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martedì 24 febbraio 2015

Le corporazioni hanno vinto?


Quante volte avete sentito parlare della casta dei politici e dei loro privilegi. Se pensate che quella politica sia “la casta” più importante, praticamente intoccabile, vi sbagliate. 
Col tempo, anche grazie allo sdegno dei cittadini, i politici hanno perso molti dei loro privilegi. Esistono invece caste che nessuno è mai riuscito a scalfire.
Chi ci ha provato ha trovato una muraglia invalicabile e una difesa a denti stretti dei suoi occupanti. Migliaia di cittadini pronti a tutto pur di difendere le loro rendite di posizione.

Di queste caste ne scrisse su La Stampa un grande giornalista, Vittorio Gorresio.

Martedì 8 Gennaio 1974 - Le corporazioni hanno vinto? 

Chi sa perché i fascisti fanno tanto le vittime, quando l'Italia, che fino dal 1926 essi auspicavano corporativa, corporativa è diventata e corporativamente si dibatte, disputa e stagna. Purtroppo la loro vittoria è una sconfitta della nazione, perché ha sbrigliato impulsi negativi battendo in campo aperto i partiti politici e i sindacati, il Parlamento e il governo, tutta la classe dirigente nel suo insieme.
Gli stessi gruppettari fanno ridere, vocianti e inoperanti come sono: l'Italia è una repubblica fondata sui privilegi corporativi, propugnati e difesi con tenacia, coerenza ed efficienza.

I veri gruppuscoli sono quelli corporativi, che di politico o ideologico non hanno nulla. La penultima settimana dello scorso dicembre mi sono trovato a Roma in Piazza Colonna, pressoché sequestrato da un'accolta di autonoleggiatori che stavano manifestando contro gli autisti di tassì.
Essi volevano che nella mia qualità di giornalista io salissi le scale di Palazzo Chigi a perorare la loro causa presso l'onorevole Rumor presidente del Consiglio. Come fare; e d'altra parte avrei rischiato di inimicarmi un'altra corporazione, quella dei tassinari.

Nella stessa mattina, Piazza del Popolo era occupata dai cosiddetti parasanitari (odontotecnici, chiroterapisti, agopuntori, callisti, preparatori clinici, eccetera) e in Piazza Santi Apostoli era annunciata una riunione dei maestri — non professionisti — di scherma.
Fu una giornata che i cronisti dovettero registrare con un segno nero, perché conclusa con il ferimento dello stesso questore di Roma — bastonato per errore da agenti della Celere — e con l'oltraggio a un commissario di polizia, schiaffeggiato — a quanto sembra — da un vivace deputato del msi-destra nazionale. Comunque, una fotografia che ci hanno dato, mostra il povero commissario prostrato a terra e quasi in lacrime per l'ingiuria patita. E' democrazia?

I corporativi d'Italia sono difatti intraprendenti più dei lavoratori metalmeccanici — tanto per fare un paragone — e per la loro aggressività stradale possono anche determinare stati di confusione fra gli addetti ai servizi dell'ordine pubblico. Corporativi, d'altra parte, siamo tutti, a cominciare da noi giornalisti. Corporativi sono gli esercenti le cosiddette professioni liberali, dagli avvocati ai medici, dagli insegnanti ai notai.
Corporativi gli intellettuali, che si organizzano in sindacati scrittori esigenti tutele e privilegi quali non attribuisce né ha attribuito mai nessuno degli Stati totalitari conosciuti nella storia, non il fascista né il nazista, né alcun altro regime dei Paesi socialisti.
Dovrebbe invece riconoscerli l'Italia democratica sorta dalla Resistenza, fondata sul lavoro.
« Questa è democrazia? », mi domandavano in Piazza Colonna gli autonoleggiatori che mi tenevano sequestrato finché non fossi andato a parlare di loro con l'onorevole Mariano Rumor.

Democrazia, nella corrente accezione, sarebbe il metodo per il quale ogni categoria di mestiere ha il « diritto » di sopraffare le pretese dei concorrenti. Democrazia fondata sul concetto di casta: la casta dei macellai, della quale a Roma non si entra a far parte se non si è figli di macellaio; dei farmacisti, dei panificatori, tutte caste chiuse, inaccessibili e rivendicative, l'una nemica di tutte le altre.
Gli autonoleggiatori, per esempio, oltre a inveire contro i tassinari mi dicevano male dei fiorai che sarebbero i servi dei capitalisti, dei ricchi, dei signori. Si continua a parlare delle malefatte dei partiti, delle correnti, dei sindacati. Poveracci, per quanto depravati siano non sono certamente questi gli organismi che comandano, che hanno un reale potere nella società italiana.
Sentiamo spesso deprecare la « politica » che in quanto tale sporcifìca e marcifica tutto; ma noi viviamo in un Paese nel quale la politica non conta nulla, non determina niente, non esiste, è del tutto ignorata in quanto regola di convivenza, di solidarietà civica, di visione globale dei problemi.

