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Al fine di mantenere il blog nell'ambito di un confronto civile e costruttivo, tutti i commenti agli articoli espressi dai lettori verranno preventivamente valutati ed eventualmente moderati. La Redazione.

domenica 11 maggio 2014

Immigrazione e reato di clandestinità. Quei facili slogan che creano paure.


Parlare oggi d’immigrazione significa affrontare una realtà particolarmente complessa.
Per qualcuno infiammare gli animi, suscitare allarmi immotivati, trasmettere rappresentazioni non veritiere e ansiogene. Per altri parlare di un movimento epocale determinato dalla speranza, per una moltitudine di persone, di lasciarsi alle spalle miseria e sofferenze. Inutile negare che lo sradicamento dalla società di origine e la convivenza con regole, norme, costumi e valori, a volte nemmeno compresi, rende difficoltoso l’inserimento di alcune di queste persone.
E’ chiaro però che non è con gli slogan che si risolvono i problemi.
Chi parla della necessità di “fermare l’invasione” dovrebbe prima di tutto rileggersi i giornali d’inizio secolo che descrivevano l’emigrazione di milioni d’italiani costretti a lasciare il Paese per cercare la stessa fortuna. E magari cominciare a raccontare le cose come stanno. Per esempio, riguardo al reato di clandestinità, dire che al momento non è stato abolito, ma è ancora vivo e vegeto. Infatti la legge 67/2014, “Deleghe al governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio”, concede 18 mesi di tempo al governo per abrogare il reato d’ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato.
L’art. 2, comma 3, lettera b indica di “abrogare, trasformandolo in illecito amministrativo, il reato previsto dall'articolo 10-bis del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione”. Tradotto, significa che una volta abrogato il reato di clandestinità sarà più facile espellere chi entrerà nel nostro Paese senza permesso di soggiorno. A differenza di oggi, (dove il reato non prevede comunque la galera ma solo una multa), non si dovrà istituire un procedimento penale ogni volta, con i tempi e i costi che ne derivano.
Questa la realtà, e risulta difficile comprendere (o forse si comprende benissimo) come qualcuno cerchi di travisare la realtà creando tensioni e paure ingiustificate. Tra l’altro, probabilmente per la crisi, molti lavoratori stranieri stanno abbandonando il nostro Paese, lasciando nelle casse dell’INPS i contributi versati (almeno per quei Paesi che non hanno accordi bilaterali su questo tema).
E questo non è un bene, (che se ne vadano intendo) pensando ai 7,5 miliardi di contributi versati ogni anno all’INPS da questi lavoratori. Considerata l’età media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5) è chiaro che sono pochissimi gli immigrati che oggi percepiscono la pensione.
In pratica queste persone danno all’INPS più di quanto ricevono e questo è destinato a durare per diversi anni, con innegabili benefici per il sistema previdenziale.
Insomma. Senza negare i problemi che qualsiasi coesistenza può generare, prendiamo atto che gli immigrati costituiscono ormai una realtà ineludibile con cui dobbiamo fare i conti e con cui dobbiamo coesistere.
Piaccia o non piaccia.

Johannes Bückler

11 Maggio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

domenica 4 maggio 2014

Quei politici che la fanno semplice.


Caro Direttore,
siamo un Paese malato, ma la medicina tradizionale non si occupa delle malattie di cui soffriamo da tempo.
Per guarire dallo “scaricabarile” ci vorrebbero anni di terapia intensiva e del “benaltrismo” si parla ormai come di una malattia inguaribile. Ma per non farci mancare mai niente negli ultimi tempi si sta diffondendo qualcosa di più pericoloso: “il semplicismo”. Fortunatamente non colpisce i giovani, anzi per loro ogni piccolo problema diventa a volte di una complessità insormontabile.
Stando alle statistiche sembra non colpire neppure chi cerca quotidianamente di risolvere i problemi in silenzio, senza squilli di tromba. A esserne colpiti sono soprattutto i politici e di ogni schieramento.

