Disclaimer

Al fine di mantenere il blog nell'ambito di un confronto civile e costruttivo, tutti i commenti agli articoli espressi dai lettori verranno preventivamente valutati ed eventualmente moderati. La Redazione.

giovedì 21 maggio 2015

Italiani, quale gente?


Si fa presto a dire “molti nemici molto onore". Perché dipende dai nemici che uno si ritrova. Rodolfo Graziani (nella foto) gran colonizzatore dei territori libici e di quelli dell’Africa Orientale, di nemici ne aveva ovunque.
Ed era capace di scovarne anche dove non esistevamo.
Aveva uno stile tutto suo, fin da quando, ventenne studente universitario a Roma, perde il padre iniziando una guerra personale contro tutto e contro tutti.
Stanziato prima in Eritrea, chiede di partecipare alla spedizione che punta su Tripoli.
Tripoli, bel suol d'amore, 
ti giunga dolce questa mia canzon, 
sventoli il Tricolore sulle tue torri 
al rombo del cannon! 
Dovrà rimandare l’appuntamento per il morso di un serpente velenoso mentre dorme nella sua tenda. All'ospedale di Asmara prende pure la malaria, ma niente può fermare la sua straordinaria ascesa ai vertici militari e coloniali.
Le terre e le popolazioni africane porteranno per anni impresso il marchio indelebile dello “stile Graziani”.
Come nella repressione durante la guerra in Africa Orientale. Per sconfiggere la resistenza delle popolazioni locali non esita ad usare tutto l’armamentario possibile.

Dai bombardamenti aerei di massa all’uso (per la prima volta) di gas asfissianti come l’iprite infrangendo il patto della Società delle Nazioni. Con il beneplacito di Mussolini naturalmente.
Due sue direttive: «Sta bene per azione giorno 29. Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco» (27 ottobre 1935).
"Autorizzo vostra eccellenza all’impiego, anche su vasta scala, di qualunque gas e dei lanciafiamme" (28 dicembre 1935).
Per la prima volta un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si ritiene barbaro.

Etiopia, la cui popolazione è un nemico certamente inferiore di numeri e mezzi, ma determinato a combattere per la propria terra contro quello che ritiene un invasore, un distruttore delle loro tradizioni millenarie.
Ed è qui che inizia la nostra storia.

19 febbraio 1937 – Addis Abeba
In occasione della nascita di Vittorio Emanuele, primogenito di Umberto II di Savoia, Rodolfo Graziani ha dato l’ordine di preparare una cerimonia pubblica per festeggiare l’evento.
Vuole imitare un’antica usanza etiope e fa distribuire ai poveri della città due talleri d’argento, il doppio di quanto ha da sempre distribuito Hailè Selassiè in occasioni del genere.
Molta gente quindi si è presentata nel palazzo imperiale. Ma accade qualcosa. Due intellettuali eritrei (Abraham Debotch e Mogus Asghedom) lanciano contro il palco 7 o 8 bombe a mano uccidendo quattro italiani, tre indigeni e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Graziani, colpito da 350 schegge.
Momenti di panico, urla, le porte del palazzo vengono immediatamente chiuse per evitare la fuga degli attentatori. La folla cerca di fuggire, ma il fuoco della fucileria è tremendo. Gli spari durano tre ore e molte persone restano sul terreno.
Chi si salva viene ucciso nei saloni del palazzo a colpi di scudiscio. Seppur ferito Graziani ordina una vera caccia all’uomo.
La strage ha inizio, in una escalation senza precedenti. Le case sono incendiate, come pure bestiame e raccolti.

28 febbraio 1937 – Addis Abeba
Graziani propone di radere al suolo la parte vecchia della città di Addis Abeba e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento. Mussolini si oppone per paura di più decisive reazioni internazionali, pur confermando l'ordine di passare per le armi tutti i sospetti, ordine poi esteso a tutti i governatori dell'Impero. Le esecuzioni proseguono.

10 marzo 1937 – Addis Abeba
Graziani ha ordinato la fucilazione di tutti i cantastorie, gli indovini e gli stregoni di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare nei vari mercati la fine prossima del dominio italiano. Mussolini si congratula.

7 aprile 1937 – Addis Abeba
Graziani telegrafa al generale Maletti che il territorio deve “essere assolutamente domato e messo a ferro e fuoco”. Precisa : "Più Vostra Signoria distruggerà nello Scioà e più acquisterà benemerenze". Vengon fatti arresti in massa: "mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti".
"Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta".
Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente.