Anche i postini si sentono in credito nei confronti della società, che peraltro essi servono male; e così gli uscieri degli uffici pubblici; e quando il contagio avrà raggiunto i ferrovieri non ci sarà più un treno che non diciamo — alla fascista — arrivi in orario, ma che soltanto parta, puntuale o no. Paghino loro In ogni modo, corporativamente, la questione degli autonoleggiatori è stata poi regolata grazie all'intervento di un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il senatore democristiano di Alba, Adolfo Sarti, che è un veterano del maneggio degli affari poiché pur solo quarantacinquenne è già stato sinora sottosegretario dì Stato otto volte, ininterrottamente negli ultimi governi di Moro, di Leone, di Rumor, di Colombo, di Andreotti, e poi di nuovo con Rumor.
Egli ha difatti autorizzato la circolazione nei giorni festivi delle autovetture da noleggio con conducente, anche nei comuni dove opera il servizio da piazza dei tassì. Per ovvia logica corporativa si sono immediatamente messi in sciopero i conducenti di tassì.
Era un pomeriggio di sabato, vigilia della quinta domenica austera italiana, e dalle cinque alle sei solerti funzionari della prefettura di Roma timbrarono e distribuirono permessi di circolazione agli autonoleggiatori. Contrordine, alle sei: non si timbra più niente, non si rilasciano altre licenze.

Corre la voce che gli autonoleggiatori non possono circolare « per motivi di ordine pubblico », e in ogni modo i tassinari, soddisfatti, annunciano la revoca del loro sciopero. Ha vinto una delle due corporazioni, e quella sconfitta ha pagato caro perché all'incirca cento noleggiatori autorizzati durante la breve ora di liberalità sono poi stati, il giorno dopo, multati per 166 mila 655 lire ciascuno.
Il loro legale, avvocato Erasmo Antetomaso, ha presentato alla procura della Repubblica una denuncia contro « le competenti autorità e il prefetto di Roma invitando il magistrato a ravvisare i reati derivanti da quanto si è verificato ».

Il celebre penalista professor Giuseppe Sotgiu ha offerto il proprio patrocinio, e se la causa ci sarà potrà arrivare in Cassazione, o al Consiglio di Stato, o davanti alla Corte Costituzionale. Tanto, bisogna pure occupare il tempo, in un Paese dove sembra che nessuno abbia da far altro che profittare di ogni circostanza — anche di quella dell'austerità — per difendere il proprio privilegio corporativo.

Questo è il vero problema dell'austerità italiana, la riluttanza di ogni gruppo e categoria ad assoggettarsi a privazioni, nel saldo convincimento che a sacrificarsi debbano essere gli altri, a cominciare dai diretti concorrenti per finire agli ignoti; paghino loro.
A ben vedere, questo è il fascismo del 1974, spaccio di corporativismo trionfante, ignaro di politica, fuori dall'economia, emblema di costume.

Vittorio Gorresio

domenica 1 febbraio 2015

Diritti acquisiti e grandi privilegi.


