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venerdì 28 agosto 2015

Convegno degli industriali a Bergamo


A Bergamo, per iniziativa della Camera di Commercio, si è tenuto al Teatro Donizetti un convegno delle forze produttive del Paese. Ben settecentocinquanta gli imprenditori intervenuti in rappresentanza di miliardi di capitali investiti e milioni di operai.
A prendere la parola per primo è stato il Cav. Ambiveri, della Camera di Commercio di Bergamo, che ha salutato i presenti.
Subito dopo, l’Onorevole Candiani, che nel frattempo è stato eletto presidente, ha iniziato il suo discorso puntando il dito sulla “necessità che il Governo per una volta si scuota e prenda sollecitamente tutti quei provvedimenti necessari all’industria che sono poi necessari alla ricchezza nazionale”.
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Un linguaggio acceso e severo contro un Governo incapace, secondo l’Onorevole, di fare leggi buone e giuste a favore delle imprese. Di più. Non mantiene le promesse, impedisce con i suoi vincoli il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fa perdere quei mercati che gli industriali italiani sono riusciti a conquistare, accolla sempre nuovi oneri alle industrie, mentre le riduce all'insolvenza non pagando i debiti dovuti. Di questo passo, aggiunge, porterà al collasso il Paese.

Accesi anche i toni del comm. Brambilla, Presidente della Camera di Commercio di Como che, a nome degli industriali lombardi, chiede al governo di poter lavorare senza inciampi.

Il comm. Vanzetti di Milano è lieto che al governo ci siano almeno tre persone sulle quali fare affidamento. Sono Conti, Stringher e Caviglia. L’assembla si associa al plauso. Termina il suo intervento chiedendo agli industriali di fare un accordo con le classi operaie le quali, in questo momento critico del paese, devono unirsi alle imprese per poter scuotere il Governo. Industriali ed operai sono capaci di intendersi tra di loro, come si fa tra gente che lotta e che rischia.

Il convegno prosegue inesorabile e incalzante, anche se in modo abbastanza disordinato.

“Il governo consiglia agli agricoltori di intensificare la produzione, ma come vuolsi che il consiglio sia seguito, se mancano i trasporti, fanno difetto i concimi chimici, e calmieri e divieti ancora vietano di vendere la propria merce al più alto prezzo possibile?”

"Gli impiegati ed i pensionati si lamentano dell'insufficienza degli stipendi e delle pensioni? E come risponde il governo? Inventando istituti dei consumi, grazie a cui magistrati, professori, segretari di prefettura, postelegrafici perderanno il proprio tempo ad annusar formaggi e a negoziar merluzzi, facendo perdere, per la propria incompetenza invincibile, denaro al tesoro, creando una nuova guardia del corpo ai ministri inventori del bel congegno e distogliendo forze ai servizi pubblici, che sarebbe esclusivo dovere di quegli impiegati di far procedere con zelo e con efficacia.”

“Impiegati e persone provviste di reddito fisso si spaventano di un possibile rincaro dei fitti? La sapienza governativa non trova altro miglior rimedio che sovraccaricare i proprietari di case di nuovi balzelli sperequati e impedir loro un parziale adattamento delle pigioni al diminuito valore della moneta; sicché l'industria edilizia, la quale oggi potrebbe dare lavoro a falangi di lavoratori, dopo quattro anni di arresto, non osa investire capitali e si provoca la rarefazione delle case.”

C’è chi invita il governo a dare piena libertà alle industrie lasciando perdere la creazione di monopoli che alla fine non saprebbe come amministrare.
Tutto perché a Roma ci sono burocrati che spadroneggiano, convinti che nel loro cervello ci sia solo sapienza. Invece devono capire che sono niente di fronte al più umile di loro, che rischia quotidianamente lavoro e risparmio nello loro intraprese. Questi burocrati orgogliosi sono stati a lungo sopportati. Ritorni ognuno a fare il proprio mestiere.
Calmati gli animi si passa all'ordine del giorno. Alcuni punti.
* Si richiama il governo alla necessità di riorganizzare senza ritardo il servizio dei trasporti.
* Si sollecita il Governo a inspirare la politica finanziaria dello Stato ad intenti più conformi alle necessità del momento, tenendo conto che colpire i mezzi di produzione inaridisce ed estingue la ricchezza del Paese.
* Lo Stato non sottragga rami di attività che, affidate ai singoli, possono convertirsi in cospicue finti di ricchezza perennemente feconde.
* Si chiede inoltre al Governo di evitare assolutamente la creazione di nuovi organismi burocratici dei quali, non in alcun guisa, si è sentita la necessità.

L’ordine del giorno viene messo ai voti. Approvato all'unanimità.

Addì, 30 gennaio 1919  - Bergamo

Johannes Bückler

31 gennaio 1919 - La Stampa -  >>>>>

mercoledì 19 agosto 2015

Mafie, segnali da non ignorare.

