letta.
Dal 2015 era previsto “l’invio di modelli di pagamento preventivamente compilati da parte degli enti impositori”. Mai visti.
E’ seguita la legge 89 del 2014 che imponeva ai comuni nel 2015 “la massima semplificazione degli adempimenti dei contribuenti” rendendo così “disponibili i modelli di pagamento preventivamente compilati su loro richiesta, ovvero procedendo autonomamente all’invio degli stessi modelli”.
Qualcuno a questo punto starà esclamando: “questa volta ci siamo”.
Calma. Se state già pensando di cavarvela aspettando sul divano il bollettino precompilato dopo aver stappato la bottiglia delle grandi occasioni scordatevelo, perché non arriveranno.
 Anche quest’anno dovremo ripetere le file ai Caf, le attese dai commercialisti o dai consulenti che i comuni, bontà loro, dovranno metterci a disposizione. Infatti, come ci avverte l’Ifel, la fondazione dell’Anci, “solo una lettura superficiale della legge di Stabilità 2014 può portare a questo convincimento, in realtà, tale obbligo non emerge dalla normativa vigente”.
Secondo loro “massima semplificazione degli adempimenti” e “rendere disponibili i modelli di pagamento” sono frasi che vanno interpretate.
O meglio, vanno tradotte (sempre che qualcuno conosca il burocratese). Ora ai sindaci dico: per anni ci avete riempito la testa con il “federalismo fiscale”, panacea di tutti i mali. Le tasse più vicine al territorio (e abbiamo visto com’è andata a finire), tasse più eque (cioè sempre più alte) per arrivare a una conclusione: non esistendo l’esatta conoscenza dei titolari e detentori di immobili non siete in grado nemmeno di compilarci un semplice e misero bollettino.
Prendiamo atto. Ma state tranquilli, le tasse vanno pagate e continueremo a farlo, nonostante tutto. Perché la fase dell'arrabbiatura l'abbiamo superata da tempo ormai, sostituita da una mesta e dolente rassegnazione.
Arrivati a questo punto, una cosa che dovrebbe farvi riflettere: si trattano così i contribuenti di un Paese che si definisce civile?

Johannes Bückler

20 Maggio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

lunedì 18 maggio 2015

Rivalutazione delle pensioni.


La realtà finanziaria del paese è un elemento da tenere in considerazione e pertanto la strumentale decisione di restituire solo una parte è giustificabile dalla condizione di bilancio, ancorchè di principio ingiusta.
Il problema vero è a chi spetta la rivalutazione ed in che misura; quasi tutte le pensioni sono calcolate sul retributivo e le prossime saranno erogate sul contributivo con un taglio sensibile rispetto al precedente sistema fino al 50%.
Non è giusto che le future generazioni garantiscano pensioni ai tanti che sono andati in pensione con 19 anni sei mesi ed un giorno che percepiscono una pensione magari non di importo elevato ma lo fanno da quando avevano solo 40 anni e viste le aspettative di vita la percepiranno per 40 anni gli uomini e per 44 anni le donne, somme mai versate; quanti nella pubblica amministrazione vengono promossi al grado superiore andando in pensione o nel privato regalare un ultimo anno a somme stratosferiche, ricordo il collaudatore di aerei della fiat, Gabrielli che passò l’ultimo anno di sevizio ad uno stipendio di 100 milioni, almeno 10 volte superiore al precedente profittando delle regole del retributivo, a danno del fondo pensione.
Bisognerebbe dire che i diritti acquisiti non si possono toccare, ma questo deve valere per tutti, i titolari di pensioni più elevate hanno nella vita lavorativa pagato tasse progressive rispetto al reddito ed oggi versano un contributo di solidarietà grazie a Monti ed un altro grazie a Letta, e per populismo oggi non vedranno una lira di rivalutazione che invece verrà erogata a coloro che stanno sotto i 3.000 € tra cui i pensionati baby.
 Una giusta decisione, visto che lo stato ha incamerato i contributi e ne ha tratto i benefici economici immediati e derivanti da rivalutazione ed interessi, dovrebbe essere quella di prendere in esame per tutti una pensione teorica, calcolata sul contributivo e sulla stessa riconoscere a tutti la rivalutazione economica spettante.
Una decisione in tale direzione eviterebbe molto probabilmente ricorsi ai tribunali amministrativi.

Pietro Angellotto 

Pomezia 18 maggio 2015