Chiamasi vitalizio “una rendita vita natural durante concessa al termine di un mandato al conseguimento di alcuni requisiti di anzianità di permanenza nelle funzioni elettive”.
Da quando la Regione Lombardia, in uno slancio d’inaspettato coraggio (sich!) ha deliberato, per i vitalizi degli ex consiglieri, una temporanea riduzione del 10% (fino al 2018 innalzando l’età per poterli percepire da 60 a 66 anni), assistiamo a reazioni al limite del grottesco. Al grido di: “Pacta sunt servanda” (i patti devono essere rispettati), c’è chi minaccia di ricorrere al Tar, alla Corte dei Conti, al Tribunale ordinario, persino alla Corte Costituzionale pur di difendere i “diritti acquisiti”.
Altri, grazie a un regolamento approvato a suo tempo, si sono invece precipitati a ritirare i contributi versati, pratica vietata ai comuni mortali. Diciamo, con l’aria che tira, il modo migliore per riavvicinare la gente alla politica (altro sich!). Ma quanti sono questi ex consiglieri? In Lombardia sono 221 gli ex inquilini delle passate legislature a beneficiare del vitalizio con un costo che si aggira intorno ai 7,4 milioni l’anno. Vitalizio, giusto ricordare, cancellato tre anni fa e che quindi non riguarderà gli attuali consiglieri.
 Ora la domanda che dobbiamo porci è: “Il Consiglio regionale, varando questa norma, sta richiedendo un equo contributo di solidarietà a persone privilegiate oppure sta iniquamente attaccando degli intoccabili diritti acquisiti?” Osservando certi vitalizi, con importi sproporzionati rispetto ai contributi versati, più che di diritti acquisiti si dovrebbe parlare di bei privilegi acquisiti, consolidati e direi poco giustificabili. Quindi, in un’ottica di contenimento dei costi della politica, in una crisi che ha costretto milioni di persone a sacrifici cui non era abituata da tempo, un contributo di un 10% su un “privilegio acquisito” non sembra essere un grande sacrificio.
Va però detto che le prestazioni degli enti pubblici sono soggette a norme di diritto pubblico e quindi derivanti da precise scelte politiche. In pratica, loro se li sono dati (i privilegi), loro e solo loro vi possono rinunciare.
Non facciamoci illusioni, non lo faranno. Ma non per interesse personale. La loro battaglia di resistenza è solo ed esclusivamente per difendere tutti i lavoratori che con questo precedente pericoloso vedrebbero messi in discussione i loro diritti acquisiti. Teneri. Sempre pronti a sacrificarsi per il bene comune.
Peccato che i comuni mortali sui “diritti acquisiti” non possano più contare da tempo, messi in discussione ad ogni piè sospinto. E a differenza loro, piccoli “diritti.” Di certo, non grandi “privilegi”.

Johannes Bückler

01 Febbraio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

giovedì 15 gennaio 2015

Noi ci abbiamo provato.


Caro Johannes,
oggi sul Corsera si legge che ”In Italia il numero di biglietti da 500 euro «è crollato», le banconote da 500 e 200 euro «sono sostanzialmente sparite» e quelle da 100 «si stanno riducendo». Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo dinanzi alla commissione Antimafia.
Inoltre è possibile leggere (sempre sul Corsera di oggi 15 gennaio) l’articolo dove di fatto i giudici della Corte di giustizia europea, dichiarano la compatibilità con i trattati europei, l’iniziativa del Presidente della BCE (Draghi). Lo stesso ha in animo la realizzazione del programma di salvare l’euro: il ben noto QE (Quantitative easing) acquisto massiccio di bond, debito sovrano incluso, che la stessa BCE ha dichiarato di voler realizzare ormai da mesi. Anche su questo argomento avevo sottoposto alla sua attenzione alcune mie riflessioni - riguardavano i pensionati e il sistema PMI (e poi da lei gentilmente pubblicate in data 26 e 31 gennaio 2012 ) - in linea con quelle che dovrebbero essere approvate in questi giorni.
Con riferimento alla prima notizia, (banconote da € 500) ricordo che lo avevamo affermato noi, nella nostra riflessione (pubblicata in data 15 maggio 2013). In pochi ci hanno creduto. Tant’è che abbiamo investito del problema la BCE (con una nota scritta inviata all'attenzione del Presidente della BCE in data 25 luglio 2013). Sensibile al problema, abbiamo ricevuto una risposta (in data 14 ottobre 2013) sull’argomento dal Direttore presso la Direzione Banconote della BCE, Dr. Ton Roos, con la quale si ribadisce che di fatto la BCE svolge un servizio per la collettività (europea) nel distribuire la banconota da € 500. Per questo motivo ritiene inopportuno ritirare ed eliminare dalla circolazione la predetta banconota. In effetti la nostra proposta riguardava una "sostituzione" e non una "eliminazione" di un taglio.
Comunque ritengo la risposta della BCE molto politica e poco tecnica. Peccato perché abbiamo perso altro tempo e nel frattempo l’evasione è aumentata notevolmente. Sull’argomento avevo richiamato anche l’attenzione di alcuni nomi importanti del giornalismo italiano (editorialisti ed esperti in economia del Corsera).
Purtroppo è rimasto tutto lettera morta. Ma noi Buckler siamo testardi e ritorniamo alla carica, riproponendo alla BCE l'operazione, non mancando di sottolineare che da qui in avanti, in Italia e in tutta Europa aumenterà la liquidità (vedi le decisioni della Svizzera, prime possibili conseguenze: interruzione della delocalizzazione di imprese italiane, per il notevole aumento dei costi di gestione). Quindi sarà molto più facile riciclare o trasferire in Paesi più tolleranti (appartenenti alla Black List) somme importanti, di personaggi o gruppi importanti, amici degli amici, poteri forti, intoccabili. Mi chiedo sempre quale rischio corriamo nel toccare e trattare questo argomento (Charlie Hebdo fa scuola). Però è necessario che qualcuno lo faccia.
Per porre la parola fine a questo fenomeno endemico del nostro Paese e di tanti altri, sarà dura, ma se si vuole affrontare a viso aperto i colossi dell’evasione e dell’elusione, gli strumenti ci sono, è solo questione di volontà.