Roberto Saviano su Repubblica ha accusato la nostra terra di omertà.
Scrive: “Bergamo fa finta di niente, ma c'è una notizia importante che la riguarda da vicino”. La notizia in questione è l’arresto del bergamasco Pasquale Claudio Locatelli, re del narcotraffico, “uomo di riferimento dei sudamericani nel Vecchio Continente, proprietario di un'intera flotta di navi per il traffico internazionale di droga”.
Il sindaco Gori è subito intervenuto in difesa della nostra gente ricordando a Saviano che: “L’aver dato i natali a un bandito non è una ragione sufficiente per tacciare di omertà un intero territorio”.
Giusto, generalizzare non è mai buona cosa, ma meglio tenere gli occhi bene aperti e soprattutto non ignorare il problema. Che purtroppo esiste.
Nella “Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari” del 1994 si poteva già leggere: “La provincia di Bergamo è ritenuta, dagli esponenti della criminalità, una zona di transito piuttosto sicura, che offre ampie possibilità di mimetizzazione. In particolare, le valli sono facilmente accessibili (sono frequentate intensamente soltanto nel periodo delle vacanze) ed è, quindi, agevole affittare delle abitazioni dove trattare affari o impiantare raffinerie” Nel 1994.
Da allora è passata molta acqua sotto i ponti e le cronache giudiziarie hanno dimostrato che la criminalità organizzata ha ormai basi consolidate anche qui. Per esempio l’operazione 'Nduja, che ha riguardato una locale di ndrangheta (con elementi anche bergamaschi) che controllava una vasta area compresa fra Brescia e Bergamo.
A rendere preoccupante quella vicenda non sono state solo le attività illegali, ma come hanno riferito i giudici: “Nessuna delle persone offese si è costituita parte civile o ha presenziato il dibattimento. Sono anzi apparse fortemente intimorite e qualcuno ha anche cercato di ridimensionare i fatti o ha addirittura reso dichiarazione mendace”.
Lo stesso “Rapporto sulle aree settentrionali per la Presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta del fenomeno mafioso”, a cura dell'Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell'Università degli Studi di Milano, scrive che a Bergamo si rileva :“un'apprezzabile presenza della camorra, che opera, in particolare, in attività commerciali”.
Troppi fatti indicano che la nostra terra non è certo immune da questo cancro e la scoperta dell’uomo chiave della cosca dei Bellocco che aveva casa a Bergamo nella centralissima XX Settembre è lì a dimostrarlo.
Eppure, caro Saviano, Bergamo non si può definire una terra omertosa e in tema di criminalità organizzata non si può certo assimilare ad altre zone del Paese. Ma, caro sindaco, se la politica continuerà ad ignorare il malaffare che sta pian piano infiltrandosi nel tessuto sociale della nostra terra, mi chiedo ancora per quanto.

Johannes Bückler

19 Agosto 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 18 agosto 2015

Quando ad essere deportata era una principessa.


18 ottobre 1943 
Lei non avrebbe mai immaginato. Di arrivare a Buchenwald intendo. Dopo essere passata per il campo di smistamento a Bolzano era finita sulle colline dell'Ettersberg, a circa otto chilometri da Weimar, nella regione della Turingia, nella Germania orientale. Eppure è lì, davanti a quel cancello in ferro con la scritta “Jedem das Seine”, “A ciascuno il suo”. Suo chi, suo che cosa? Che diavolo vuol dire? Basta aspettare. Per capire cosa significa essere arrivati all’inferno: l’inferno del campo di concentramento di Buchenwald.

Lei, Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, principessa d’Italia, Etiopia e d’Albania. Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Mafalda, che nei primi tempi aveva persino ammirato Hitler che, per i suoi quattro figli, le aveva conferito la croce al merito (come a tutte le mamme con numerosa prole). Di quello ne andava persino orgogliosa.

Lei, che si era sposata il 23 settembre 1925 con il principe tedesco Filippo, Langravio d'Assia-Kassel, figlio del Langravio Federico Carlo d'Assia-Kassel.

Maledetto viaggio. Se non fosse partita per Sofia, a fine agosto, le cose sarebbero andate diversamente. Dopo la destituzione di Mussolini, l'affidamento del governo a Badoglio e la firma dell'armistizio con gli alleati, i tedeschi volevano arrestare tutti i regnanti d’Italia. Per questo Vittorio Emanuele ed Elena, lo stesso Badoglio, erano fuggiti al Sud, lasciando il Paese nel caos. Lei invece era dovuta partire per Sofia, per dare una mano alla sorella Giovanna, il cui marito, Boris di Bulgaria, era in fin di vita. Era morto dopo quattro giorni e lei, venuta a conoscenza di quello che sta accadendo in Italia,era ripartita per raggiungere i suoi figli. Era passata dalla Romania, poi l’arrivo a Bari e da lì a Chieti Scalo. E la corsa in Vaticano dove aveva potuto riabbracciare i suoi figli custoditi da un certo Cardinal Montini (in seguito Paolo VI).
E poi quella dannata telefonata dall’ufficio di Kappler. Il marito, che è in Germania, vuole parlare con lei. Una trappola. E l’arresto.

La baracca è la numero 15. Una baracca destinata agli “ospiti di riguardo”. E’ ai limiti del campo e dentro c’è solo una coppia, un ex deputato socialdemocratico tedesco ex ministro Brenschiel e sua moglie. Nessuno deve sapere il suo vero nome. Da oggi, le hanno detto, dovrà chiamarsi frau von Weber. La vita al campo è durissima.
E’ vero, la baracca è riservata a prigionieri particolari e il vitto è quello delle SS (leggermente migliore di quello che ricevono gli altri prigionieri), ma lei era andata a quella telefonata con un vestitino nero e quello ha indosso.
Il freddo è intenso, ma le sue richieste di vestiti e biancheria vengono sempre sempre negate. Per scherno i secondini ora la chiamano Madame Abeba.

(Il campo di concentramento di Buchenwald era inizialmente destinato agli oppositori politici del regime nazista, ai pregiudicati recidivi ed ai cosiddetti antisociali, agli ebrei, ai testimoni di Geova ed agli omosessuali. Con l’inizio della seconda guerra mondiale vi vennero introdotti sempre più stranieri). 

Malgrado i divieti, la notizia si è diffusa tra i prigionieri italiani del campo: la figlia del Re si trova a Buchenwald. Alcuni Italiani cercano di aiutarla. Si sa che mangia pochissimo e che quando può, quel poco che le arriva in più, lo offre a chi ha più bisogno di lei. E lei continua a deperire. Ormai è pelle e ossa. La principessa ha occasione di conoscere un prigioniero italiano, il sardo Leonardo Bovini, addetto allo scavo di una trincea antiaerea all'interno del recinto della baracca dove Mafalda è tenuta prigioniera. (Sarà lui a dare la notizia della presenza della Principessa di Savoia).

Alcuni detenuti vengono utilizzati come manodopera per gli stabilimenti della BMW, in particolare quello di Eisenach e Abteroda. I "beneficiari" del lavoro forzato dei denutriti "uomini a strisce blu" non si oppongono alle pratiche terroristiche delle SS.
Il campo di Buchenwald è famoso ormai. Famoso per le sue pratiche e per la sua ferocia. Chi non conosce Ilse Koch, la moglie del comandante del campo Karl Koch.
(A Ilse Koch, per la sua ferocia, fu attribuito il soprannome “la cagna di Buchenwald”).