20 febbraio 1937
Per tutta la notte, con un accanimento anche più feroce che nella notte precedente, si continua l'opera di distruzione dei tucul.
La popolazione indigena è tutta sulla strada. Impressionante indifferenza dei capannelli di donne e di bambini intorno alla masserizie fumanti. Non un grido, non una lacrima, non una recriminazione.
Gli uomini si tengono nascosti, perché rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive. "Episodi orripilanti di violenze inutili".
Da una statistica dell'attività dell'Arma dei carabinieri, firmata dal colonnello Hazon e datata 2 giugno, si ricava che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509 indigeni.
Ciro Poggiali racconta l'episodio di un capitano italiano che, dopo aver fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena, di fronte alle proteste del capofamiglia "uccide tutta la famiglia compresi i bambini".
E ancora, sui metodi dei carabinieri: “Sul piazzale del tribunale assisto al trasporto, dopo la condanna per furto, di un giovinetto moribondo per denutrizione. Un altro non si regge in piedi per le botte. I carabinieri che hanno in custodia i prevenuti da presentare alla così detta giustizia, hanno importato dall'Italia, moltiplicandoli per mille, i sistemi polizieschi più nefandi.

Il capitano degli alpini Sartori è incaricato di eliminare 200 Amhara catturati nei dintorni di Soddu. L'ufficiale li ammassa in una grande fossa scoperta tra i dirupi e ordina ai suoi ascari di sparare.
Il ricordo della carneficina turberà il resto della vita del capitano Sartori. Morirà pazzo e smemorato, qualche anno dopo, in una prigione del Kenya.

20 maggio 1937  
Debra Libanos è un convento di tradizione cristiana copta, uno dei luoghi più sacri del territorio etiope.
Graziani è furibondo.
E’ convinto che nel monastero abbiano trovato protezione i responsabili dell’attentato. Graziani ha dato l’ordine al generale Pietro Maletti: distruggere Debra Libanos.
Secondo lui i monaci hanno aiutato e dato riparo agli attentatori. Il suo battaglione, composto da cristiani copti, è poco adatto ad un’azione del genere. Meglio sostituirlo con uno somalo musulmano, più adatto alla repressione di cristiani.
Le truppe (un battaglione di ascari mussulmani e la banda galla "Mohamed Sultan"), comandate dal generale Pietro Maletti, partono per raggiungere Debra Libanos, città conventuale, uno dei luoghi più sacri del cristianesimo copto.

Lungo la strada (i 150 km che da Addis Abeba portano alla città-convento di Debrà Libanòs) verranno incendiati 115.422 tucul, tre chiese e un convento, mentre ben 2.523 sono i "ribelli" giustiziati.
I monaci, compreso il vicepriore, sono stati portati sull’orlo della stretta gola di Zega Waden a bordo di una quarantina di camion.
Vengono incappucciati e fatti accucciare al bordo di un piccolo crepaccio, uno fianco all’altro. Le mitragliatrici sparano in continuazione per cinque ore, interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio.
Graziani non è ancora soddisfatto.
Ordina al generale Maletti di uccidere anche i giovani seminaristi. Nessuna pietà. Maletti ubbidisce.
Torna ad Addis Abeba lasciando nel crepaccio 449 monaci (tra cui 129 diaconi giovanissimi) e 23 laici. (Studiosi dell'Università di Nairobi e di Addis Abeba hanno stabilito che il numero delle vittime del massacro è compreso tra 1.423 e 2.033 uomini)

La strage di Debra Libanos rimane una pagina nera della nostra storia d’Italia, dimenticata rimossa e soprattutto censurata. Uno dei tanti crimini commessi da noi italiani.
Insomma il mito degli italiani ‘brava gente’ non deve  essere mai messo in discussione. 


Il dominio coloniale italiano in Etiopia finirà solo con la sconfitta del 1941 ad opera dei britannici e con il ritorno sul trono dell’imperatore Hailè Selassiè. Arresosi alle truppe anglo-americane nel 1945, Graziani fu processato nel 1948 per il ruolo svolto nella Repubblica Sociale Italiana (non per i crimini commessi in Etiopia)  e condannato a 19 anni di carcere, 17 dei quali condonati. Rimase in carcere solo quattro mesi. Nel 1953 divenne presidente onorario del MSI ma in contrasto con alcuni camerati preferì ritirarsi a vita privata. Muore nel 1955 nella sua casa di Roma.