Rino Impronta

La riflessione inviata alla BCE >>>>>                         La risposta della BCE >>>>>

La nostra proposta non era poi così campata in aria visto che "con l’entrata in vigore della direttiva del 4 maggio 2016, la Bce ha sancito la fine della produzione della banconota da 500 euro, stabilendo l’esclusione di questo taglio dalla serie Europa. A partire dal 27 gennaio 2019, pertanto, 17 delle 19 Banche Centrali dell’Eurozona cesseranno di emettere la banconota viola".
Inoltre 
"Le ragioni alla base di questa decisione, da parte della Bce, sono dettate dalle preoccupazioni che questa banconota possa facilitare le attività illegali."
Già. 




martedì 13 gennaio 2015

Non si vota sul diritto di pregare.


Davide Ferrario su queste pagine ha scritto di essere favorevole a un referendum su una moschea a Bergamo, “purché se ne discuta”.
Sul “discutere”, come non essere d’accordo. Mi chiedo però se sia possibile farlo con chi continua a dichiarare che tutto l’Islam (per la cronaca 1,6 miliardi di persone) sia quella roba lì (riferita ai fatti di Parigi). Per carità, ci si può provare. Però la vedo dura dopo anni di inutili discussioni su meridionali, immigrati, rom, gay e quant’altro. Sull’idea del referendum invece la contrarietà è netta.
Su questo tema infatti la Costituzione è chiara. Per esempio all’art.2, che: “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Al 3 che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E poi l’art. 8: “Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”.
Il 19: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata” e per finire il 20 : “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative”. Credo che ce ne sia a sufficienza per poter dichiarare che non è ammissibile un referendum su una materia di così evidente profilo costituzionale.
Veniamo invece alle obiezioni e in particolare quando si dice: “i comandanti dei killer di Parigi avevano frequentato la Moschea di Milano”. Credo che questa dichiarazione si commenti da sola. Se oggi sappiamo questo, se siamo a conoscenza di quegli incontri, è proprio perché frequentavano una moschea. Fossero avvenuti in qualche scantinato ora saremmo all’oscuro di tutto.
E proprio noi bergamaschi dovremmo saperlo bene. Abbiamo infatti scoperto che è passato dalle nostre parti tale Bilal Bosnic, predicatore bosniaco salafita e jihadista, ospitato da un gruppo di fedeli di Bergamo che si riuniva in una sala della Celadina (a dimostrazione che non è certo la mancanza di un luogo di culto a fermare gli estremisti). Insieme a loro lo stesso Bosnic aveva raggiunto per un lungo sermone, la moschea di Motta Baluffi, gestita dal gruppo di bergamo insieme a quello di Cremona.
E’ indubbio che l’eventuale costruzione dovrà rispondere alla disciplina della legge regionale n. 12/11 marzo 2005 per il governo del territorio e principalmente alle “Norme per la realizzazione di edifici di culto e di attrezzature destinate ai servizi religiosi”.
Si dovrà pretendere la tracciabilità finanziaria del progetto, una trasparenza dell’eventuale organizzazione e la presenza di celebranti che parlino italiano.
Prendiamo atto che è sempre meglio “regolarizzare” che lasciare le cose come stanno.
Nel frattempo possiamo fare anche un piccolo esame di coscienza, cercando di capire se abbiamo qualche responsabilità per il caos generato in alcuni Paesi che oggi ci costringono ad affrontare certi problemi.
Potremmo giungere alla conclusione che prima di pensare d’esportare la nostra democrazia (che dopo 2000 anni risulta ancora imperfetta) forse è il caso di lavorarci su ancora un po’.

Johannes Bückler

13 Gennaio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

giovedì 8 gennaio 2015

La forza può prevalere sul diritto?