Per esempio, se esiste un problema di decoro in una via, qualcuno pensa che basti un pezzo di ferro incastrato in mezzo ad una panchina per sistemare le cose. Perchè il clochard sdraiato non è un bel vedere via, seduto fa tutto un altro effetto.
Certo, se poi ogni tanto il clochard si prendesse la briga di entrare pure in un negozio del centro esibendo una carta di credito il decoro ne guadagnerebbe, ma non si può avere tutto.
Comunque, a differenza di altre malattie, dal “semplicismo” si può guarire. Basta prendere atto di quello che scriveva George Bernard Shaw: “per ogni problema complesso c’è sempre una soluzione semplice. Peccato, sia quella sbagliata“.

Un caro saluto

Johannes Bückler

04 Maggio 2014 - Corriere della Sera - Bergamo -


domenica 13 aprile 2014

No all'euro. Sì alla poltrona.


Lo confesso, non sono un economista e un po’ me ne vergogno.
Lo so, è un’affermazione imbarazzante di questi tempi. Ma come, in breve tempo sono riusciti a diventarlo 60 milioni d’italiani e lei ancora niente?
Sarà l’età, non lo nascondo, e anche una certa diffidenza e antipatia verso la categoria. Degli economisti intendo, che di regola sono quelle persone che ti dicono “qualche anno dopo” cosa era meglio fare “qualche anno prima”.
Dico questo perché approda oggi nella nostra città il “basta euro tour”. Pensare, anche solo per un momento, che la causa dei nostri mali sia l’euro (che bisogna comunque cambiare, ma cambiare non significa distruggere), è una delle tante bufale che fanno presa negli ultimi tempi.
Che l’enorme debito pubblico, la troppa burocrazia, l’amministrazione pubblica inefficiente, l’evasione fiscale, la corruzione, magari i guasti del treno Vivalto Milano-Bergamo, inaugurato giovedì mattina e già fermo alla sera siano colpa dell’euro, è una balla colossale tesa solo a ignorare i veri problemi del Paese e con l’unico intento, quello sì, di prendere qualche voto.
Infatti, come commentare affermazioni del tipo : “bisogna uscire dall’euro, che ci vuole. Chiudi le banche, cambi Euro in Lire, riapri le banche”. (Apperò!) Anche se aggiungono: “meglio farlo il venerdì sera, quando le banche sono chiuse, per evitate speculazioni“. In pratica per evitare il “Bank run”, che non è un nuovo tipo di corsa per perdere chili, ma semplicemente la corsa agli sportelli delle banche. Quindi, secondo loro, di nascosto.
E qui la vedo un tantino dura. Se la decisione deve essere presa dal Governo e ratificata dal Parlamento (cosa peraltro impossibile), immaginare che la notizia non possa trapelare (e subito presa in carico dai 600.000 operatori finanziari con le inevitabili conseguenze), è un tantinello azzardato.
Con la conseguente corsa agli sportelli di cui sopra. Perché, se la scelta di uscire dall'euro ha lo scopo di recuperare competitività attraverso la svalutazione (piccola o grande, l’unica cosa certa), perché qualcuno dovrebbe tenere i soldi in euro (e perderci con il passaggio alla lira) invece di investirli di corsa in obbligazioni denominate in dollari o sterline? Oppure, perché no, ritirali in fretta e furia per sistemarli sotto un mattone? E come la mettiamo con i debiti che abbiamo con l’estero?  E tutto questo per tornare ai “mitici” (sich!) anni della lira quando l’inflazione era in doppia cifra, le pensioni si davano ai quarantenni e l’invalidità regalata a chi ci vedeva benissimo.
 E i Trattati che abbiamo firmato? “Ne abbiamo stracciati tanti in questi 150 anni di storia, che ci vuole”.
Beh, in effetti mica hanno tutti i torti. Siamo da sempre un Paese inaffidabile, una volta più, una volta meno che volete che sia (scordandoci poi di trovare qualcuno disposto a prestarci soldi in futuro).
Comunque una cosa è certa: dall’euro non si uscirà. Si lavorerà per cambiare le cose che non funzionano, quello sì. Per costruire quell’Europa dei popoli di cui l’Italia, giusto ricordare, è membro fondatore.
Magari dopo che qualche politico o economista no-euro si sarà seduto su una poltrona di Strasburgo.
Una poltrona, giusto ricordare, che garantisce un ottimo stipendio.
Rigorosamente in euro, naturalmente.

Johannes Bückler

13 Aprile 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

giovedì 10 aprile 2014

Il buonsenso è fuorilegge. Evasione fiscale e sentenza beffa.