Nel campo i medici nazisti fanno esperimenti medici di ogni genere.
(Nel blocchi 46 e 50 furono effettuati molti esperimenti. Il medico danese Carl Peter Vaernet provò persino a impiantare massicce dosi di testosterone su deportati omosessuali alla ricerca di una "cura" per renderli eterosessuali . Non si conosce il numero delle vittime di questi esperimenti.)

24 agosto 1944 
Buchenwald è stata bombardata dagli alleati anglo-americani. Anche il campo viene colpito. Gli occupanti si sono rifugiati nelle trincee che circondano le baracche. Ma non basta. Mafalda viene colpita da un’esplosione. Ha bruciature ovunque, contusioni e il braccio sinistro è maciullato. Viene trasportata nella camera di tolleranza del Campo trasformata provvisoriamente in lazzaretto. Ricoverata, ma senza cure, Mafalda peggiora. Insorge la cancrena e si decide di amputarle il braccio. Dopo quattro giorni di tormenti, per le piaghe infette, la decisione. Lo fa un medico capo delle SS Gerhard Schiedlausky (poi condannato a morte dal tribunale militare di Amburgo e giustiziato per impiccagione nel 1948) perché nessuno deve avere contatti con i prigionieri. L’operazione viene eseguita in un modo che dire inadeguato è dire poco. Ancora addormentata, Mafalda viene riportata nel letto e qui lasciata senza altre cure. Al mattino seguente Mafalda di Savoia muore dissanguata. Ha solo 42 anni.

(Qualcuno ritiene che sia stata operata volutamente in ritardo e in quel modo proprio per provocarne la morte. Probabile. Quel sistema di eliminazione veniva usato molto spesso nel campo.)

La salma della principessa non è stata bruciata come accade normalmente quando muore qualcuno nel campo, ma messa in una cassa nera di legno e deposta nel reparto d'onore riservato ai caduti in guerra nella fossa comune 262 delle Ss.

Alcuni prigionieri italiani riuscirono a ritrovare la tomba. Ora Mafalda riposa in un piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg vicino a Francoforte.

Molti si chiederanno: perché il re non ha avvertito la figlia del pericolo imminente? Non si sa. Probabilmente troppo impegnati a scappare, forse per una mancanza di coordinazione. In realtà una volta giunta al confine qualcuno l’avvisò di quello che stava accadendo in Italia, ma era sposata con un principe tedesco e forse si fidava proprio di questo. 

11 aprile 1945 
Gli americani hanno raggiunto la zona. Le SS sono fuggite, ed i prigionieri stessi liberano il campo organizzando un sistema di autogestione interna.
Quello che videro in quel campo fu qualcosa che sconvolse tutti. Come era potuto accadere? E come gli abitanti di Weimar avevano potuto accettare tutto questo? 
16 aprile 1945 
Un'ordinanza del comandante americano costringe i mille cittadini di Weimar a visitare il campo. Devono vedere tutto l'orrore. E rimangono sconvolti.

In totale furono internati in quel campo di concentramento circa 250.000 uomini provenienti da tutti i paesi europei. Il numero totale delle vittime è stimato in circa 56.000, di cui 11.000 ebrei. 
Il giornalista Edward R. Murrow raccontò cosa vide in quel campo. Lo raccontò alla radio. Concluse il suo intervento con queste parole:” .... Se vi ho sconvolto, con questa cronaca di Buchenwald, non me ne scuso.”

Dopo la concessione del territorio alla DDR, Buchenwald fu riaperto tra il 1945 ed il 1950 dal governo sovietico e amministrato come “campo speciale” per oppositori dello stalinismo ed ex-nazisti. Morirono 7.100 persone. Demolito nel 1950, furono lasciati intatti il cancello principale, il forno crematorio, l'ospedale interno, e due torri di guardia.

"Leggete, studiate la storia, il passato. Perchè chi conosce il passato non può aver paura del presente. Per quanto brutto possa essere".

Johannes Bückler


mercoledì 29 luglio 2015

Quanto costano evasione e sprechi. Ma si parla solo di migranti.


Qualche tempo fa il Ministero dell’Interno ci ha comunicato che ospitare nei centri chi arriva sulle nostre coste costa 980 milioni l’anno (molti di questi provengono da fondi europei).
A giugno erano 78 mila i migranti ospitati nei centri italiani, tra strutture temporanee (48 mila), sistema di accoglienza per richiedenti asilo (20 mila) e centri governativi (10 mila). Per la loro assistenza lo Stato eroga ai centri convenzionati una somma media giornaliera di circa 35 euro al giorno a migrante (le convenzioni si sono livellate su questo valore medio), in cui rientrano anche i circa 2,50 euro al giorno del pocket money. Ma a chi vanno questi soldi? Vediamo.
Tolti i due euro e cinquanta, il resto serve prima di tutto per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri (spesso giovani italiani). Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che spesso sono di proprietà dei Comuni (italiani). Poi ci sono i fornitori (italiani) di generi alimentari, farmacie, cartolerie, lavanderie e quant’altro. In pratica, tolti i due euro e cinquanta e il cibo, il resto va nelle tasche di italiani.
Certo sono ancora tanti, troppi quelli che speculano sulla pelle dei profughi. Malgrado questi farabutti, non possiamo esimerci da dare accoglienza a queste persone perché l’accoglienza fa parte di accordi internazionali e l’Italia non è esonerata dal rispettarli. In questi giorni un rapporto del centro studi Economia reale di Baldissarri ha rivelato come la mancata lotta a sprechi, corruzione ed evasione fiscale in 13 anni ci sono costati 236 miliardi di Pil. Avete visto qualcuno scendere in strada al grido di “Adesso basta”?
Avete sentito nei politici la purché minima indignazione con chi continua ad accumulare patrimoni attraverso sprechi e ruberie? Dibattiti per informare la gente di quanti italiani si sarebbero potuti aiutare con i soldi recuperati da corruzione ed evasione ne abbiamo forse avuti? Sono state organizzate manifestazioni di piazza dopo gli scandali nella sanità lombarda? Non erano soldi sottratti agli italiani i finti rimborsi alla regione Lombardia?
Diciamolo, siamo uno strano Paese. Dove i miliardi dell’evasione fiscale non sono un problema. Come la corruzione, con i suoi miliardi di costi aggiuntivi. No, questi non sono problemi. Il problema sono i 35 euro al giorno per dare una sistemazione a chi attraversa il nostro Paese in cerca di una vita dignitosa. Un accanimento contro gli uni e stupefacenti tolleranze verso chi ruba continuamente soldi alla collettività.
Dimenticando, tra l’altro, che essere nati a Bergamo piuttosto che in Eritrea, Libia o qualsivoglia villaggio africano, è stata per tutti noi solo una botta di fortuna. Nulla di più.

Johannes Bückler

29 Lugio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 14 luglio 2015

Gli eroi dimenticati.


Su Twitter la Macchina del Tempo (#MdT) ha ricordato la storia di Albert Göring, fratello buono di Hermann. @DrKrisKelvin mi ha chiesto di raccontare anche la storia di Mascherpa e Campioni. Lo ringrazio. 

Questo la breve storia di due ammiragli che prestarono servizio durante la seconda guerra nella Regia Marina Italiana: Luigi Mascherpa e Inigo Campioni.

Luigi Mascherpa era nato a Genova il 15 aprile del 1893. Nominato guardiamarina nel 1914, durante la prima guerra mondiale si era distinto come pilota di idrovolanti della Regia Marina guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Imbarcato sull’Incrociatore San Giorgio come ufficiale di rotta, nel 1926 viene promosso a capitano di corvetta. Nel 1931 capitano di fregata, poi capitano di vascello e infine gli viene assegnato il grado di contrammiraglio e il comando della piazzaforte di Leros munita di una flotta di sommergibili, di cacciatorpediniere, Mas e 24 batterie antinave e antiaerea.

Inìgo Campioni era nato a Viareggio il 14 novembre 1878. Ammiraglio di
divisione nel 1934, ammiraglio di squadra nel 1936, sottocapo di stato maggiore della Marina nel 1938, nominato senatore del Regno nel 1939; all’ingresso italiano nel secondo conflitto mondiale assume il comando delle forze navali, da lui dirette nelle battaglie di Punta Stilo e Capo Teulada (9 luglio e 27 novembre 1940). Divenuto governatore generale e comandante militare del Dodecaneso, l’8 settembre 1943 guida la resistenza ai tedeschi, in veste di comandante superiore dell’Egeo, sino alla resa dell’Isola di Rodi, avvenuta l’11 settembre, al termine di sanguinosi combattimenti tra reparti italiani e Divisione tedesca “Rhodos”, che prevale grazie all’impiego di carri armati Tigre.

Cosa hanno in comune? Furono accusati di aver aderito, dopo l'8 settembre, agli ordini di Badoglio e di aver ceduto il Dodecaneso. Essendosi rifiutati di collaborare con il governo fascista, entrambi furono arrestati e deportati in Germania e in seguito consegnati alla RSI su sollecitazione di Mussolini. Che aveva un unico scopo: processarli per alto tradimento.

In un periodo in cui i fascisti si sentono galvanizzati dalla resistenza tedesca a Cassino, i due ammiragli vengono portati nel carcere di Parma.
E qui inizia la nostra breve storia.

13 maggio 1944 
Una nuova ondata (l’ennesima) di fortezze volanti anglo-americane ha appena sganciato su Parma una cascata di ferro e fuoco: il centro è stato colpito fino a Barriera Garibaldi. Colpiti anche molti monumenti storici, come il complesso della Pilotta e il Monumento a Verdi.
Ad essere colpita è anche un’ala del carcere San Francesco dove sono rinchiusi Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. I partigiani sono riusciti ad entrare e hanno cominciato a liberare diversi detenuti politici, ma Luigi Mascherpa e Inigo Campioni si rifiutano di fuggire. Potrebbero farlo e riparare sulle montagne sottraendosi alla vendetta che sta per scatenarsi contro di loro, ma sono soldati e l’idea della fuga ripugna al loro sentimento.

22 maggio 1944 
Ha luogo il processo presso il famigerato “Tribunale speciale per la difesa dello Stato”. Fino a pochi giorni prima, quando già l’istruttoria era terminata, l'ambiente sembrava non sfavorevole agli ammiragli. Essi erano anzi convinti che il tribunale li avrebbe giudicati con serenità e con equa valutazione dei fatti. Solo all'ultimo momento gli avvocati difensori s'accorgono dal contegno del Gen. Griffini, presidente del tribunale, che la sorte dei loro assistiti è segnata. E’ chiaro: un ordine è arrivato dall'alto.
Si vuole dare una lezione all'elemento militare così come il processo di Verona l'aveva data a quello politico. Il presidente Griffini, che precedentemente s’era mostrato ben disposto verso gl'imputati (tanto che per sottrarli ai disagi del carcere stava per consegnarli alla custodia del convento dei benedettini in attesa del processo), negli ultimi giorni ha cambiato decisamente condotta. Il processo ha luogo nella sede delle assise di Parma. Dei quattro ammiragli imputati, solo Mascherpa e Campioni sono presenti, mentre Pavesi e Leonardi sono contumaci.
La deposizione degli imputati è stata quella della logica, del comune buon senso. L'armistizio era stato firmato, l'ordine dei superiori legittimi era chiaro: non potevano non ubbidire.

Il presidente (come dichiarò in seguito uno degli avvocati difensori) aveva condotto gli interrogatori con trascuratezza come se si trattasse di un furterello da quattro soldi.

22 maggio 1944 ore 19.00 
Comincia la camera di consiglio. C’è solo da attendere e sperare. Attesa che finisce molto presto.

C’è la lettura della sentenza:
Inìgo Campioni: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P. perchè, quale ammiraglio di Squadra, Governatore e Comandante militare dell'Egeo, avendo appreso, il giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato delle ore 20, la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, avendo ricevuto l'ordine dal Comando supremo di non ostacolare contatti e sbarchi anglo-americani e di opporsi alle violenze da qualunque altra parte fossero pervenute, comunicò tale ordine ai comandanti dipendenti, dimostrando cosi di dargli la sua piena adesione e l'intenzione di volerlo eseguire, pure essendo esso palesemente criminoso e in contrasto alle leggi di marinaio e di uomo d'onore che gli imponevano, avendone i mezzi e la possibilità, di difendere i possedimenti affidati al suo comando e di evitare a qualunque costo che venissero distaccati dalla Madre patria, come era intendimento dei traditori del Comando supremo”.