Il vile attacco al giornale Charlie Hebdo. L’orrenda strage di giornalisti, di lavoratori dell’informazione. Niente di più terribile, orribile, spaventoso. Ma tanta, troppa ipocrisia. 

23 Aprile 2009

Ksenija Bankovic aveva 28 anni quel 23 aprile del 1999 e svolgeva con grande passione il suo lavoro di assistente al montaggio. Anche Jelika Munitlak aveva 28 anni ed era molto soddisfatta del suo lavoro di truccatrice. Sono passati dieci anni, ma Ksenija e Jelika hanno ancora 28 anni.

21 Aprile 1999 

RTS è la televisione nazionale serba a Belgrado. Il palazzo ospita uffici, radio, Tv e si trova in mezzo al Parco della Pace dove il Sava s'incontra con il Danubio. Nel palazzo hanno sede uffici stampa del Sps, della Pink-Tv e poi uffici import-export, agenzie immobiliari e turistiche, banche, un day hospital per malattie reumatiche e un ristorante all'ultimo piano.

Il pomeriggio è iniziato con le sirene dell'allarme aereo. Di giorno non era mai successo: dicono che hanno bombardato il ponte sulla nuova circonvallazione.
Davanti al palazzo un cartello scritto a mano: ”OBIETTIVO MILITARE”. Nessuno ci fa caso. In fondo, si sa,  i giornalisti sono sacri. A chi verrebbe in testa di mandare un missile su una Tv che trasmette “Casablanca”.

RTS è una Tv mal sopportata dalla Nato.
Quando la NATO ha negato che un loro aereo da guerra Stealth era stato abbattuto, RTS aveva trasmesso il video del relitto. Quando la NATO ha detto che lo stadio di Pristina era stato utilizzato come un campo di concentramento, RTS aveva mostrato lo stadio vuoto.
Mentre la NATO affermava che il leader albanese, Ibrahim Rugova era a favore della loro campagna di bombardamenti, RTS mandava in onda l’intervista in cui il leader condannava quei bombardamenti.
Quando il 16 aprile la NATO aveva mostrato al mondo intero una fotografia satellitare come "prova" che i serbi avevano massacrato etnici albanesi, e li avevano seppelliti in una fossa comune a Izbica, RTS si era recata sul posto, nel piccolo villaggio albanese di Izbica, e aveva intervistato gli abitanti. Non trovando nessun massacro e nessuna fossa comune.
Confrontando poi riprese video della terra con la presunta fotografia satellitare della NATO aveva dimostrato che non esistevano edifici dove la NATO li indicava sulla fotografia. Inoltre RTS aveva mostrato un convoglio di profughi albanesi sulla strada Prizren-Djakovica, dove il 14 aprile almeno 75 persone erano state uccise dai bombardamenti; 100 i feriti, per lo più donne, bambini e anziani.

22 Aprile 1999 

Il ministro dell'Informazione serbo Aleksander Vucic ha ricevuto un invito via fax dal "Live Larry King Show" a comparire sulla CNN. Lo vogliono in onda alle 2:30 del mattino del 23 aprile e hanno chiesto al serbo di arrivare in televisione mezz'ora prima per il make-up. Vucic non ce l’ha fatta ad arrivare in tempo. La CNN dovrà rimandare l’intervista.

La CNN dichiarerà che fu solo una coincidenza. Disse che lo show “Larry King” era stato messo in onda dalla divisione intrattenimento che non era certo a conoscenza di quello che stava per accadere.

23 Aprile 1999 - ore 02.06 

E’ notte. RTS sta trasmettendo una intervista a Milosevic. Al suo fianco un professore americano, tale Ron Hatchet in una rara intervista rilasciata in esclusiva per conto di una quasi sconosciuta stazione televisiva di Huston, nel Texas.

Tremano e s'incrinano le finestre e il tetto del grattacielo è in fiamme. Un missile è entrato al primo piano, terza finestra da sinistra. E’ esploso nella sala trucco, dove una giovane assistente è bruciata viva. Un altro è entrato all’ultimo piano, sesta finestra da destra. Il terzo al decimo. Scoppiano i vetri e dalle finestre esce di tutto, il trifoglio del Parco della Pace si riempie di schegge di ferro, pezzi di sedia, un telefono resta su un pino, tabulati del day hospital ovunque.

“Possibile che non ci fosse nessuno nel grattacielo, illuminato fino a un attimo prima?” «Sono rimaste dentro almeno quindici persone, credo giornalisti» grida uno. Il ministro Goran Matic arriva davanti al grattacielo per una conferenza stampa.
«E' così difficile, per la Nato, tollerare la libertà d informazione?». La tv serba trasmette in diretta dal grattacielo e intervista una donna che continua a urlare. «Chissà quando riprenderò le trasmissioni», si lamenta Nemecjk

Il ministro italiano degli Esteri, l'on. Dini, da Washington, dove si è riunito il Summit dell'Alleanza per celebrare i 50 anni della Nato, dichiara ai giornalisti italiani: «è terribile, disapprovo, non credo che fosse neppure nei piani».


Immediatamente sconfessato dal suo Presidente del Consiglio, l'on. Massimo D'Alema, che dichiara: «Non si può commentare ogni giorno dove è caduta una bomba». Sintetizzato dai giornali: “Non si può discutere ogni bersaglio”.





Durante il bombardamento nel palazzo c’erano circa 200 persone. I morti della Tv RTS furono 16. Questi i loro nomi:

• Aleksandar Deletić (30), cameraman
• Branislav Jovanović (50), tecnico
• Darko Stoimenovski (25), tecnico
• Dejan Marković (39), addetto alla sicurezza
• Dragan Tasić (29), elettricista
• Dragorad Dragojević (27), addetto alla sicurezza
• Ivan Stukalo (33), tecnico
• Jelica Munitlak (28), truccatrice
• Ksenija Banković (28), addetto al mixer
• Milan Joksimović (47), addetto alla sicurezza
• Milovan Janković (59), macchinista
• Nebojša Stojanović (26), regista
• Siniša Medić (32), scenografo
• Slaviša Stevanović (32), tecnico
• Slobodan Jontić (54), regista
• Tomislav Mitrović (61), direttore del programma

12 dicembre 2001

I genitori di Ksenija Bankovic ed altri parenti delle vittime della strage alla RTS hanno proposto un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Turchia e Regno Unito per violazione degli articoli 2 (diritto alla vita), 10 (diritto alla libertà di espressione) e 13 (diritto ad un ricorso effettivo) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Oggi la Corte ha emesso la sentenza dichiarando il ricorso “irricevibile”.

La Corte, in sostanza, trovandosi innanzi a qualcosa di assolutamente inusitato nella pratica giurisprudenziale, operò una sorta di “astensione” delle sue competenze. Stabilì che gli Stati membri della Convenzione non possono essere giudicati per le azioni extraterritoriali (salvo che non acquisiscano di fatto il controllo del territorio al di fuori della loro giurisdizione). In quel caso la Corte ritenne che gli Stati chiamati in giudizio non avessero il controllo di fatto dell’area di Belgrado dove si è verificata la strage.

La Nato dichiarò che il numero delle vittime non era “sproporzionato” rispetto all’obiettivo.

Dieci anni dopo - 23 aprile 2009 

Ksenija Bankovic aveva 28 anni il 23 aprile del 1999 e svolgeva con grande passione il suo lavoro di assistente al montaggio. Anche Jelika Munitlak aveva 28 anni ed era molto soddisfatta del suo lavoro di truccatrice.

Sono passati dieci anni, ma Ksenija e Jelika hanno ancora 28 anni.

Erano nate lo stesso giorno, il 16 giugno 1971. Ksenija aveva frequentato il liceo a Belgrado. Al termine della scuola aveva cercato di iscriversi alla Facoltà di Arti Drammatiche, sezione assemblaggio. Dato l’amore per il cinema aveva cominciato a lavorare come mixer video in una Tv privata, poi dal settembre 1994 era entrata in RTS. Aveva intenzione di sposarsi e mettere su famiglia. Dal 1 maggio 1999 è sepolta nel nuovo cimitero di Belgrado.

Jelika, nata anche lei a Belgrado, è sepolta accanto alla sorella, morta dieci anni prima.

Sono morte alle ore 2,06 del 23 aprile 1999, assieme ad altre quattordici persone, come loro al lavoro presso gli studi della Rts (Radio Televisione Serba) di Belgrado. Un missile «intelligente» della NATO aveva deciso di colpire (e c'era riuscito), centrando con precisione millimetrica l'ala centrale dell'edificio della televisione dove ferveva il lavoro dell'equipe tecnica.

Quel bombardamento rese nullo un diritto. Si stabilì che il diritto alla vita dei giornalisti (e di tutti coloro che lavorano nel mondo dei media) dipende dal grado di libertà di stampa esistente in un determinato contesto. Quando la televisione costituisce uno strumento di propaganda di un regime politico autoritario, o comunque da fastidio a chi conduce un conflitto, allora può essere silenziata con la "giusta dose di bombe".