Una cosa è certa, siamo sempre in leggera controtendenza e la cosa accade da molto, troppo tempo.
Per esempio negli altri Paesi i nomi e i simboli dei partiti sono sempre quelli, mentre a cambiare sono le persone, i politici di riferimento. Da noi nel corso degli anni sono cambiati i nomi, i simboli, ma gli uomini sono rimasti più o meno gli stessi.
Negli altri Paesi sorgono movimenti contro un alto livello di tassazione, ma composti da persone che le tasse comunque le pagano. Perché le leggi prima si rispettano e poi si cambiano, almeno così dicono. Da noi (forse per portarci avanti, vuoi mai) prima abbiamo creato i movimenti che protestano, e poi forse un giorno finiremo col pagarle tutti ‘ste benedette tasse.
Da noi, rispetto agli altri Paesi, dove la tassazione è più alta sui patrimoni e meno sui redditi, è esattamente il contrario. Per poi finire a domandarci perché la gente fatica a consumare.
Negli altri Paesi “tu sei tu” e rimani “tu” per tutta la vita. Da noi per essere certo che “tu sei tu” ti devi presentare davanti a un notaio che garantisce ogni volta che “tu sei tu, ma fanno 100 euro”. E non riesci nemmeno ad arrabbiarti.
In molti Paesi non esiste il reato di abusivismo edilizio perché, dicono, “dovrei costruire una casa dove non si può”? Infatti, a pensarci bene, è una cosa che ci chiediamo in molti.
Da noi ci sono 150 miliardi di evasione fiscale, ma per qualcuno non è un problema perché sono soldi che fanno girare l’economia. Poichè anche la corruzione non è certo da meno e la criminalità organizzata è sicuramente tanto PIL, sta a vedere che il principale ostacolo alla crescita sono le persone oneste.
Gli altri Paesi hanno un terzo delle nostre leggi. Da noi, per obbligare la gente a mettere le cinture di sicurezza che ti salvano la vita, devi scriverne una apposta e sottoporla al Parlamento. In pratica legiferare persino sul buonsenso.
E allora, diciamo la verità, non ti sorprendi più di niente. Nemmeno di fronte a una fresca sentenza della Corte Costituzionale, esattamente l’80/2014 del 7/4. Ad appellarsi alla Consulta un imprenditore di Torre Boldone, legale rappresentante di due società che commerciano in abbigliamento e calzature. Nel 2008 e nel 2009 aveva dichiarato, ma non pagato, circa 145.000 euro. Il suo avvocato aveva sollevato l’illegittimità dell’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 in quanto (udite, udite), se il suo cliente avesse omesso la dichiarazione Iva, invece di presentarla regolarmente e non versarla, non avrebbe commesso nessun reato. Così recita la legge. E la sentenza della Consulta non poteva che essere: “Considerato in diritto che ….il citato art. è ritenuto in contrasto con l’art. 3 della Costituzione anche dal Tribunale di Bergamo…dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74”.
Ora mi domando: ci voleva proprio un’istituzione come la Corte Costituzionale per capire l’assurdità di quella norma? Per bocciare il principio per cui è più conveniente essere un evasore totale piuttosto che dichiarare il giusto e non pagare?
Riusciremo mai a invertire quella leggera e maledetta controtendenza rispetto agli altri Paesi nel modo di legiferare?
Riusciremo mai a mettere un pizzico di buonsenso nelle cose che facciamo?
Oppure, come scrisse Bernard Grasset, “la soluzione del buonsenso è sempre l’ultima a cui pensano gli esperti”?

Johannes Bückler

10 Aprile 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

giovedì 27 marzo 2014

Piscine e sprechi nei comuni. Dal "ben altro" al benservito.