Johannes Bückler

mercoledì 20 maggio 2015

Imu, Tasi e il sadismo fiscale.


Mentre siamo alle prese con 730, Irpef e dichiarazioni dei redditi, ecco avvicinarsi una nuova scadenza fiscale: il 16 giugno, prima rata di Imu e Tasi.
Anche quest’anno niente local tax, una tassa unica locale che dovrebbe accorpare tutti i tributi sugli immobili e semplificare la vita a noi contribuenti, se ne riparlerà nel prossimo anno.
Per quanto riguarda la prossima scadenza c’è però una buona notizia. Anci e Governo hanno trovato un accordo: l'approvazione dei bilanci preventivi degli enti locali é spostata in avanti, dal 31 maggio al 30 luglio e con essa la definizione, da parte dei sindaci, delle aliquote su Imu e Tasi. Tradotto, significa che il 16 giugno dovremo pagare la prima rata (pari al 50% del tributo) calcolata sulla base delle aliquote e delle detrazioni deliberate per l’anno d’imposta 2014. La rata del 16 dicembre (a saldo) andrà pagata con eventuale conguaglio utilizzando le aliquote e le detrazioni deliberate dai comuni per l’anno d’imposta 2015.
Conosciamo l’importo, quindi tutto bene? Magari. Sappiamo “quanto”, sappiamo “quando”, ma rimane il “come”. E la stessa domanda: arriverà finalmente a casa il bollettino precompilato?
Il discorso dei bollettini precompilati fu inserito con il comma 689 nella legge 147/2013, la legge di Stabilità approvata dal governo Letta.
Dal 2015 era previsto “l’invio di modelli di pagamento preventivamente compilati da parte degli enti impositori”. Mai visti.
E’ seguita la legge 89 del 2014 che imponeva ai comuni nel 2015 “la massima semplificazione degli adempimenti dei contribuenti” rendendo così “disponibili i modelli di pagamento preventivamente compilati su loro richiesta, ovvero procedendo autonomamente all’invio degli stessi modelli”.
Qualcuno a questo punto starà esclamando: “questa volta ci siamo”.
Calma. Se state già pensando di cavarvela aspettando sul divano il bollettino precompilato dopo aver stappato la bottiglia delle grandi occasioni scordatevelo, perché non arriveranno.
 Anche quest’anno dovremo ripetere le file ai Caf, le attese dai commercialisti o dai consulenti che i comuni, bontà loro, dovranno metterci a disposizione. Infatti, come ci avverte l’Ifel, la fondazione dell’Anci, “solo una lettura superficiale della legge di Stabilità 2014 può portare a questo convincimento, in realtà, tale obbligo non emerge dalla normativa vigente”.
Secondo loro “massima semplificazione degli adempimenti” e “rendere disponibili i modelli di pagamento” sono frasi che vanno interpretate.
O meglio, vanno tradotte (sempre che qualcuno conosca il burocratese). Ora ai sindaci dico: per anni ci avete riempito la testa con il “federalismo fiscale”, panacea di tutti i mali. Le tasse più vicine al territorio (e abbiamo visto com’è andata a finire), tasse più eque (cioè sempre più alte) per arrivare a una conclusione: non esistendo l’esatta conoscenza dei titolari e detentori di immobili non siete in grado nemmeno di compilarci un semplice e misero bollettino.
Prendiamo atto. Ma state tranquilli, le tasse vanno pagate e continueremo a farlo, nonostante tutto. Perché la fase dell'arrabbiatura l'abbiamo superata da tempo ormai, sostituita da una mesta e dolente rassegnazione.
Arrivati a questo punto, una cosa che dovrebbe farvi riflettere: si trattano così i contribuenti di un Paese che si definisce civile?

Johannes Bückler

20 Maggio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

lunedì 18 maggio 2015

Rivalutazione delle pensioni.