L'esempio della Rts fece scuola. Così dopo la TV di Belgrado, una "giusta dose di bombe" fu rovesciata, nel corso della guerra dell’Afganistan, sulla sede della TV Al Jazeera che trasmetteva da Kabul.

In Iraq, il giorno prima della capitolazione di Baghdad, fu distrutto il terrazzo da cui trasmetteva la Tv Al Jazeera, uccidendone l'inviato così come fu distrutto l’ufficio di Abu Dhabi TV e bombardato l'Hotel Palestine, uccidendo altri due giornalisti.

In seguito molti altri operatori dell’informazione hanno pagato con la vita l’ostinazione di voler continuare a informare.

Il conflitto tra guerra ed informazione, esploso così drammaticamente il 23 aprile 1999, è lo specchio di un altro fenomeno, non meno importante: quello fra guerra e diritto. La domanda è: "La forza può prevalere sul diritto?"

Le parole del diritto sono certo silenziose, debolissime, ma devono diventare forti, imperiose. E dovrebbe essere compito anche e sopratutto  dell’informazione.


Il vile attacco al giornale Charlie Hebdo. L’orrenda strage di giornalisti, di lavoratori dell’informazione. Niente di più terribile, orribile, spaventoso. Ma tanta, troppa ipocrisia. 

 Johannes Bückler

P.S. Questo video, al quale è stata aggiunta solo un'immagine, in realtà è un file audio originale registrato a Belgrado proprio in quei giorni durante i bombardamenti.





mercoledì 7 gennaio 2015

Le imprese, le tasse e quell'appoggio che non c'è.


Galeotta fu la norma.
L’articolo 19/bis della legge delega sul fisco ha scatenato talmente tante reazioni da costringere il Governo a rimandare l'invio del testo alla Camera. L’esclusione della punibilità “quando l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato”, è stato visto come un salvacondotto per un noto personaggio politico. Tralasciamo il risvolto grottesco di una legge ritirata perché ritenuta “ad personam” dimenticando che in questo modo la si fa diventare “contra personam”, che certo meno grave non è.
Entrando nel merito ritengo che sarebbe un errore collegare comportamenti fraudolenti (ad esempio fatture per operazioni inesistenti) a percentuali sull'imponibile. Domani che facciamo? Ragguagliamo la punibilità di un furto al reddito della vittima? Via, siamo seri. Usiamola eventualmente per attenuanti o aggravanti, ma non per la punibilità o meno. Detto questo, l’ennesima “leggina” desta una preoccupazione ancora maggiore.
Una preoccupazione che ci porta ad affermare che forse è giunto il momento di fermarsi e di riflettere se sia giusto o meno continuare in questo modo. Non è possibile continuare a fare sempre nuove leggi e norme che non fanno altro che mandare tutti in confusione. Abbiamo bisogno tutti di un po’ di respiro. Per questo approfitto per fare una richiesta al nostro Presidente del Consiglio: il 13 ottobre, dal palco dell’assemblea di Confindustria a Nembro, aveva definito Bergamo come “una terra modello”.
Con la dichiarazione: «Ho deciso di venire qui, davanti a voi, a illustrare quanto stiamo facendo perché la realtà bergamasca è una realtà eccezionale…» aveva reso il giusto omaggio a una terra che produce, che prova sempre a correre, che anche quando fa fatica non si lascia mai sopraffare. Centinaia di aziende bergamasche, malgrado la congiuntura economica negativa, hanno avuto e hanno la capacità di crescere, aumentare vendite e fatturati.
E allora perché non cercare di aiutarli? Perché non cercare di dare una mano a tutti quelli che in questo Paese hanno cancellato dal loro vocabolario la parola “arrendersi”? (E sono tanti) Prima di crescita, lavoro o quant’altro tutta questa gente di una cosa ha assolutamente bisogno: di certezze. Imprese, ma anche contribuenti e cittadini tutti. Dobbiamo sapere che un comportamento sbagliato oggi, lo sarà anche nei prossimi mesi.
Che una norma approvata oggi non cambierà a ogni piè sospinto. Che una tassa, così com’è formulata ora, avrà in futuro, se non lo stesso importo, almeno lo stesso nome, accidenti. Non è possibile continuare a scrivere nuove norme, leggi, regolamenti o modificare quelle esistenti aggiungendo o eliminando centinaia di commi ogni volta.
Si prenda atto che il problema principale di questo Paese non sono le leggi o le norme in quanto tali (che già esistono e sono tante), ma semmai la loro applicazione.
Fermiamoci un attimo. Fateci respirare. Ma se proprio non potete farne a meno fatelo, ma seguendo il consiglio di un grande magistrato: “raramente e con mani tremanti”.

Johannes Bückler

07 Gennaio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 6 gennaio 2015

Il futuro dell'azienda-Italia è da «capitalismo straccione»


Napoleone Colajanni, presidente della Commissione Bilancio del Senato che per circa due anni ha indagato sulla crisi finanziaria della grande industria italiana, ha anticipato, rispetto al «libro bianco» di imminente pubblicazione, alcuni dati sui quali le
forze politiche in questo scorcio di campagna elettorale dovrebbero attentamente meditare.
L'occasione, al parlamentare comunista, l'ha offerta lo studio dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino presentato nei giorni scorsi a Bologna sulla «struttura finanziaria delle medie imprese. L'accurata radiografia del San Paolo, effettuata su un campione assai rappresentativo di 871 società per azioni, ha dato conferma di una serie di elementi da tempo intuiti.

Nel nostro Paese, al crescere della dimensione, l'impresa nella combinazione dei fattori produttivi è costretta a impiegare quantità sempre maggiori di capitale, senza ricavarne beneficio alcuno dal lato della redditività. Soffocata da rigidità crescenti, mortificata da norme amministrative, centro di conflittualità permanente, sovente oggetto di fameliche «attenzioni» politiche, sopravvive grazie all'indebitamento, allontanandosi sempre dal modello originario «profit-oriented» per divenire centro di un modello assistenziale i cui costi enormi entrano alla fine a far parte del mostruoso inventario che è divenuto il debito nazionale. Colajanni, utilizzando evidentemente alcune stime ricavate dall'indagine senatoriale, ha detto che 25 grandi imprese italiane hanno accumulato 9844 miliardi di debiti a breve termine e oltre 12 mila miliardi di debiti a medio lungo termine.

Un indebitamento verso gli intermediari finanziari che solo per queste aziende è di circa 22 mila miliardi, a fronte del quale il conto attivo patrimoniale dell'intero sistema bancario italiano è di appena 6600 miliardi. Anche accettando che le aziende di credito possono, previa autorizzazione della Banca d'Italia, superare negli impieghi di una volta e mezzo o anche due volte il capitale proprio, vuol dire che ogni limite è divenuto inoperante e che la patologia ha finito per far premio su ogni più elementare regola di comportamento. Con quali conseguenze?

La caduta tendenziale del saggio di profitto, la diminuita propensione all'assunzione di rischi imprenditoriali, l'annullarsi dei margini di autofinanziamento, la distruzione del mercato azionario, la sottocapitalizzazione delle banche, hanno assunto insieme ad altri fenomeni proporzioni tali da far pensare, almeno secondo il pensiero espresso dal senatore comunista, di essere in Italia ormai alla fine del capitalismo. Una conclusione personale e da accogliere con il beneficio di inventario derivante dall'estrazione ideologica del parlamentare del Pci.

Un fatto, comunque, è certo: una classificazione dell'economia italiana appare alquanto difficile. Capitalismo, forse, non lo è più da tempo. Socialismo non lo è almeno finora, anche se per Colajanni la capacità di organizzare i fattori di produzione (come?) non è caratteristica solo del capitalismo. Tentare di stabilire allora cos'è, costituisce impresa ardua. Per il momento appare come un groviglio di pubblico e di privato, di assistenzialismo esagerato, di tentativi di mediazione alquanto discutibili nei loro effetti economici.

Il salvataggio della Sir, voluto a tutti i costi dal governo, è il premio, così come si va risolvendo, per chi si è indebitato e per chi ha permesso quell'indebitamento senza preoccuparsi troppo del gravame che ora si intende scaricare sulla collettività. Il segno tra i più evidenti di un sistema che almeno dal lato delle grandi imprese significa la rinuncia, in molti casi, a perseguire ogni tentativo di accumulazione. Dal lato del sistema creditizio, l'assoluzione per aver accettato operazioni bancariamente «non esemplari».

Qualcuno ha fatto osservare al senatore Colajanni che, a questo punto, non ci sono altri modi di operare. Probabilmente ha ragione. In tal caso, però, lo sviluppo che ci aspetta è quello di un capitalismo straccione.

Natale Gillo - (La Stampa - 21 maggio 1979)