In principio fu il “benaltrismo”. Termine che sintetizza l’espressione “ci vuole ben altro”. Serve a indicare qualcosa di più importante rispetto a quanto sostenuto.
In pratica il benaltrista è pronto a dichiarare che sono “ben altri” i nodi da affrontare ed eventualmente “ben altre” le soluzioni. Metti in evidenza un problema? Sono ben altri i problemi. Tocchi una categoria? E’ ben altra la categoria da toccare.
Parli di evasione fiscale? Ma che dici. E’ la spesa pubblica, il vero cancro.
A parte il fatto che non sarebbe nemmeno la spesa pubblica il problema più importante perché ci sarebbe pure la fame del mondo e il buco nell’ozono (così di ben altro in ben altro in questo Paese non si fa mai niente).
Insomma, se si disputassero le Olimpiadi del “benaltrismo” la medaglia d’oro sarebbe assicurata, troppi campioni. In seguito ha fatto la sua apparizione (della serie “meglio non farci mancare niente”) il “benaltrove”. Sapete, quella cosa per cui l’evasione fiscale cercatela da qualche altra parte, gli sprechi pure, e gli amministratori incapaci sono sempre in altre parti del Paese. Ecco, quella roba lì.
Eppure per quanto riguarda gli sprechi e quant’altro, (corruzione ed evasione fiscale) l’unità d’Italia è fatta da tempo. Ne sono la prova le innumerevoli cattedrali del deserto che fanno bella mostra su tutto il territorio nazionale. Anche Bergamo ha la sua: quel “Centro Servizi delle Finanze” nei pressi di Azzano San Paolo che grida vendetta per lo spreco di finanze pubbliche, che poi sono sempre le nostre. Esistono però altri tipi di sprechi, meno evidenti, ma altrettanto significativi.
Mi riferisco a quanto apparso su queste pagine in merito alle piscine realizzate negli ultimi anni utilizzando lo strumento del project financing. Ben 5 piscine realizzate dal 2004 al 2008 in soli 25 chilometri che più che un servizio ai cittadini assomiglia molto a “facciamo qualcosa di grande che per il consenso non si fa mai abbastanza”.
Per carità, non è lo strumento che è in discussione. Secondo il rapporto di finanza di progetto, in Lombardia sono centinaia le iniziative di questo tipo. Iniziative che vanno dallo sport e spettacolo alle opere stradali; dall’edilizia sociale e scolastica alla produzione di energia da fonti rinnovabili. E numerose sono le ragioni per utilizzarlo. Per esempio quello di aumentare le strutture, grazie all’apporto di risorse private, liberando risorse pubbliche da destinare a servizi carenti. E' chiaro quindi che non è lo strumento in discussione.
In discussione è che, se vuoi costruire una nuova piscina, devi fare almeno quattro conti. Per prima cosa esaminare bene il bacino d’utenza. Poi serve un senso consortile di cooperazione con i comuni limitrofi, una buona programmazione e magari evitare di creare sofferenza, con una nuova struttura, a impianti preesistenti. Se non fai questo, rischi di ritrovarti con mutui da pagare, costi di gestione insopportabili, introiti lontani dalle attese. E’ quello che sta capitatando ai comuni di Stezzano, Osio Sotto. Per non parlare di Ghisalba, Alzano Lombardo e Cologno al Serio.
La crisi ha colpito duro e i soggetti privati faticano ad accollarsi le rate dei mutui. E ad andarci di mezzo rischiano di essere proprio i Comuni, che in qualità di garanti dei prestiti, si dovranno accollare le restanti rate. Non so come ne usciranno, ma una cosa è certa: come sempre, nessuno pagherà per la mancanza di programmazione e per opere di dubbia utilità. E come sempre, a noi cittadini rimarrà solo una speranza, la solita.
Dopo il “benaltrismo” e il “benaltrove” quello di dare a certi amministratori almeno il “benservito”.

Johannes Bückler

27 Marzo 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

sabato 22 marzo 2014

E se il miracolo del Nord Est non fosse mai cominciato?


Un abbaglio per politici e sociologi.

ORA si dice - lo dice una approfondita ricerca della Fondazione Nord Est - che il miracolo è finito.
Ma forse il miracolo del Nordest non è mai cominciato, non c'è mai stato; è stato solo la parabola di un abbaglio che politici e sociologi hanno interpretato come più faceva loro comodo, ma dietro il quale non c'era nulla di quanto veniva millantato.
Chi di anni non ne ha più pochi non farà fatica a tornare indietro di due o tre decenni, quando il Nordest era l'area povera dell'Italia centro-settentrionale; laboriosa, certo, ma povera.
Era decentrata geograficamente poiché confinava con i Paesi del blocco comunista con i quali gli scambi erano pochi e difficili. Le fabbriche di elettrodomestici e di vestiario, per quanto rilevanti, erano ben lontane dall'attribuire a quell'area una connotazione industriale, prevalendo una moltitudine di imprese di piccole dimensioni con un carattere prettamente familiare non solo nel senso che appartenevano integralmente ad una famiglia, ma anche nel senso che il patrimonio dell'aziende si confondeva in quello della famiglia e questo in quello, così asservendo l'impresa all'unica missione di soddisfare le esigenze economiche e sociali della famiglia.
Insomma, un capitalismo diffuso, ma elementare, molecolare e con poche prospettive di una evoluzione.