Luigi Mascherpa: “del delitto previsto e punito dall'art. 103 C. P. militare di guerra in relazione all'articolo 241 C. P., perchè, quale comandante la base navale di Lero, appreso alle ore 20 del giorno 8 settembre 1943, dal radio comunicato la notizia dell'armistizio e successivamente, alle ore 23 dello stesso giorno, dopo essere stato ricevuto dall'ammiraglio Inigo Campioni l'ordine di immediata cessazione delle ostilità contro gli anglo-americani e di resistenza contro qualsiasi offesa da qualsiasi altra parte provenisse, supinamente lo accettava, trasmettendolo ai reparti dipendenti. Non si opponeva, il 12 stesso settembre, allo sbarco degli inglesi che occupavano l'isola, consentendo così che quel possedimento venisse distaccato dalla Madre patria, senza aver tentato una difesa qualsiasi e fatto quanto gli era imposto dall'onore di marinaio e di soldato, dimostrando In tale maniera la sua volontà piena e cosciente di essere solidale con i traditori del Comando supremo”.

Priamo Leonardi: del delitto previsto e punito dall'art. 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante la piazzaforte di Augusta, nei giorni 9. 10, 12 luglio 1943, non si opponeva all'attacco anglo-americano, come ne avrebbe dovuto.

Gino Pavesi: del delitto previsto e punito dall'articolo 103 C.P. militare di guerra in relazione all'art. 241 C. P., perchè, quale comandante della base navale di Pantelleria, sottoposta ad attacchi aerei nemici nei primi di giugno 1943, rappresentava, contrariamente al vero, che l'Isola, per il numero dei morti, la scarsità dei viveri e l'assoluta mancanza di acqua, non era in condizione di poter resistere, consigliando cosi la necessità di chiedere la resa, mentre la base ai suoi ordini era ancora efficiente e tale da poter opporre ben altra resistenza, quale la legge dell'onore e del dovere imponevano.

Il Tribunale speciale per la Difesa dello Stato, visto l'articolo 103 C.P.M. di guerra, in relazione all'art. 241 del C.P. dichiara: Campioni Inìgo, Mascherpa Luigi, Leonardi Priamo, Pavesi Gino responsabili dei reati loro ascritti e li condanna alla pena di morte mediante fucilazione al petto.

23 maggio 1944
La giornata di Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni è trascorsa senza nessuna novità. Le sorelle di Campioni e la moglie di Mascherpa, che avevano atteso la fine del processo in un sottoscala del tribunale piangendo, hanno già presentato le domande di grazia. Le sorelle di Campioni sono subito partite per il lago di Garda per implorare pietà a Mussolini. Persino Piero Pisenti, Ministro di Giustizia del governo repubblichino, cerca di convincere Mussolini dell’assurdità della condanna. Niente da fare. Mussolini è irremovibile. Che siano fucilati.

Ore 22.00
L'abate De Vincentis, il pio superiore del convento dei benedettini di Parma, è stato appena svegliato da una telefonata. E’ il cappellano delle carceri don Belletti che lo avverte: la domanda di grazia è stata respinta e all’ndomani, all’alba, la sentenza verrà eseguita.
Si alza e parte per le carceri di San Francesco.
Questo il suo racconto:
24 maggio 1944 ore 02.30 
I due ammiragli dormono; li hanno lasciati riposare, ma ora devono essere svegliati. Entrambi capiscono che cosa possa significare quel risveglio insolito nel cuore della notte. “Padre, ci siamo?” chiede Campioni. “Purtroppo”, risponde l'abate. “Va bene, sono pronto” replica l'ammiraglio. Si alzano e si siedono entrambi al tavolino. Vogliono scrivere lettere ai loro familiari. Mascherpa chiede di vedere la moglie che è a Parma, ma non gli viene concesso. Con le lettere essi consegnano al padre alcuni oggetti, l'orologio e la penna stilografica. Poi si confessano durante una Messa celebrata in un altare improvvisato nella cella. Prima della comunione l'abate De Vincentis pronuncia brevi parole. Piange commosso. Dopo la messa vengono recitate le preci per i moribondi. I due condannati non hanno mai parole di odio.

Questa la lettera che Campioni scrisse ai suoi familiari:
Sorelle mie sante! Sì veramente sante; ché altra parola non potrebbe meglio esprimere la bontà ed affettuosità infinita che sono racchiuse in voi; bontà ed affettuosità sorrette da una forza morale che è più che umana. Scosse, angosciate, quasi distrutte dal colpo crudele, tremendo ed inaspettato, avete trovato ancora in voi stesse l’energia e la forza fisica per correre su a Maderno nella speranza del tentativo estremo. Me lo ha detto stamani la consorte del compagno di sventura. 
Ma la pietra che ha cominciato a rotolare sulla china così ripida nulla potrà più fermarla. Nel dolore, nella sventura, assai più che nella tranquilla letizia si rivela l’essenza delle creature e voi, sorelle mie più adorate, siete sante, sante, sante. La parola grazie è troppo infima cosa per dire quello che sento in me. Vi stringo sul cuore con una tenerezza ed un’adorazione che non hanno nome, e sempre con una serenità forte e sicura, che tutti quelli che ho dintorno potranno dirvi. 
E a te, Mamma cara, che mentre scrivo non sai ancora e sempre mi attendi, a te, che nemmeno per un attimo mi esci mai dal cuore e dalla mente, chiudo gli occhi, immagino di prendere il tuo capo fra le mani mie e coprirlo di baci riboccanti di tenera devozione di immensa adorazione. 
Perdonate tutto il male che vi ho dato e che ancora vi darò e grazie, grazie, grazie dell’unica cosa buona che al mondo esista, il bene che mi avete dato e voluto. 
A te mamma, a te Vittorina ed Hilda l’ultimo bacio lunghissimo. 
Inigo 

24 maggio 1944 ore 04.30 
Bisogna partire. Nel cortile delle carceri un automezzo e alcuni carabinieri stanno aspettando. Un brigadiere fa il gesto di mettere loro le manette. Mascherpa e Campioni sorridono e lo assicurarono: tranquillo, non fuggiamo. Il brigadiere si ritrae. Non ci vuole molto ad arrivare al poligono di tiro in una località in periferia dove deve avvenire l’esecuzione.
Un ufficiale della guardia repubblichina legge la sentenza, poi chiede ai condannati se hanno qualche desiderio da esprimere. Uno dei due risponde: "Auguriamoci che l'Italia possa risorgere". Quindi viene disposto il plotone di esecuzione. Vicino ai due condannati ci sono due sedie e due bende. Nè le une nè le altre servono; i due condannati chiedono di restare a occhi scoperti, rigidi sull'attenti. L'abate De Vincentis li abbraccia e fa ripetere loro alcune giaculatorie.
Uno dei due dice rivolto ai militi della polizia ausiliaria già pronti per sparare: “Ragazzi, ricordatevi di far l'Italia più bella di prima”. Parte la raffica.
Il padre benedettino si avvicina per l'estrema unzione. Mascherpa non sembra colpito, non si vede sangue all'esterno; Campioni invece ha il viso insanguinato dalle ferite. Non c’è bisogno del colpo di grazia, la morte è ormai evidente.

26 Settembre 1945 
Nel camposanto di Parma due lapidi di marmo recano scritto con caratteri neri: “Inigo Campioni” e ”Luigi Mascherpa”. Non vi sono aggiunti altri titoli. Le bare erano state poste il 24 maggio 1944 durante il regime della repubblica fascista. Il giorno dopo la radio di Milano annunciava: ”Giustizia è stata fatta”; i giornali registrarono l'avvenimento con titoli vistosi per ordine del ministero della cultura popolare, quindi si provvedeva a stendere sul fatto la cenere della dimenticanza. Nell'Italia del sud già liberata dalle forze alleate invece, appresa la notizia, si celebravano riti in suffragio dei due personaggi che i fascisti avevano considerato come traditori perchè avevano obbedito sino all'ultimo ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi. Una sentenza prestabilita. Oggi una delle salme, quella di Inigo Campioni, ammiraglio di squadra, è stata riesumata. Domani nella basilica di S, Giovanni Evangelista, si svolgeranno alla presenza dei familiari le onoranze funebri dopo le quali la salma partirà per Assisi dove è attesa dalla novantenne mamma.

Luigi Mascherpa e Inigo Campioni. Due uomini che i fascisti hanno considerato traditori perchè avevano obbedito ai precisi ordini dei comandi superiori e legittimi.

Johannes Buckler 

Secondo un comune stereotipo noi italiani saremmo un popolo di furbi, un po' banditi. Casinisti certo, geniali forse, ma inadatti quando si comincia a parlare di cose serie. Conoscendo la nostra storia, forse un briciolo di verità c'è e qualcosa ci meritiamo. Se è per questo siamo anche campioni di linciaggio, se è vero come è vero che Piazzale Loreto lo abbiamo inventato noi. Ma non siamo solo quello. La nostra storia è piena di figli straordinari, di uomini e donne eccezionali, di una moltitudine di eroi. Purtroppo dimenticati. Come Luigi Mascherpa e Inìgo Campioni. Ma forse proprio per rispetto a questi eroi straordinari, a questi uomini che hanno dato la vita per il nostro Paese, che qualche volta dovremmo vergognarci di essere come siamo, di comportarci come a volte ci comportiamo. 

“Specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi di pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno”. Machiavelli. Il Principe, 1513. Capitolo XXVI

sabato 13 giugno 2015

Viminale e Regione: Maroni bifronte. I gemelli diversi.


Ormai è appurato: il governatore della Lombardia Roberto Maroni ha un fratello gemello e fra loro i rapporti devono essere deteriorati da tempo.
E’ l’unica spiegazione possibile. Ho conosciuto il fratello gemello quando era Ministro dell’Interno. Una persona perbene, senso delle istituzioni, vero rappresentante di una politica rispettosa delle istituzioni. Lo ricordo quando, aprendo la prima conferenza nazionale dei prefetti nell’ottobre 2010, auspicava “un ampliamento del ruolo del prefetto anche in relazione alle nuove implicazioni delle tematiche della sicurezza e dell’immigrazione”. Niente a che vedere con il fratello che è arrivato persino a minacciarli, i prefetti.

Lo ricordo nel tentativo di dare soluzione all’emergenza immigrazione del 2011, quando ebbe l’idea di realizzare a Mineo un villaggio della solidarietà, il più grande centro richiedenti asilo d’Europa. O quando stanziò decine di milioni per i campi Rom (60 milioni di euro solo per l’emergenza in cinque regioni Lazio, Campania, Lombardia, Veneto e Piemonte) per ristrutturare quelli fatiscenti e costruirne di nuovi. Dispiace oggi vedere il fratello governatore contestare praticamente tutto ciò che di buono si è tentato di fare allora.

Il fratello, dopo aver creato le cosiddette “quote” nel pacchetto sicurezza immigrazione, ebbe persino toni molto duri con le regioni e i comuni che non volevano accogliere i profughi. “Accoglieteli o agiremo d’imperio” dichiarava al Corriere il 28 marzo 2011.

Con tono fermo, deciso, di chi ha a cuore i problemi del suo Paese disposto a mettere in secondo piano, cosa assai rara in un politico, gli interessi di partito. Chissà cosa starà pensando leggendo le dichiarazioni del fratello governatore su questa nuova emergenza.

Gli ricorderebbe, ne sono certo, che l’immigrazione è materia esclusiva dello Stato (art. 117 della Costituzione comma a) e non delle regioni. Di più. Il 10 luglio 2014, per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, fu firmato un documento in una conferenza unificata fra Governo, regioni ed enti locali. Nel testo si stabilisce il principio dell’accoglienza diffusa e cioè che i richiedenti asilo che arrivano in Italia devono essere distribuiti fra le 20 regioni, a seconda del numero di abitanti e del tenore economico di quella regione. Sottoscritto anche questo dal fratello, è vero, ma un documento valido ancora oggi.

A questo punto un consiglio: caro governatore, faccia pace. Fra fratelli ci possono essere discussioni, diatribe, visioni diverse, ma siete sempre sangue dello stesso sangue. Se non proprio la pace, una tregua, un armistizio. Ne guadagnerà l’ambito familiare e sicuramente il Paese tutto.

E non minacci i sindaci. Le potrebbero rispondere “padroni a casa nostra”, ricorda? O anche questo era uno slogan del fratello? Perché in un vero Federalismo “padroni a casa nostra, ma in casa tua comando io”, è un tantino contraddittorio. Lo ammetta, un pochino, via.

Johannes Bückler

13 Giungo 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 9 giugno 2015

Quando la protezione è negata.


2 febbraio 1982 
Questa storia inizia ad Hama, una città della Siria centrale ricordata nell’Antico Testamento col nome di Hamath. Una città splendida, famosa per le sue norie, grandi ruote idrauliche che hanno la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. (Le fontane della Reggia di Versailles erano un tempo alimentate da una installazione di norie sulla Senna). Il suo patrimonio architettonico è incredibile.

Antichissime moschee, tra cui quella costruita dal clan più ricco di La Mecca, i califfi della dinastia dei Omàyyadi. La moschea al-Nūrī, fondata da Norandino, appartenente alla dinastia Zengide che governò la Siria dal 1146 al 1174. Condottiero turco che rispettava i cristiani del suo territorio, ma combatteva i crociati, come stranieri in territorio musulmano giunti in Outremer per depredare e profanare i suoi luoghi Santi.

Gli abitanti di Hamā, sono per la stragrande maggioranza sunniti, tra i più conservatori di tutta la Siria.
Oggi non è un giorno qualsiasi ad Hama. Oggi la città è al centro di una rivolta organizzata dai Fratelli Musulmani contro il regime autoritario di Hafiz al-Asad.

(La scusa fu la proposta del regime di emendare la Costituzione, cancellando l'articolo che esigeva per la carica presidenziale l'appartenenza alla fede islamica. Fondamentalisti e attivisti di altre opposizioni al regime proclamarono Hamā "città liberata" esortando la Siria a insorgere contro l'"infedele").
Agli occhi di al-Asad, questa è una guerra totale. Ha mandato sul posto il fratello minore lo spietato Rifa'at al-Asad. L'esercito fa uso dell'artiglieria per ridurre Hamā alla sottomissione. Ha così inizio quello che passerà alla storia come “il massacro di Hama”.

27 febbraio 1982 

Dopo una battaglia durata giorni, la città è tornata ad essere saldamente sotto controllo governativo. Torture ed esecuzioni di massa di sospetti simpatizzanti dei ribelli sono all’ordine del giorno. Qualcuno parla di 10.000, chi 20.000 le persone uccise. (Thomas Friedman riferirà di 38.000).



Gran parte della città vecchia completamente distrutta, inclusi i palazzi, le moschee, i più preziosi siti archeologici e il famoso Palazzo ʿAẓem.

Grazie alla poderosa censura messa in moto dal regime, la notizia di quello che era accaduto trapelò solo successivamente. Con grave ritardo, l’opinione pubblica internazionale scoprì quello che era avvenuto. In Siria di quel massacro non si poté parlare mai. Fu censurato dai libri di storia, il divieto di scriverne assoluto, pena il carcere a vita. Il governo liquidò l’eccidio che aveva compiuto come una battaglia contro terroristi. Tutte le vittime, indipendentemente da chi fossero, vennero considerate fondamentalisti.
Dopo l'insurrezione di Hamā, il movimento fondamentalista fu spezzato e la Fratellanza dopo quel momento fu costretta ad operare in esilio. La repressione governativa in Siria si accrebbe considerevolmente, avendo al-Asad vanificato a Hamā ogni gesto di buona volontà precedentemente espresso nei confronti della maggioranza sunnita.

Ma la nostra storia non finisce qui.
Mohammad Al Sahri, ha 24 anni. Fa parte dei Fratelli Musulmani ed è ricercato dal regime. Per questo è costretto a fuggire da Hama. Va prima in Giordania e poi in Irak, La famiglia di sua moglie, anch'essa ricercata dal regime di Damasco, si è già stabilita in Europa, tra la Danimarca e l'Inghilterra.

22 Novembre 2002
Mohammad, ora ingegnere, è sposato con Maysun Lababidi. Dopo circa vent'anni di esilio, decide di partire per l'Europa, per dare un futuro ai suoi figli (2, 6, 9 e 11 anni). Precisamente a Londra dove risiede il fratello. Non può tornare ad Hama, l'appartenenza ai Fratelli Musulmani, sulla base della Legge 49 del 1980, e' punibile con la pena di morte.

23 novembre 2002
Arriva all'aeroporto Malpensa di Milano insieme ai suoi cari, proveniente da Baghdad via Amman (Giordania). Ma accade qualcosa che non aveva previsto. La polizia di frontiera decide di trattenerli. C’è la legge Bossi Fini, una legge che con i suoi stupidi automatismi favorisce di fatto i clandestini, impedendo invece alle persone per bene (che hanno mille ragioni per farlo), di chiedere asilo politico.

28 Novembre 2002 
Sono passati cinque giorni e la famiglia di Mohammad Al Sahri è ancora trattenuta dalla polizia di frontiera. Trattenuta in una stanza fredda (siamo a novembre) senza coperte e con i bambini che stanno soffrendo le pene dell’inferno. Viene persino impedito loro di vedere Murhaf, il fratello di Maysun, che nel frattempo era volato da Londra in loro soccorso. Murhaf era riuscito il giorno dello sbarco a sentirla telefonicamente e non soltanto si era assicurato che la sorella avesse richiesto l'asilo politico per lei e i suoi cari, ma le aveva anche tradotto dall'arabo il termine "refugee".

«Devi dire alla polizia di frontiera: "We are refugee"». Cinque giorni di detenzione in isolamento. Vissuto libero nel paese del feroce Saddam, Mohammad non trova altrettanta tolleranza nella "democratica" Italia. Le porte si aprono “dove ci portate?”. In un posto sicuro stia tranquillo. Una veloce corsa all’aeroporto, un posto sull’aereo e la macabra constatazione. Le lacrime non servono. L’aereo è diretto a Damasco. L'inganno è stato di dire loro che sarebbero andati in Sicilia. Le vittime si sono rese conto del trucco quando sono state legate loro le mani (a tutti, adulti e bambini). L’unica cosa certa: Mohammad Al Sahri sta per essere consegnato al boia. Ad attenderlo la sicurezza siriana.

Viene portato via, lui e la sua famiglia. Il resto si conosce attraverso AMNESTY INTERNATIONAL che ha seguito il suo caso. Siamo nel 2003 e sua moglie, presto liberata insieme ai bambini, vive ad Hama dove due volte a settimana, racconta Murhaf, riceve la visita dei Mukabarat, i servizi segreti che la intimidiscono e le bombardano di domande sui contatti del marito e sul resto della famiglia.

In Italia c’è un’interrogazione parlamentare: >>>>>

Il Ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, si difende: «Queste persone non hanno mai avanzato domanda di asilo, sono stati trattenuti in luoghi ospitali, trattati con umanità e rimpatriati in Siria nel pieno rispetto della legge Bossi-Fini». Difficile credere che in cinque giorni di detenzione non abbiano mai espresso tale richiesta. E in ogni caso, spiegano i legali della famiglia Lababidi (che  hanno denunciato il governo italiano alla Corte europea di Strasburgo per numerose violazioni del diritto internazionale), la Convenzione di Strasburgo vieta «il rimpatrio forzato verso un paese in cui vige la pena di morte».

E a rispondere a Pisanu sull'ospitalità della polizia di frontiera ci pensa Maysun che dai suoi "arresti domiciliari" in cui si trova, scrive al fratello.
«Abbiamo ricevuto il peggior trattamento. C'era una donna, la stessa che ci ha scortato in Siria.
Avevamo chiesto rifugio, una vita normale...invece ci hanno rinchiuso in una stanza con le telecamere, dove ci hanno perquisito e fatto le foto segnaletiche. Abbiamo chiesto varie volte un interprete, un avvocato. Poi ci hanno condotto in un posto vicino all'aeroporto, un posto freddo, gelido, senza riscaldamento, niente coperte. Così fino a giovedì 28 novembre alle 21 quando quella donna è venuta con tre agenti di polizia e ci ha detto "hanno accettato la vostra richiesta”. Raccogliete i vostri effetti personali". Dove andiamo? "Sarete trasferiti in un posto migliore" mi ha risposto la donna. Solo in aereo abbiamo capito dove eravamo diretti».

Com’è andata a finire la vicenda? Il giorno 8 luglio 2003 arriva in Italia la notizia che Mohammad Said Al-Sahri, l'ingegnere siriano espulso dall'Italia insieme alla moglie e ai quattro figli nel novembre scorso è stato ucciso. La notizia viene subito smentita dall’ambasciatrice siriana a Roma che afferma che non è vero, che Al Sahri è detenuto (detenuto sich!!!) ma «in condizioni normali». Sempre che si possa credere al governo siriano e sperando che per “normali” si intenda normali.

La bella notizia è che dopo undici mesi di detenzione (e secondo i dati di Amnesty Intermational, anche di torture e maltrattamenti) Mohammad Said Al-Sahri ha potuto riacquistare la libertà. Libertà per modo di dire visto che ha l'obbligo di firma e sicuramente gli è impedito allontanarsi dalla Siria.

Al suo rilascio ha contribuito  anche il Governo italiano, in realtà una sorta di riparazione ad un danno che noi stessi abbiamo prodotto alla famiglia Al-Sahri.

Il rimpatrio forzato in Siria della famiglia al-Sakhri, senza un esame della richiesta di protezione nell'ambito di una procedura d'asilo equa, completa e soddisfacente, ha rappresentato una chiara violazione dei principio di non respingimento, vincolante per tutti gli Stati, che proibisce il rimpatrio forzato di una persona in un paese nel quale la sua vita o la sua libertà sarebbero in pericolo. Anche secondo la legge Bossi-Fini. Ma ora fatevi una domanda: perché una famiglia proveniente dalla Giordania viene rispedita in Siria dove per il capo famiglia è prevista la pena di morte? Quando venne chiesto al Governo italiano la risposta fu : sono stati loro a rifiutare la Giordania. Fantastico. Si sono opposti alla Giordania come destinazione preferendo la morte in Siria? Suvvia.

Amnesty International non ha mai smesso di riferire, in seguito alle inchieste da essa condotte, che in Siria la tortura è praticata sistematicamente ed è concreto il pericolo di scomparsa dei detenuti politici. Soprattutto gli appartenenti ai Fratelli Mussulmani. Il governo, quindi, non poteva non sapere. Non poteva non immaginare la fine che avrebbe fatto Mohammad Al Sahri. 


Queste alcune normative in materia di rifugiati di allora, tutte disattese. 
* L’articolo 10 della Costituzione, che riconosce espressamente il diritto di asilo.
* L’articolo 1 della legge n. 39 del 1990 (la cosiddetta legge Martelli) e il suo regolamento di attuazione (il decreto del Presidente della Repubblica n. 136 del 1990), che contengono norme sulla procedura di esame delle domande, sul trattamento dei richiedenti in pendenza della decisione ed istituiscono la Commissione nazionale per il riconoscimento dello 
status di rifugiato.
* La Convenzione di Ginevra del 1951 (che è parte integrante del nostro diritto interno), che definisce i diritti di cui gode il rifugiato.
* L’articolo 19 del decreto legislativo n. 286 del 1998, che stabilisce il divieto di espulsione e respingimento in applicazione del principio di non refoulement.
* Il regolamento del Consiglio 343/2003 del 1° febbraio 2003 (che sostituisce la Convenzione europea di Dublino del 1990), che determina lo Stato membro responsabile dell’esame della domanda di asilo.
* La direttiva del Consiglio 2003/9/CE del 27 gennaio 2003, sulle norme minime relative all'accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
* Gli articoli 31 e 32 della legge n. 189 del 2002 (il cui regolamento di attuazione è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno 2002), che hanno modificato le procedure di esame delle richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, attribuendo le relative competenze decisionali a organi di nuova istituzione, le cosiddette commissioni territoriali.

Questa volta la vicenda si è fortunatamente conclusa positivamente. Ma quante sofferenze ha dovuto patire la famiglia al-Sakhri? E quanti altri Mohammad Al Sahri stanno entrando in Italia?

Johannes Bückler
P.S. Dal 2010 Rifa'at al-Asad, l’autore del massacro di Hama, vive tranquillo nel quartiere londinese di Mayfair.