La realtà finanziaria del paese è un elemento da tenere in considerazione e pertanto la strumentale decisione di restituire solo una parte è giustificabile dalla condizione di bilancio, ancorchè di principio ingiusta.
Il problema vero è a chi spetta la rivalutazione ed in che misura; quasi tutte le pensioni sono calcolate sul retributivo e le prossime saranno erogate sul contributivo con un taglio sensibile rispetto al precedente sistema fino al 50%.
Non è giusto che le future generazioni garantiscano pensioni ai tanti che sono andati in pensione con 19 anni sei mesi ed un giorno che percepiscono una pensione magari non di importo elevato ma lo fanno da quando avevano solo 40 anni e viste le aspettative di vita la percepiranno per 40 anni gli uomini e per 44 anni le donne, somme mai versate; quanti nella pubblica amministrazione vengono promossi al grado superiore andando in pensione o nel privato regalare un ultimo anno a somme stratosferiche, ricordo il collaudatore di aerei della fiat, Gabrielli che passò l’ultimo anno di sevizio ad uno stipendio di 100 milioni, almeno 10 volte superiore al precedente profittando delle regole del retributivo, a danno del fondo pensione.
Bisognerebbe dire che i diritti acquisiti non si possono toccare, ma questo deve valere per tutti, i titolari di pensioni più elevate hanno nella vita lavorativa pagato tasse progressive rispetto al reddito ed oggi versano un contributo di solidarietà grazie a Monti ed un altro grazie a Letta, e per populismo oggi non vedranno una lira di rivalutazione che invece verrà erogata a coloro che stanno sotto i 3.000 € tra cui i pensionati baby.
 Una giusta decisione, visto che lo stato ha incamerato i contributi e ne ha tratto i benefici economici immediati e derivanti da rivalutazione ed interessi, dovrebbe essere quella di prendere in esame per tutti una pensione teorica, calcolata sul contributivo e sulla stessa riconoscere a tutti la rivalutazione economica spettante.
Una decisione in tale direzione eviterebbe molto probabilmente ricorsi ai tribunali amministrativi.

Pietro Angellotto 

Pomezia 18 maggio 2015 

martedì 7 aprile 2015

Evasione fiscale e dichiarzioni, inverosimile le classi di reddito.


Caro Direttore,
come ogni anno la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi scatenerà la solita indignazione, ma come sempre solo per qualche giorno. Ormai abbiamo fatto il callo a tutto. Ai soliti redditi da lavoro dipendente e pensione che superano l’82% del reddito complessivo e ai redditi del resto dei contribuenti.
Certo, teniamo pure conto, come raccomanda il Tesoro, che nel caso degli imprenditori si parla solo di ditte individuali (in realtà il reddito medio dei datori di lavoro persone fisiche è pari a 31.303 euro).
E pure che nei dipendenti ci sono dirigenti, pubblici e privati, di alto livello. Teniamo pure conto di tutto, ma le classi di reddito gridano vendetta.
Su 41 milioni di contribuenti, più di 10 milioni non versano un euro di Irpef perché hanno redditi troppo bassi o azzerano l’imposta con le detrazioni, il 50 per cento dichiara 16mila euro lordi e appena il 5 per cento dichiara più di 50.000 euro e paga da solo ben il 37% di tutta l’Irpef versata in un anno.
Non parliamo poi dei soli 30.263 contribuenti che dichiarano più di 300.000 euro.
 Nonostante i buoni propositi non si sono fatti progressi nemmeno sotto il Governo Renzi: sempre 12-13 mld l'anno si recuperano, di cui meno della metà da attività di accertamento. Il tutto condito dalla solita malcelata ammirazione per i furbi da parte di molti italiani.
Se risulta difficile porre rimedio all’evasione in modo netto, sarebbe perlomeno auspicabile un cambio di mentalità.
Per migliorare un Paese, smettere di ammirare i disonesti, sarebbe già un grosso passo avanti.

Johannes Bückler

7 Aprile 2015 - Corriere della Sera - Leggi >>>>>

sabato 4 aprile 2015

Il codice dei furbi e degli onesti


La vicenda è ancora tutta da appurare, ma l’inchiesta della procura di Bergamo che ha travolto l’ex questore Fortunato Finolli, fa emergere elementi che sembrano comporre una fotografia di questo Paese.
C’è l’amico imprenditore che chiede l’ennesima dilazione dei pagamenti dei contributi per un’azienda di cui è procacciatore d’affari. E sembrano esserci circa 200 società che avrebbero goduto di dilazioni sospette, in nome di una furbizia italica ormai radicata in molti rami della nostra società. In molti, probabilmente, pensavano di essere furbi, più furbi degli altri, tutto qui.
Una furbizia rappresentata al meglio da Giuseppe Prezzolini nel suo: «Codice della vita italiana» pubblicato nel 1921. Non solo una raccolta di aforismi che rappresentava gli italiani di quel periodo, ma una divertente caricatura, purtroppo sempre attuale. Prezzolini scriveva che i cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. E fin qui. Però a differenza dei furbi, i fessi si riconoscono subito.
Pagano per intero le tasse (ma dai!), pagano il biglietto dell’autobus e non hanno mogli, figli, cognati o affini assunti nella Pubblica Amministrazione tramite raccomandazione. Di regola mantengono la parola data, anche a costo di perderci.
Non parcheggiano nei posti riservati agli invalidi, rispettano diligentemente le code negli uffici postali e, incredibile a dirsi, hanno dei principi.
Già. I principi, quelli che mancano ai furbi, che di regola hanno solo dei fini. E qui sta la fregatura. Nel senso che poi il furbo se ne approfitta.
A differenza degli altri, infatti, il furbo lavora sempre in un posto che si è meritato, non per le sue capacità, ma per la sua abilità nel fingere di averle. Segni distintivi del furbo? Automobili di lusso, vacanze da sogno, pellicce, ville e dichiarazioni dei redditi mai sopra i 15.000 euro lordi. Non solo.
I furbi hanno spesso uno zio politico, un funzionario compiacente, magari anche un dirigente pubblico amico, che li aiuti a non pagare i contributi dovuti, nei tempi e termini stabiliti dalla legge. E quando accade questo, ai fessi rimane solo il vago (e neppure tanto vago) sospetto di chi, alla fine, dovrà pagarli quei maledetti contributi.
Insomma, l’Italia va avanti così e da molto tempo, c’è chi lavora e paga anche per i furbi. Ma la speranza è l’ultima a morire. Perché in un Paese, appena appena normale, i furbi (e quindi i disonesti) non possono averla vinta per sempre.
Certo, se dopo un secolo siamo ancora allo stesso punto forse la colpa è anche di molti fessi e della loro malcelata ammirazione per i furbi.
Per questo, e lo ripeto da tempo, smettere di ammirare i disonesti sarebbe già un grosso passo avanti.

Johannes Bückler

4 Aprile 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

domenica 15 marzo 2015

Amministratori, la ricreazione è finita.


All’inizio fu Tremonti.
 Dal 2008 cominciò a tagliare le risorse trasferite ai comuni (ma anche alle province e alle regioni). Poi venne il Governo Monti con il "Salva Italia" e l’inizio di una seppur timida Spending Review. Poi, passando per Letta, il decreto Irpef, la revisione Imu e la legge di stabilità 2015 del governo Renzi. Nel bel mezzo di una crisi che non si fatica a definire epocale, i tagli agli enti locali sono ormai una costante, con il chiaro intento di controllare una spesa pubblica fuori controllo.
Solo per citarne alcuni, “la riduzione del fondo di solidarietà comunale” con il decreto legge 95/2012 e “i contributi degli enti locali alla finanza pubblica” riferiti al decreto legge 66/2014”.
Tradotto significa che da Roma arrivano e arriveranno sempre meno soldi. Comprensibile quindi la reazione dei sindaci di molti comuni (anche bergamaschi) che hanno visto nel corso degli anni ridurre via via la loro capacità di spesa anche nel rispetto del patto di stabilità.
Purtroppo tutto questo è stato reso necessario da decenni di finanza che definire allegra è dire poco. Basta pensare ai danni della riforma del Titolo V, un’autonomia che in massima parte comuni e regioni (un requiem per le province) hanno dimostrato di usare malissimo.
Certo, i tagli sono spesso avvenuti nel corso degli anni senza riuscire a distinguere le spese necessarie dagli effettivi sprechi e senza differenziare i comuni virtuosi da quelli che hanno bellamente scialacquato a spese della collettività.
Ma che si doveva fare? Aspettare l’introduzione dei “fabbisogni standard” che dovrebbero finalmente misurare il prezzo reale di ogni attività comunale riducendo (si spera e di molto) le risorse necessarie al buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche? Campa cavallo. Forse poteva venire in soccorso il documento Cottarelli (che al momento si è deciso di non rendere pubblico).
 Il Commissario alla Revisione della Spesa aveva individuato 15-20 miliardi di spese non necessarie soprattutto in quello che ha definito “socialismo regionale, provinciale e municipale”. I tagli, in quel caso, sarebbero stati mirati. Comunque, e in attesa di conoscere quel documento, non sarebbe il caso di rivedere, voce per voce, tutti i capitoli di spesa?
Possibile che i sindaci non possano risparmiare ulteriormente come fanno molte famiglie e imprese da anni? Non credo che la soluzione sia sempre e solo ridurre i servizi o aumentare le tasse. Invece di perdere tempo in discussioni del tipo “il mio governo ha tagliato di meno, no il tuo di più”, perché non iniziare un lavoro certosino per capire dove è possibile tagliare, sforbiciare, eliminare o ridurre. Arrivati a questo punto un lavoro sicuramente impegnativo per i primi cittadini, ma assolutamente necessario.
Perché il messaggio di fondo ormai è chiaro e di questo dobbiamo tutti prendere atto: per gli sprechi la ricreazione è finita.

Johannes Bückler

15 Marzo 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 24 febbraio 2015

Le corporazioni hanno vinto?


Quante volte avete sentito parlare della casta dei politici e dei loro privilegi. Se pensate che quella politica sia “la casta” più importante, praticamente intoccabile, vi sbagliate. 
Col tempo, anche grazie allo sdegno dei cittadini, i politici hanno perso molti dei loro privilegi. Esistono invece caste che nessuno è mai riuscito a scalfire.
Chi ci ha provato ha trovato una muraglia invalicabile e una difesa a denti stretti dei suoi occupanti. Migliaia di cittadini pronti a tutto pur di difendere le loro rendite di posizione.

Di queste caste ne scrisse su La Stampa un grande giornalista, Vittorio Gorresio.

Martedì 8 Gennaio 1974 - Le corporazioni hanno vinto? 

Chi sa perché i fascisti fanno tanto le vittime, quando l'Italia, che fino dal 1926 essi auspicavano corporativa, corporativa è diventata e corporativamente si dibatte, disputa e stagna. Purtroppo la loro vittoria è una sconfitta della nazione, perché ha sbrigliato impulsi negativi battendo in campo aperto i partiti politici e i sindacati, il Parlamento e il governo, tutta la classe dirigente nel suo insieme.
Gli stessi gruppettari fanno ridere, vocianti e inoperanti come sono: l'Italia è una repubblica fondata sui privilegi corporativi, propugnati e difesi con tenacia, coerenza ed efficienza.

I veri gruppuscoli sono quelli corporativi, che di politico o ideologico non hanno nulla. La penultima settimana dello scorso dicembre mi sono trovato a Roma in Piazza Colonna, pressoché sequestrato da un'accolta di autonoleggiatori che stavano manifestando contro gli autisti di tassì.
Essi volevano che nella mia qualità di giornalista io salissi le scale di Palazzo Chigi a perorare la loro causa presso l'onorevole Rumor presidente del Consiglio. Come fare; e d'altra parte avrei rischiato di inimicarmi un'altra corporazione, quella dei tassinari.

Nella stessa mattina, Piazza del Popolo era occupata dai cosiddetti parasanitari (odontotecnici, chiroterapisti, agopuntori, callisti, preparatori clinici, eccetera) e in Piazza Santi Apostoli era annunciata una riunione dei maestri — non professionisti — di scherma.
Fu una giornata che i cronisti dovettero registrare con un segno nero, perché conclusa con il ferimento dello stesso questore di Roma — bastonato per errore da agenti della Celere — e con l'oltraggio a un commissario di polizia, schiaffeggiato — a quanto sembra — da un vivace deputato del msi-destra nazionale. Comunque, una fotografia che ci hanno dato, mostra il povero commissario prostrato a terra e quasi in lacrime per l'ingiuria patita. E' democrazia?

I corporativi d'Italia sono difatti intraprendenti più dei lavoratori metalmeccanici — tanto per fare un paragone — e per la loro aggressività stradale possono anche determinare stati di confusione fra gli addetti ai servizi dell'ordine pubblico. Corporativi, d'altra parte, siamo tutti, a cominciare da noi giornalisti. Corporativi sono gli esercenti le cosiddette professioni liberali, dagli avvocati ai medici, dagli insegnanti ai notai.
Corporativi gli intellettuali, che si organizzano in sindacati scrittori esigenti tutele e privilegi quali non attribuisce né ha attribuito mai nessuno degli Stati totalitari conosciuti nella storia, non il fascista né il nazista, né alcun altro regime dei Paesi socialisti.
Dovrebbe invece riconoscerli l'Italia democratica sorta dalla Resistenza, fondata sul lavoro.
« Questa è democrazia? », mi domandavano in Piazza Colonna gli autonoleggiatori che mi tenevano sequestrato finché non fossi andato a parlare di loro con l'onorevole Mariano Rumor.

Democrazia, nella corrente accezione, sarebbe il metodo per il quale ogni categoria di mestiere ha il « diritto » di sopraffare le pretese dei concorrenti. Democrazia fondata sul concetto di casta: la casta dei macellai, della quale a Roma non si entra a far parte se non si è figli di macellaio; dei farmacisti, dei panificatori, tutte caste chiuse, inaccessibili e rivendicative, l'una nemica di tutte le altre.
Gli autonoleggiatori, per esempio, oltre a inveire contro i tassinari mi dicevano male dei fiorai che sarebbero i servi dei capitalisti, dei ricchi, dei signori. Si continua a parlare delle malefatte dei partiti, delle correnti, dei sindacati. Poveracci, per quanto depravati siano non sono certamente questi gli organismi che comandano, che hanno un reale potere nella società italiana.
Sentiamo spesso deprecare la « politica » che in quanto tale sporcifìca e marcifica tutto; ma noi viviamo in un Paese nel quale la politica non conta nulla, non determina niente, non esiste, è del tutto ignorata in quanto regola di convivenza, di solidarietà civica, di visione globale dei problemi.

Anche i postini si sentono in credito nei confronti della società, che peraltro essi servono male; e così gli uscieri degli uffici pubblici; e quando il contagio avrà raggiunto i ferrovieri non ci sarà più un treno che non diciamo — alla fascista — arrivi in orario, ma che soltanto parta, puntuale o no. Paghino loro In ogni modo, corporativamente, la questione degli autonoleggiatori è stata poi regolata grazie all'intervento di un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il senatore democristiano di Alba, Adolfo Sarti, che è un veterano del maneggio degli affari poiché pur solo quarantacinquenne è già stato sinora sottosegretario dì Stato otto volte, ininterrottamente negli ultimi governi di Moro, di Leone, di Rumor, di Colombo, di Andreotti, e poi di nuovo con Rumor.
Egli ha difatti autorizzato la circolazione nei giorni festivi delle autovetture da noleggio con conducente, anche nei comuni dove opera il servizio da piazza dei tassì. Per ovvia logica corporativa si sono immediatamente messi in sciopero i conducenti di tassì.
Era un pomeriggio di sabato, vigilia della quinta domenica austera italiana, e dalle cinque alle sei solerti funzionari della prefettura di Roma timbrarono e distribuirono permessi di circolazione agli autonoleggiatori. Contrordine, alle sei: non si timbra più niente, non si rilasciano altre licenze.

Corre la voce che gli autonoleggiatori non possono circolare « per motivi di ordine pubblico », e in ogni modo i tassinari, soddisfatti, annunciano la revoca del loro sciopero. Ha vinto una delle due corporazioni, e quella sconfitta ha pagato caro perché all'incirca cento noleggiatori autorizzati durante la breve ora di liberalità sono poi stati, il giorno dopo, multati per 166 mila 655 lire ciascuno.
Il loro legale, avvocato Erasmo Antetomaso, ha presentato alla procura della Repubblica una denuncia contro « le competenti autorità e il prefetto di Roma invitando il magistrato a ravvisare i reati derivanti da quanto si è verificato ».

Il celebre penalista professor Giuseppe Sotgiu ha offerto il proprio patrocinio, e se la causa ci sarà potrà arrivare in Cassazione, o al Consiglio di Stato, o davanti alla Corte Costituzionale. Tanto, bisogna pure occupare il tempo, in un Paese dove sembra che nessuno abbia da far altro che profittare di ogni circostanza — anche di quella dell'austerità — per difendere il proprio privilegio corporativo.

Questo è il vero problema dell'austerità italiana, la riluttanza di ogni gruppo e categoria ad assoggettarsi a privazioni, nel saldo convincimento che a sacrificarsi debbano essere gli altri, a cominciare dai diretti concorrenti per finire agli ignoti; paghino loro.
A ben vedere, questo è il fascismo del 1974, spaccio di corporativismo trionfante, ignaro di politica, fuori dall'economia, emblema di costume.

Vittorio Gorresio