Negli anni a cavallo tra gli anni '80 ed i '90 su quest'area piovve la manna. Lo sfaldamento dell'impero sovietico fece cadere ogni barriera verso Paesi acculturati, ma economicamente arretrati e con costi conseguentemente bassissimi. Inoltre, la crisi valutaria determinò una svalutazione della lira di inusitata dimensione. Il sistema produttivo del nordest, di conseguenza, conobbe un incremento di competitività eccezionale nel momento in cui gli si aprivano nuovi mercati famelici di prodotti occidentali anche con scarso contenuto di tecnologia. Inizialmente quella regione potè così registrare incrementi delle esportazioni a due cifre, con conseguente forte aumento del reddito prodotto e del reddito pro-capite. Il resto dell'Italia sostenne solo i costi, in termini di ristrettezze e sacrifici, del deprezzamento della lira e del successivo risanamento della finanza pubblica, il nordest invece si trovò nella condizione di poterlo ampiamente compensare con l'exploit delle esportazioni e del reddito dovuto non tanto ad una maggiore abilità e ad un maggiore impegno rispetto al resto del Paese, ma solo alla particolare congiunzione di eventi eccezionali della quale si trovò a beneficiare.
Ed infatti il Bengodi è durato poco. Salvo poche illuminate eccezioni, l'imprenditoria del nordest, blandita da politici, sociologi e mezzi di informazione, non ha riconosciuto il favore che gli è venuto da circostanze esterne.
Se lo avesse riconosciuto, ne avrebbe colto la transitorietà e, forse, avrebbe adottato per tempo le strategie per consolidarlo in nuovi, diversi e più affidabili punti di forza. Non avendolo riconosciuto, ma anzi attribuendolo alle sue capacità e virtù, una volta esaurito l'effetto di quelle circostanze tutto il fenomeno nordest si è afflosciato, spento.
Per un po' gli imprenditori del nordest hanno cercato di alimentarlo aprendo fabbriche ad est. Una certa letteratura agiografica ha chiamato questo fenomeno internazionalizzazione. In qualche caso può anche calzare, ma in genere si è trattato solo di un tentativo di reggere il mercato senza affrontare impegnativi cambiamenti: le centinaia e centinaia di fabbriche di Timisoara e del resto della Romania non rappresentano un passo avanti, ma un passo indietro: sono per lo più una replica del mondo, del costo del lavoro, del tipo di organizzazione, molto spesso anche della tecnologia propri del sistema produttivo italiano di trenta, quaranta e forse anche più anni fa.
Se non altro in virtù dei bassi costi e del bassi prezzi per un po' il mercato è stato retto meglio che con le produzioni realizzate in Italia, ma ora anche questo escamotage mostra la corda, come tutte le strategie basate esclusivamente sulla compressione dei costi anziché sulla innovazione e sulla tecnologia. La bestia nera della concorrenza internazionale alla quale viene imputata la fine del miracolo del nordest è la Cina, ritenuta forte non solo per i bassi costi, ma anche per i contenuti tecnologici di molte sue produzioni.
La Cina è il Paese immenso che tutti sappiamo, ma solo in questi anni si sta affrancando da un secolare sottosviluppo e da una economia dirigista e burocratizzata. Se sta spiazzando la produzione dell'area ritenuta più dinamica ed aggressiva di un Paese che si vanta di essere la quinta potenza economica del mondo, significa che il sistema produttivo di questo Paese molto ha sbagliato e molto continua a sbagliare.
Dieci anni fa sul nordest era piovuta la manna, ed ora già non ne rimane quasi niente.

Da La Stampa a firma Alfredo Recanatesi. Lunedì 14 Luglio 2003

mercoledì 5 marzo 2014

5 marzo 1876. Nasce il Corriere della Sera


È la prima domenica di Quaresima. A Milano piove minutamente dal mattino. Alle nove di sera gli strilloni distribuiscono un nuovo quotidiano. Si chiama Corriere della Sera diretto da Eugenio Torelli Viollier, un napoletano di 34 anni, volontario con i Mille.

Tutto il giornale è raccolto in due stanze con tre redattori (oltre al direttore) e quattro operai. I tre collaboratori di Torelli Viollier sono suoi amici. Il prezzo di un numero è di 5 centesimi (un soldo) a Milano, 7 fuori città.

A Milano sono otto i quotidiani che vengono pubblicati. Tra questi "Il Pungolo" (organo dei monarchici), "La Plebe" (preferito da anarchici e socialisti), "Il Gazzettino Rosa" (foglio dei garibaldini), e "Perseveranza" (della Destra). 


Di seguito “Al pubblico”, l’editoriale di Eugenio Torelli Viollier, non firmato, sul primo numero del Corriere della Sera, 5-6 marzo 1876.

Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. 

In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura. L’arguzia, l’esprit ti affascina ancora, ma l’enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d’una festuca. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v’ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica, e veniamo a parlarti chiaro.
***
Noi siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: «Siamo moderati, siamo conservatori». Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all’Italia l’indipendenza, l’unità, la libertà, l’ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da’ Papi che la tennero durante undici secoli. In grazia loro vediamo questi fatti singolari: un cardinale che paga la ricchezza mobile, una chiesa protestante presso San Giovanni Laterano, un re al Quirinale. In grazia loro si è udito Francesco Giuseppe d’Austria dire a Vittorio Emanuele: «Bevo alla prosperità dell’Italia», e Guglielmo di Prussia: «Bevo all’unione de’ nostri popoli». Noi dunque siamo conservatori.
***
Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch’ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, – e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo, ma nella storia avrà una nota di gloria d’impareggiabile fulgore, perché ha condotto a termine due imprese di cui una sola sarebbe bastata ad illustrarlo. Dopo aver compiuto l’unificazione d’Italia, ha restaurato le finanze. Se domani dovesse abdicare, potrebbe, con orgoglio che dà l’adempimento d’un gran còmpito, esclamare: Nunc dimittis, domine. Da un disavanzo annuo spaventevole ci ha condotti al pareggio. Non ancora, dite? Ebbene, sia: mancano venti, mancano trenta milioni: che sono appetto ai 700 che mancavano dieci anni fa? Qualche cosa di peggio che le finanze turche. Allora si discuteva sul fallimento dello Stato e si cercava di agguerrircisi: oggi chi osa più pronunziare questa parola? Come il cavaliere templario della ballata di Schiller, il partito moderato mosse diritto al mostro del disavanzo, con un mastino al fianco. Questo mastino si chiamava l’Imposta – bestia ringhiosa, feroce, spietata; ma senz’essa era follia sperare di vincere. L’Italia unificata, il potere temporale de’ papi abbattuto, l’esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio, – ecco l’opera del partito moderato.
***
Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite fra noi, entrate ne’ nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Lasciate stare i brontoloni del partito, gl’ipocondriaci, gli atrabiliari, che antepongono i moderati ai radicali unicamente come preferirebbero la febbre terzana al colèra; badate agli altri: nessuno è pienamente contento: si potrebbe dire che c’è più rassegnazione che vera e completa soddisfazione. Non c’è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c’è lingue più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. È stato già osservato che per udire sparlare, ma sul serio, de’ ministri, bisogna andare in una brigata di deputati di Destra. Ebbene, è vero. Gli è che partito e Ministero sono due cose distinte. Gli è che il partito moderato non è partito immobile, non è un partito di sazi e di dormenti. È un partito di movimento e di progresso. «Noi vogliamo, ha detto il conte di Cavour, la libertà economica, noi vogliamo la libertà amministrativa, noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza, noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell’ordine pubblico». Tal è il credo del partito moderato. Senonché, tenendo l’occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizi liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l’istruzione obbligatoria quando mancano le scuole e i maestri; – di non voler proscrivere l’insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; – di non voler il suffragio universale, se l’estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili e nervose delle città.
***
Questo giornale, che è moderato, e vuol essere lo specchio fedele dei pensieri di chi scrive, e delle persone savie che vorranno aiutarci de’ loro consigli, – e li invochiamo, giacché, se siamo indipendenti, non vogliamo restare isolati, – non promette di essere di più facile contentatura dell’altra gente del suo partito; e però non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand’anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso. – Certo è che se ci avverrà di censurare, ci studieremo di non essere avventati né iracondi, e ad ogni modo le nostre intenzioni saranno rette. Nulla ci ripugna più del tuono minatorio e degli atteggiamenti da gradasso con cui certi giornali di parte nostra credono opportuno, di tratto in tratto, d’affermare la loro indipendenza. La nostra indipendenza, ch’è reale, non avrà bisogno di queste frasche. Il pubblico non tarderà a conoscere in che acque naviga il Corriere della Sera. Errori se ne commisero, se ne commettono, se ne commetteranno. Il paese non fu sempre servito bene dagli uomini che adoperò. Qualcuno se lo ingraziò e salì al potere, avendo una cosa sulla bocca, un’altra nel cuore. Chi peccò per ignoranza, chi per inesperienza, chi per tristizia d’animo. Qualche volta non errarono gl’individui, errò l’intero partito. On tombe toujours du coté où l’on penche, ha detto il Guizot. Il partito moderato inclinò alla grettezza, alla timidità, al fiscalismo, alle idee aristocratiche: noi che vogliamo tenerlo in piedi, non avremo il diritto di gridare quando lo vedremo in pericolo di perdere l’equilibrio?
***
Sentiamo dire: – E la disciplina del partito? – State buoni, voi altri, con la disciplina del partito. Un articolo di giornale non è una palla nera o una palla bianca. Una palla nera può rovesciare un Ministero, cento articoli non lo scrollano. La disciplina di partito è indispensabile alla Camera: quante nobili coscienze ne ha allontanate questa dura legge! Il giornale non ne è esente del tutto, ma porta certamente un freno assai più largo. Guardate i giornali inglesi, i migliori d’Europa, come si muovono liberamente nell’ambiente del loro partito. Certo, se c’è cosa che abbiamo in odio, è il giornale a tesi, il giornale che guarda ogni materia dal lato dell’opposizione al Ministero o dell’appoggio da dare al Ministero; il giornale che gira ogni mattina nello stesso circolo d’idee, come il cavallo nella cavallerizza; il giornale organetto, che ha due sole suonate, una in maggiore per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari. Ci piace essere obbiettivi; ci piace ricordarci che tu, pubblico, non t’interessi che mediocremente ai nostri odî ed ai nostri amori; che vuoi anzitutto essere informato con esattezza; ci piace serbare, di fronte a’ nostri amici migliori, la nostra libertà di giudizio, ed anche, se vuolsi, quel diritto di frondismo ch’è il sale del giornalismo.
***
Sentiamo dire ancora: Badate, voi dividete il partito. – Davvero? ma era forse diviso il partito quando esisteva a Milano un altro giornale della sera ad un soldo? Crediamo invece che non fu mai tanto forte quanto allora. È diviso il partito radicale perché ha due organi pomeridiani invece d’uno? Ci pare piuttosto che sia, o si creda, più vigoroso oggi che sei mesi fa. Noi non nasciamo per far guerra ai giornali del nostro stesso colore politico; non è ai loro lettori che diamo la caccia. È nel campo degli avversari comuni che confidiamo raggranellarli. E che! dovrebbe durare a Milano la voga di giornali che ogni giorno scoprono una nuova infamia del Governo, che riempiono le loro colonne con un interminabile enumerazione di delitti a carico di quanti primeggiano nella cosa pubblica, giornali che descrivono l’Italia come la preda d’un’oscena banda di malfattori? Dovrebbe il pubblico compiacersi a lungo di giornali che mostrano di tenere ogni persona investita d’una pubblica carica nel conto d’un gaglioffo della peggiore specie? Ma s’essi avessero ragione, se la classe dominante fosse davvero quella che dicono, l’Italia che la tollera sarebbe la più corrotta e la più vigliacca delle nazioni. No, no, la classica terra del buon senso, la patria di Parini e di Manzoni, non può compiacersi a lungo di tali esagerazioni e stravaganze. Sono i lettori di quelle corbellerie che noi vogliamo conquistare, contro di loro si debbono rivolgere le forze riunite del Corriere e de’ giornali che militano sotto le stesse bandiere. A’ giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un’inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell’emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della Sera potrà farsi posto senza che dalla sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni.