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lunedì 5 maggio 2025

Non esistono piccoli antifascisti

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con le sue prime due antologie di vite altrui per People, uscite a gennaio e novembre 2020 e intitolate Non esistono piccole storie e Non esistono piccole donne.

Perché l’ennesimo libro sulla Resistenza? Perchè il 25 aprile di quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario della Liberazione. In questa data si ricorda la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. La giusta occasione per offrire una serie di testimonianze, raccontate in prima persona, che celebrano il coraggio di coloro che hanno lottato e sacrificato la loro vita per la nostra libertà.

Il libro è diviso in sezioni. “Atti di coraggio”, “Donne” “Giovani”, “Operai e sindacalisti”, “Cattolici” “Antifascismo bergamasco”, “Solidarietà”, “Intellettuali” e “Altre storie”. I racconti contenuti in questo nuovo volume dimostrano come l’antifascismo abbia attraversato trasversalmente la società italiana. A essere coinvolte sono state persone di diversa estrazione sociale, età e genere. Storie che raccontano atti di straordinario valore.

Un libro dedicato soprattutto alle nuove generazioni. Affinché sorga in loro il desiderio di non dimenticare. Mai. 
 

«C'è una storia ufficiale che è come un grande fiume. E ce n'è un'altra fatta di molteplici affluenti, tortuosi, articolati, segreti, che si infiltrano e si mescolano al grande fiume.
Che grande avventura scoprirli e portarli alla luce»

«Affascinante narrzione. Ogni volta è come essere testimoni dal vivo della storia. Un film una pièce teatrale, la realtà aumentata che accade davanti ai nostri occhi. Magistrale»

«Come sempre Johannes trae fuori dall'oblio storie intense, importanti, che suscitano emozione e impongono riflessione»

(Le lettrici e i lettori di Johannes Buckler) 


Johannes Bückler – «Nessuno deve sapere chi sono, nemmeno la mia famiglia.»Così si presentava su Vanity Fair, a fine agosto 2011, Johannes Bückler, che successivamente avrebbe cominciato a denunciare sul Corriere della Sera un sistema fiscale iniquo. Oggi racconta storie su Twitter e, con i suoi oltre 68mila follower, è oramai considerato una vera e propria “Tweet-Star”. Ha pubblicato per People Non esistono piccole storie (2020) e Non esistono piccole donne (2020). Nessuno sa chi si nasconda dietro questo pseudonimo. Nessuno sa chi ha raccontato le storie contenute nei suoi libri.
Ma diciamoci la verità: è poi così importante?






sabato 1 luglio 2023

NON ESISTONO PICCOLI EROI

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con le sue prime tre antologie di vite altrui per People, uscite a gennaio e novembre 2020 e intitolate Non esistono piccole storie e Non esistono piccole donne. Poi nel 2021 Non esistono piccoli campioni e nel 2022 Dialoghi col passato. E oggi Non esistono piccoli eroi. 

Ogni libro di Johannes Bückler si costruisce su una domanda: quali sono i campioni, quali le donne, quali sono le storie su cui vale la pena soffermarsi per coltivare la propria memoria e non perdersi? Questo volume non fa differenza. Chi sono, oggi, gli eroi? La risposta è presto detta: persone normali, capaci di gesti straordinari. Contro il nazifascismo, contro la mafia, contro ogni discriminazione, per il bene degli ultimi e di tutti. Uomini e donne che la vita e la Storia hanno sottoposto a prove durissime e che a queste prove hanno risposto con forza d'animo, coraggio, senso della giustizia. Come David e Perla Szumiraj, che si conobbero ad Auschwitz, e lì si innamorarono, per perdersi e poi ritrovarsi dopo la prigionia. Come Renato Caccioppoli, che sfidò il regime con la sua ironia. Ciuto Brandini e Joe Hill, due nomi centrali nella lotta operaia e nella storia del sindacalismo. Catia Cucchi, la cui vita è stata dilaniata dall’attentato di matrice mafiosa di via Palestro. Spesso vittime, talvolta dimenticate, ma che hanno fatto la differenza. Come le protagoniste e i protagonisti della Resistenza – e stavolta l’autore ha riservato un intero capitolo all’esperienza bergamasca, riportando i tragici fatti di Petosino, Cornalba e di Nese.

E poi tanti, tanti altri nomi. Accomunati tra loro forse da un aspetto: la consapevolezza delle forme che il male sa assumere, e l’incapacità di arrendersi a quel male, perché in cuor loro vi era impressa l’immagine di un’alternativa.

Ancora una volta, Bückler ci presenta questi autoritratti. Li dispone in fila, restituisce la voce a chi l'ha perduta, affinché le lettrici e i lettori possano ascoltare e apprendere da queste vite e dalle scelte che le hanno rese immortali.






giovedì 29 giugno 2023

Settimanale OGGI del 29 giugno 2023. FEMMINICIDI 8 Se le donne uccise potessero parlare. Di Johannes Buckler

martedì 26 luglio 2022

DIALOGHI COL PASSATO

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con le sue prime tre antologie di vite altrui per People, uscite a gennaio e novembre 2020 e intitolate Non esistono piccole storie e Non esistono piccole donne. Poi nel 2021 Non esistono piccoli campioni.

Come in una sorta di macchina del tempo, in questo nuovo capitolo letterario (dopo i successi di Non esistono piccole storie, Non esistono piccole donne e Non esistono piccoli campioni), Johannes Bückler immagina di raggiungere diversi personaggi storici per poter dialogare con loro. Dialoghi semplici, con lo scopo di andare oltre le loro imprese. Troveremo personaggi più o meno conosciuti, dai protagonisti dell’Impero romano – come Giulio Cesare e Cleopatra – a personalità più recenti, come Miguel de Cervantes, Galileo Galilei e Napoleone Bonaparte.
Con alcuni di loro l’autore tenterà di fare l’avvocato del diavolo, con altri invece cercherà di riparare ai torti che hanno subìto dagli storici, che non sempre sono stati obiettivi nel raccontare le loro vite.
Perché la storia non è mai solo bianco o nero, ma una materia complessa di cui tornare a innamorarsi.   


«Se la storia fosse sempre raccontata così, non sarei il solo ad amarla.»

«Johannes ha la capacità di dipingere con le parole.»

«Ogni storia, una poesia.»

«Aspetto i suoi racconti come il caffè del risveglio. Immancabile!»

«Johannes, mi stai facendo amare la storia, quella che a scuola non ho mai
studiato!»

«Non si inizia la giornata senza aver letto i racconti di Johannes, ogni volta ti
trasporta in un mondo lontano con sapienza e maestria.»

«Le tue narrazioni hanno il potere di superare il racconto e di donare brividi,
emozioni, pensieri.»

I follower di Johannes Bückler su Twitter.


Johannes Bückler – «Nessuno deve sapere chi sono, nemmeno la mia famiglia.»Così si presentava su Vanity Fair, a fine agosto 2011, Johannes Bückler, che successivamente avrebbe cominciato a denunciare sul Corriere della Sera un sistema fiscale iniquo. Oggi racconta storie su Twitter e, con i suoi oltre 68mila follower, è oramai considerato una vera e propria “Tweet-Star”. Ha pubblicato per People Non esistono piccole storie (2020) e Non esistono piccole donne (2020). Nessuno sa chi si nasconda dietro questo pseudonimo. Nessuno sa chi ha raccontato le storie contenute nei suoi libri. Ma diciamoci la verità: è poi così importante?






mercoledì 1 dicembre 2021

NON ESISTONO PICCOLI CAMPIONI

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con le sue prime due antologie di vite altrui per People, uscite a gennaio e novembre 2020 e intitolate Non esistono piccole storie e Non esistono piccole donne.

Non esistono piccoli campioni è una sorta di Spoon River, una raccolta di ritratti originali, in cui a prevalere sono ancora una volta le emozioni e i sentimenti. Storie dedicate allo sport, alle sue figure (più o meno note) e alle loro imprese, narrate come sempre in prima persona, in un gioco letterario in cui lettrici e lettori avranno l’occasione di affezionarsi ai protagonisti tramite la loro stessa voce. Eroi celebrati, ma soprattutto campioni dimenticati, che grazie a Bückler hanno potuto ritrovare, in queste pagine e nella memoria di chi le leggerà, lo spazio che meritano.    


«Seguo da un po’ di tempo questo account: lo consiglio a tutti, per le storie che racconta e per come le racconta. Un piccolo gioiello, una macchina del tempo affascinante.»Maurizio Pistocchi, giornalista sportivo. 

«Twitter è interessante. Trovo notizie, persone stimolanti, storie che arricchiscono, come quelle di Johannes Bückler.»
Fabio Ravezzani, giornalista e conduttore televisivo.

 «Il susseguirsi di questi affreschi di brevi vicende, realmente accadute ad anonimi eroi involontari della cronaca, rapisce e commuove facendo venire immancabilmente voglia di leggere la successiva. Così come quei 280 caratteri dai quali Bückler ha poi ricavato questo puzzle di umanità sommersa, sopravvissuta o spazzata via senza memoria, senza saluti. Spesso senza nemmeno la cronaca, appunto.»
Luca Serafini, giornalista e scrittore

Johannes Bückler – «Nessuno deve sapere chi sono, nemmeno la mia famiglia.»Così si presentava su Vanity Fair, a fine agosto 2011, Johannes Bückler, che successivamente avrebbe cominciato a denunciare sul Corriere della Sera un sistema fiscale iniquo. Oggi racconta storie su Twitter e, con i suoi oltre 68mila follower, è oramai considerato una vera e propria “Tweet-Star”. Ha pubblicato per People Non esistono piccole storie (2020) e Non esistono piccole donne (2020). Nessuno sa chi si nasconda dietro questo pseudonimo. Nessuno sa chi ha raccontato le storie contenute nei suoi libri. Ma diciamoci la verità: è poi così importante?



17 giugno 2021 - Fabio Ravezzani, direttore di Telelombardia,  giornalista e conduttore televisivo italiano, presenta "Non esistono piccoli campioni" di Johannes Bückler. Prefazione di Paolo Condò.
Guarda il video >>>>>

mercoledì 23 dicembre 2020

NON ESISTONO PICCOLE DONNE

È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. 
Il successo di Johannes Bückler ha superato la “bolla” di Twitter per entrare nelle case degli italiani con la sua prima raccolta di vite altrui per People, uscita nel gennaio 2020, intitolata Non esistono piccole storie. Perché a tutti piacciono le storie, le storie vere, a volte “piccole”, ma dal significato enorme. 

Non esistono piccole donne è una sorta di Spoon River, composta da storie originali, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. Storie dedicate al protagonismo delle donne, narrate come sempre in prima persona, quasi che Bückler assumesse la loro identità, raccontando. Eroine e vittime, spesso accantonate nella memoria comune per lasciar posto agli uomini.

«Quante donne non hanno visto riconosciuto il proprio lavoro, o peggio, sono state dimenticate?» si domanda l’autore all’inizio del testo. «Sicuramente troppe» la risposta. Questo libro cerca di raccontarne alcune (tutte sarebbe impossibile), per dar voce a coloro che si sono affacciate nella Storia, lasciando un segno che neppure l’indifferenza altrui ha potuto scalfire.

«Johannes Bückler è un’oasi di memoria nel deserto dell’immediato.»
«La tua prosa è un dipinto continuo.»
«Due spanne sopra la banalità.»
«Che bello il mondo visto attraverso le tue storie.»
«Il “dietro le quinte” della Storia… j’adore!»
«L’Omero di Twitter.»
 I follower di Johannes Bückler su Twitter

Prefazione di Gabriella Greison.  
Fisica, scrittrice, autrice e performer teatrale. È definita “la donna della fisica divulgativa italiana” e anche “ a rockstar della fisica”. Scrive romanzi con la fisica a far da sfondo. Fisica quantistica, donne della scienza, fisici del XX secolo sono le sue ossessioni. Porta a teatro, e non solo a teatro e non solo in Italia, i monologhi tratti dai suoi libri.

Il libro si può acquistare in ogni libreria, su Amazon e tutte le altre piattaforme anche in formato ebook o direttamente dall'editore. Qui >>>>>
*****
L’interpretazione di Camilla Filippi, che ha prestato la propria voce a Zelda Sayre Fitzgerald, ce lo fa apprezzare con intensità ancora maggiore.  Zelda parla, si racconta, come se stesse parlando a se stessa e a ciascuno di noi. E, soprattutto, fosse proprio lei stessa a parlare.
Ascoltatela.  
La trovate su Spotify o su Spreaker o su People, direttamente.

Camilla Filippi a Bergamo con lo spettacolo "Non esistono piccole donne" Guarda intervista >>>>>

Camilla Filippi è un'attrice e artista visiva italiana.  

Il libro "Non esistono piccole donne" scritto da Johannes Buckler, è una sorta di Spoon River, composta da storie originali, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti. Storie dedicate al protagonismo delle donne, narrate come sempre in prima persona, quasi che Bückler assumesse la loro identità, raccontando. 
Eroine e vittime, spesso accantonate nella memoria comune per lasciar posto agli uomini. 
«Quante donne non hanno visto riconosciuto il proprio lavoro, o peggio, sono state dimenticate?» si domanda l’autore all’inizio del testo. «Sicuramente troppe» la risposta. 
Questo libro cerca di raccontarne alcune (tutte sarebbe impossibile), per dar voce a coloro che si sono affacciate nella Storia, lasciando un segno che neppure l’indifferenza altrui ha potuto scalfire.

Alla PeopleFest di Verona Camilla Filippi legge e interpreta "Helen Hulick Amavo i pantaloni" dal libro "Non esistono piccole donne" di Johannes Buckler. Guarda >>>>>

11 giugno 2022 - People Fest a Brescia.
Camilla Filippi legge Johannes Bückler dal libro "Non esistono piccole donne". Guarda >>>>>

NON ESISTONO PICCOLE DONNE di Johannes Bückler - Video >>>>>

8 marzo 2021   Presentazione del libro di Johannes Bückler "Non esistono piccole donne".
Marina Pierlorenzi     vicepresidente ANPI ROMA
Amalia Perfetti           presidente ANPI COLLEFERRO
Stefano Catone          editore PEOPLE e scrittore
Letture da parte del coordinamento Donne ANPI Provinciale ROMA  - Guarda >>>>>

La Società di Mutuo Soccorso P.A. ODV Montecerboli, 
con la collaborazione dell'Amministrazione Comunale di Pomarance presenta al Teatro AURORA di Montecerboli 
8 STORIE DI DONNE
Letture tratte dai libri di Johannes Buckler Non esistono piccole storie; Non esistono piccoli campioni e Non esistono piccole donne editi da PEOPLE editore.
Con Ilaria Bacci, Nadia Carata, Melissa Cenerini, MariaElena Cheli, Giada Cerri, Loredana Magni, Susanna Manghetti, Camilla Sguazzi Musiche dal vivo con il M0 Lorenzo Macchioni. 
Adattamento e regia Marcello Cerri 
Scenografia Giada Cerri; Tecnico di scena Piero Rosselli; Trucco Chiara Uccheddu.
Si ringrazia la Contrada del Gelso per la collaborazione.
Guarda >>>>>

Casagrande legge Johannes Buckler da "Non esistono piccole donne) Ascolta >>>>>

Rosi Tortorella legge "Non era una donna era un bandito" tratta dal libro di Johannes Bückler "Non esistono piccole donne". Ascolta >>>>>

Silvia Bogani legge "Anna dei miracoli da "Non esistono piccole donne" di Johannes Bückler. Ascolta >>>>>

RADIO 24 - Matteo Caccia legge Johannes Buckler - Artemisia Gentileschi. Ascolta >>>>>

RADIO 24 - Matteo Caccia legge Johannes Buckler - Jessica Lynch.Ascolta >>>>>


lunedì 2 marzo 2020

NON ESISTONO PICCOLE STORIE


È possibile riuscire a emozionare in 280 caratteri il pubblico di Twitter, un social che costringe di fatto a essere sintetici e concisi nel condividere fatti e notizie? La risposta è sì, assolutamente. A tutti piacciono le storie.
Da qui è nata l'idea di Johannes Bückler di plasmare una piccola Spoon River, in cui a prevalere sono le emozioni e i sentimenti.
Il lettore vi troverà raccontate vittime di guerra, di mafia, di terrorismo. Vittime di quell'odio sfociato poi nelle leggi razziali e nei campi di sterminio. E non solo. Uomini, donne e bambini cui la Storia ha marcato in maniera indelebile la pelle e le vicende personali.
Questo libro vuole rappresentare un tributo necessario, per serbarne e mantenerne viva la memoria in tempi difficili come i nostri.

Prefazione di Carlo Lucarelli.



Chi era Nunziatina, la partigiana che scampò due volte alla fucilazione? Perché il 3 febbraio del 1959 è riconosciuto da tutti come il giorno in cui la musica è morta? Chi erano gli emigranti italiani clandestini chiamati «fenicotteri»?


A queste e ad altre domande ho cercato di dare risposte con il mio libro. Una raccolta di storie che ho raccontato su Twitter utilizzando dei thread (per ‘thread’ si intende di regola una discussione sviluppata dai singoli utenti con più tweet).






Dalla Prefazione di Carlo Lucarelli




Il libro si può acquistare in ogni libreria, su Amazon anche in formato ebook o direttamente dall'editore. Qui >>>>>

Recensione di Andrea Marcolongo su La Stampa. Leggi >>>>>

Recensione di Donatella TIraboschi sul Corriere della Sera - Bergamo. Leggi >>>>>

Carlo Lucarelli legge Johannes Bückler a Propaganda Live. Guarda >>>>>
Carlo Lucarelli parla di Johannes Bückler a Propaganda Live. Guarda >>>>>

Alfonso Cuccurello legge una brano tratto da "Non esistono piccole storie" di Johannes Bückler "Due ragazzi nel vano carrello".  Guarda >>>>>

Alfonso Cuccurello legge una brano tratto da "Non esistono piccole storie" di Johannes Bückler. "Solo un dettaglio". Guarda >>>>> 

Fiera del libro a Roma 2023 "Più libri, più liberi" - Recensione del libro di Johannes Bückler "Non esistono piccole storie" con prefazione di Carlo Lucarelli.  Ascolta >>>>>






mercoledì 24 ottobre 2018

La "pace fiscale. Chiamatelo condono.


Nel 1921 Giuseppe Prezzolini, nel suo Codice della vita italiana al capitolo I, scriveva: “L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono”.
Sono passati quasi 100 anni e la situazione non è cambiata.
C’è chi paga le tasse (i fessi) e chi (i furbi) usufruisce di tutti i servizi gratis gentilmente offerti dai primi. Ma c’è di più. Ogni volta i nuovi governi non trovano di meglio che fare un bel condono per dimostrare ai fessi, che nel frattempo stanno magari pensando che pagare le tasse è un dovere civico, che sono più fessi di quello che credono. E non basta.
Ti vengono pure a raccontare la favoletta che pagare una flat tax del 20% non è un condono, ma una "pace fiscale" o al massimo una “definizione agevolata”. Che teneri. Si arrabattano per trovare qualche miliardo quando sanno benissimo che alle casse dello Stato vengono sottratti ogni 12 mesi 97 miliardi di tasse e quasi 11 miliardi di contributi previdenziali.
“La situazione fiscale italiana è caratterizzata da clamorose ingiustizie. L’evasione fiscale è un fenomeno deteriore che deve essere progressivamente ridotto ed eliminato”. Era il 30 marzo 1984 quando Bettino Craxi pronunciava queste parole.
Qualcosa è cambiato da allora, ma in peggio. Con Berlusconi, che nel 2004 arrivò a dire che era “legittimo non pagare le tasse alte”. Dimenticandosi poi di abbassarle quelle tasse alte. Con quelle parole si pensava di avere toccato il fondo, invece doveva arrivare un “governo del cambiamento” per fare esattamente le stesse cose dei governi precedenti.
Hai pagato tutte le multe e tutti i bollettini che il tuo comune ti ha inviato? Sei stato un fesso. Tu non hai pagato nulla? Puoi dormire sonni tranquilli, ci pensiamo noi. Siamo seri. Che quello che sta scritto nella manovra sia un condono lo capiscono anche i sassi. Una cosa impostata come un condono e che funziona come un condono è un condono, punto.
 Bene ha fatto il presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia, a ribadire che il condono fiscale appena varato dal Governo “è un messaggio sbagliato per tutte quelle aziende e per tutti quei lavoratori dipendenti che le tasse le pagano e le hanno sempre pagate. Non fa bene alla crescita del Paese. Questa scelta ci ha lasciato molto sorpresi, si sbandiera tanto il cambiamento e poi si rispolverano armamentari del passato”.
Giusto inoltre ricordare che l’art. 53 della Costituzione commisura il carico fiscale alla capacità contributiva del cittadino con criteri di progressività. Questi ripetuti condoni, concordati fiscali, pace fiscale, scudi e compagnia cantando, pur non eliminando in toto la progressività impositiva, hanno reso quest’ultima pressoché insignificante. E la cosa non dovrebbe essere inaccettabile sul piano della democrazia sostanziale.
Certo. Lo sappiamo da sempre. Gli italiani, allergici alle tasse, sono tra i più grandi estimatori dei condoni. Con buona pace di chi le tasse le paga tutte. Però fateci un favore. Chiamatelo “condono” non “pace fiscale”. Fessi sì, ma evitate di trattarci anche da idioti. Almeno quello.

Johannes Bückler
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23 Ottobre 2018 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>

venerdì 31 agosto 2018

La stanchezza e le armi.


Sono stanca di politiche basate sul "vaffa" o sul “morte a.." sono stanca dello sdoganamento dell’uso di insulti, minacce, aggressività, pessima cultura, ignoranza nel parlare e nell’agire.

Sono stanca di razzismo, di odio, di stupri, di femminicidi.

Sono stanca di teoria ascientifiche, di decisioni di vita e scelte di salute che si possono ripercuotere sul Paese e non solo, anche oltre i suoi confini.

Sono stanca del clima di paura in cui viviamo, di un Paese incattivito, urlante e aggressivo, dell’ansia e dell’apprensione continua che toglie senso al futuro, perché spaventa e non ci si vuol pensare, perché si vede solo un baratro.

Ma sono ancor più stanca dell’uso ed abuso di "armi" deprecate nel nemico e poi usate altrettanto liberamente.

Da quando si vince diventando come il nemico?

Se uso le armi del nemico, se penso come il nemico, se agisco come il nemico, io sono il nemico.

Anche se perde...il nemico ha vinto.

Il fine non giustifica i mezzi. Mai. I mezzi sono il fine.

Dove, perché e quando si è deciso che la differenza era nulla, che le “armi” andavano bene, che la lotta era su altri piani?

No, non lo è. Non è la mia strada.

La vera lotta, la vera differenza è sul conservare una visione pulita, una mentalità razionale, un senso morale e un valore del rispetto contro chi di tutto questo manca.

Siamo ben oltre uno scontro politico. Siamo ad uno scontro di civiltà contro la barbarie, di Democrazia contro l’oscurantismo, di onore contro il disonore.

E tutto ciò va ben oltre i colori degli schieramenti politici. Non mi interessa da dove provenga e che fede professi chi, comunque, usa armi di un certo tipo.

Quello è il nemico.



Perché' l'odio è più facile da alimentare che l'amore?

Perché' tutti hanno dolori dentro. Profondi. Corrosivi. Perché' tutti hanno paure dentro. Profonde. Corrosive. Una belva accovacciata nel buio.

Ed è più facile dar da mangiare alla belva piuttosto che accettare che esista, piuttosto che lottare per sconfiggerla, combattendo contro sé stessi.

Questo è ciò che fanno con noi. Questo è ciò che facciamo con noi.

Come in cielo così in terra, come dentro così fuori. Danno da mangiare alla belva, ma la belva è in tutti noi. Siamo diventate persone immemori di sé stessi e della Storia, dei propri errori e di quelli della Società, bambini viziati che vogliono solo conferme e non sopportano contraddizioni e quindi incapaci di cambiare e migliorare sé stessi e la Vita.


Paure e dolori profondi: la belva.

Certo nutrita da chi sventola Vangeli ma non li applica, da chi crea un mondo fatto di parole e non di coerenza fatto di apparenza e di vuoti proclami. Ma un cibo che nutre tutti.

È necessario capire, definire, riconoscere chi e cosa è il nemico contro cui combattere.



È necessario trovare la nostra coerenza perché alla fine sono gli atti e le azioni che ci giudicano e su cui veniamo giudicati. E quelle rimangono.

È necessario guardarsi dentro e riconoscere quali armi si stanno usando.

Ritrovare o conservare la propria strada e non confondersi col nemico.

Riconoscere che la guerra ha varcato i confini, che come un virus può infettare se non si è vaccinati. E decidere quali armi usare e non diventare come il nemico. Costa, certo, ma questo costo è quello che ci definisce Umani.


Sono stanca di vedere, ma la stanchezza più grande è quella di Cassandra. Vedere e non essere creduti.

E l'uragano ormai si vede e già i venti forti soffiano sulla nostra pelle...

Se uso le armi del nemico, se penso come il nemico, se agisco come il nemico, io sono il nemico.

 Anche se perde...il nemico ha vinto.

 Il fine non giustifica i mezzi.

 Mai.


Stefania Conti   @stefaniaconti su Twitter

sabato 18 agosto 2018

C'è un tempo per tutto.


Quando, tanti anni fa, questa terra mi accolse mi ritrovai in un mondo diverso da quello che conoscevo. Genova, un nastro d’argento srotolato fra monti e mare. Un mare povero, una terra aspra. Tanto aspra che le “fasce” strappate ai monti sassosi sembravano arrivare al cielo e le pianure erano solo un sogno distante.

Terrazzamenti larghi qualche metro su cui piantare e coltivare con una pazienza lunga quanto le fila di sassi che trattengono le fasce. Un mare povero di pesce, con le acciughe d’argento, moscardini e calamari ma che “per pescar dell’altro devi andare molto, molto a largo”, perché neppure i fiumi hanno benedetto questa terra con il loro continuo apporto di sostanze nutritive, ma solo i torrenti sempre in secca o che si trasformano in mostri d’acqua.

E i Genovesi, famosi per la loro avarizia, che poi quando capisci veramente la vedi per ciò che è: forzata parsimonia atavica di chi è abituato a dar valore ad ogni piccola cosa. Valore ad ogni cosa. E, se una cosa ha valore in questa terra dura, è la dignità e l’orgoglio. Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire Ed a Genova, in un giorno d’Agosto, è arrivato in un attimo il tempo di morire.

Un ponte crolla e tu ci sei passato 1 minuto prima, oppure hai accelerato 1 minuto prima e hai visto sotto di te solo il vuoto. E, in un attimo tutto cambia. Le vite spezzate, i bambini che mai cresceranno, i fidanzati che mai si sposeranno, gli uomini e le donne che mai arriveranno a casa. E, in un attimo, tutto cambia. Il dolore di tante famiglie, lo shock di un evento incredibile e una città non solo sconvolta e disperata, ma spezzata in due. Quel nastro d’argento tagliato, e, all’improvviso, tutto posto ad una distanza più grande da tutto. C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare.

E troppi hanno detto troppo e lascio a loro l’onere di continuare, perché i tempi son stati sbagliati, perché nulla è stato rispettato. E’ questo che voglio ricordare: che era corretto, necessario e dovuto un comportamento diverso, azioni diverse, dichiarazioni diverse. Almeno dopo il fatto.  Che il silenzio, lo smarrimento, il dolore erano e sono atti dovuti e doverosi. Che tutto si è trasformato, forse in un tempo minore di quello che ha impiegato il ponte a crollare, in un grande carnevale mediatico in cui il rumore di fondo (e non quello della tragedia) aumentava esponenzialmente, come a cercare di zittire i fatti, cancellare le immagini, trasformare la realtà. Spostando in là il tempo in un domani in cui il lutto ed il silenzio e il dolore fossero già digeriti. Un tempo sbagliato.

C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere E’ questo che voglio ricordare: che la dignità e l’orgoglio di cui questa Città è piena e che le PERSONE, che un istante di tempo ha inghiottite, esigevano come diritto inalienabile di riceverne altrettanto e che tutti avevano il dovere di dimostrare a loro altrettanta dignità ed orgoglio. Nessuno si illude che, oggi, si possa evitare che le tragedie vengano strumentalizzate. Ma c’è un tempo per tutto. E questo tempo ai morti, a Genova ed all’Italia non è stato concesso. Ogni evento è stato proiettato in una bolla atemporale in cui le persone, i fatti, le lacrime ed il dolore hanno perso il loro senso ed il tempo di una giusta riflessione.

Una volontà forte di piegare il tessuto del tempo e dello spazio per portarlo, con dichiarazioni e proclami, ad un timing orrendamente sbagliato ma che tuttavia ha permesso di annullare la giusta, corretta e umana risposta emotiva degli Italiani al fine di trasformare immediatamente una tragedia in capitale politico da spendere velocemente ed al massimo. C’è un tempo per amare e un tempo per odiare E’ questo che voglio ricordare: che era solo il tempo di piangere, che era solo il tempo di amare. Che, seppur sembri che vince chi grida più forte, c’è il tempo del silenzio e del rispetto. Che l’Italia tutta doveva ai morti ed a Genova questo, almeno per qualche giorno.

Che tutta la classe politica, di ogni colore e schieramento lo doveva. Il tempo del lutto, il tempo del rispetto, il tempo del calore umano. Ci sarebbe comunque stato tempo, poi, anche per l’odio. Sarebbe arrivato, certo, ma non ora. Ed alla fine di tutto doveva (e dovrebbe esserci sempre) il tempo del pensiero e della riflessione. Guardiamoci come siamo e ciò che abbiamo fatto. Pensiamo a come abbiamo reagito e di cosa ci siamo preoccupati. Riflettiamo se questo è normale o se tutti noi siamo cambiati. Da dove proviene questo vuoto che ci portiamo dentro che deve essere immediatamente riempito da delle voci? E dove ci porterà se non lo riconosciamo?

Da dove nasce questa ansia di ricevere spiegazioni prefabbricate e provvedimenti istantanei, senza il tempo dovuto alla necessaria analisi rigorosa dei fatti? E dove ci porterà se non la riconosciamo? Da dove origina questa necessità di cancellare i tempi, persino quelli del rispetto che impone che le vittime di una tragedia non siano usate come mezzi propagandistici di una strumentalizzazione che non trova alcun rimprovero, ma siano persone da piangere e rispettare?

E dove ci porterà se non la riconosciamo? Scende un'altra sera ed ancora si vedono le luci cercano chi manca all'appello. La "maccaja" da 3 giorni Genova ce l'ha nel cuore. Incassiamo le spalle e "mugugnamo" che era corretto, necessario e dovuto un comportamento diverso, azioni diverse, dichiarazioni diverse. Almeno dopo il fatto.

C’è un tempo per tutto e il tempo giusto per questi morti e per Genova non è stato né trovato né donato.

Stefania Conti   @stefaniaconti su Twitter

La foto di Genova in bianco e nero è di Alberto Bruschi

martedì 3 luglio 2018

Per evitare di finire colpevoli.


Sono sempre stato, fin da giovane, un appassionato di storia; nella convinzione che, ripetendo gli stessi errori, nel nostro passato ci sia in fondo il nostro presente e il nostro futuro. Alla ricerca però di risposte più che di semplici nozioni.

Quando da giovane studiai le leggi razziali del 1938 mi posi la domanda: “perché ci sono voluti 15 anni di potere prima che il fascismo decidesse di perseguitare gli ebrei?”. E provai a dare una risposta.

Sappiamo che Mussolini, come certi movimenti di allora, credeva all’esistenza di una lobby ebraica che controllava il mondo. Ebrei= ricchi=banchieri. Eppure nei primi 15 anni al potere non risulta nessuna traccia di antisemitismo nella dottrina fascista.

Certo, nel 1921, al Terzo Congresso Nazionale Fascista, Mussolini aveva detto: “Io voglio far sapere che per il fascismo la questione razziale ha una grande importanza. I fascisti devono fare tutti gli sforzi possibili per mantenere intatta la purezza della razza, perché è la razza che fa la storia”. Ma è pur vero che nel 1923 Mussolini aveva tranquillizzato il rabbino di Roma assicurandogli che mai il fascismo avrebbe intrapreso una politica antisemita.
La maggioranza degli ebrei aveva persino approvato la guerra di Etiopia, e molti di loro erano partiti volontari. Guido Jung , ministro delle Finanze di Mussolini (uno dei fondatori dell’IRI e iscritto al PNF dal 1922) era ebreo. 

Perché allora Mussolini decide nel 1938 di perseguitare gli ebrei?

Esaminiamo il contesto. Siamo nel 1937.
Mussolini ha il potere assoluto, conquistato con la violenza, e ha imposto una dittatura totalitaria. Gli oppositori in esilio, nessuna lotta di potere all’interno del partito fascista, un consenso popolare che però sta leggermente scemando per la guerra in Spagna che gli italiani non hanno digerito.
Un momento di stasi del popolo italiano dopo l’euforia degli ultimi anni.
Ma una dittatura ha un bisogno estremo di nemici per coagulare il popolo. Il fascismo li aveva trovati via via negli slavi (sloveni), negli etiopi, nei libici, nei socialisti, nei comunisti. Ora nel 1937 bisognava trovarne di nuovi, per una nuova battaglia.

Nel novembre del 1937 Mussolini dice a Ciano: “Quando finirà la Spagna, inventerò un’altra cosa. Il carattere degli italiani si deve creare nel combattimento”. Mussolini disse quella frase dopo il viaggio in Germania di due mesi prima, da cui era tornato impressionato dall’ordine e dalla disciplina dei tedeschi. “un po’ di Prussia non farebbe male agli italiani” ebbe a dire. 

Scegliere gli ebrei come l'indispensabile “nemico” (copiando l’amico Adolf) fu abbastanza semplice. Ora bastava solo enfatizzare un pericolo che in passato non era mai stato avvertito (non essendo mai stato un pericolo. Gli ebrei erano ben integrati e mai percepiti come un pericolo dagli italiani).
Per fare questo bisognava cominciare con un censimento allo scopo di “schedare” il numero degli ebrei che si trovavano in Italia. (Si comincia sempre da un censimento). Cosa che avvenne nell’agosto del 1938.

Al Ministero dell’Interno venne creato un ufficio denominato Demorazza. Aveva l’incarico di coordinare prefetture e comuni per censire la popolazione ebraica. Quanti ebrei risultarono dal primo censimento? Esattamente 58.412 persone con un genitore ebreo o ex-ebreo.
46.656 si dichiararono ebrei (37.341 italiani e 9.415 stranieri). L’1,1 per mille sull’intera popolazione, allora composta di 43.900.000 individui.

Benito Mussolini, in un suo famoso discorso del 2 ottobre 1935, tenuto contro le sanzioni che le Nazioni Unite volevano comminare all’Italia per l’aggressione fatta ai danni dell’Abissinia, verso la chiusa così ebbe a dire circa gli italiani: “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori e di trasmigratori”. Visto come certi demagoghi parlano di “invadenza” o “invasione” utilizzando certi numeri, forse era meglio avere un popolo di matematici. 

Una volta avuti i primi dati partì la campagna dell’informazione fascista (un’informazione che fa da megafono alle falsità di un regime è essenziale). Una virulenta campagna di propaganda sui giornali portò gli italiani a pensare che esistesse veramente un“invadenza” degli ebrei nella vita sociale del Paese. Tutto a scapito degli italiani.

(Nel frattempo sul numero 1 della rivista «La difesa della razza» era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, dove al punto 9 si leggeva: "gli ebrei non appartengono alla razza italiana"). 

Alcuni piccoli esempi “dell’invasione” degli ebrei in Italia 

#MdT 22/08/1938 – A lato la percentuale di ebrei nelle città. (Un pericolo proprio)

#MdT 22/08/1938 – Nel censimento del 1936 Milano contava 1.115.848 abitanti. Quando dalla Germania e dalla Polonia arrivarono a Milano “ben” 1572 ebrei (e sfuggivano a morte certa), si parlò di un numero impressionante.  In una città con oltre 1 milione di abitanti.


 Gli ebrei a Torino superano 4.000. Ben 4.000. Un’autentica invasione in una città che conta 629.115 abitanti (censimento 1936). (Da ridere)

Gli “indesiderabili” saranno cacciati da Milano. La cittadinanza si compiace della decisione del Duce data l’intima e immutabile natura romana e cattolica. (soprattutto cattolica).


#MdT 13/10/1938 – A Milano c’è una campagna di stampa contro l’invasione degli ebrei nel commercio milanese. Quanti erano i commercianti ebrei? L’unione commercianti scrisse che su 61.002 nominativi gli ebrei erano “ben” l’1%. Su 10.741 esercizi pubblici quelli gestiti da ebrei erano “ben” 20.




Un pericolo secondo loro. E le licenze furono revocate. E niente future licenze agli ebrei.



Quello di agosto del 1938 era “solo” un censimento, ma subito dopo seguì l’inserimento dell’antisemitismo nell’ordinamento giuridico attraverso le leggi razziali, che privarono gli ebrei dei diritti civili e dell’uguaglianza con gli altri cittadini in tutti i campi della vita sociale, economica e professionale.
Allora la maggior parte degli italiani provò indifferenza, convinta che tutto sommato si trattava di una piccola cosa in confronto alla tragedia degli ebrei dell’Europa centrale. E’ sempre una piccola cosa al confronto. Come oggi. Niente di quello che accade è paragonabile al fascismo. Un censimento oggi non è paragonabile a quello del 1938. Il razzismo di oggi non è paragonabile..... ecc. ecc

Ecco. Quando leggo che oggi niente è paragonabile alle aberrazioni del fascismo e del nazismo mi torna alla mente ciò che scrisse Vittorio Foa a proposito del silenzio assordante dell’antifascismo intellettuale del dopoguerra. Siamo tutti “colpevoli di non aver capito che i mali grandi e irrimediabili dipendono dall’indulgenza verso i mali ancora piccoli e rimediabili”

Johannes Bückler 

P.S. Quante volte vi è capitato di discutere con qualcuno ed essere definito “buonista”? Ormai sembra essere diventato l’insulto preferito degli italiani. Tranquilli. I "buonisti" esistevano anche allora.




mercoledì 29 novembre 2017

Diga del Gleno. Non stravolgere la verità storica.


I ruderi sono ancora là, da quel maledetto 1 dicembre 1923, a oltre 1500 metri in alta Val di Scalve. Aveva piovuto a dirotto nei giorni precedenti. Non quella mattina, anche se il tempo era comunque uggioso.

Alle 7.15 la diga del Gleno si squarciò per una settantina di metri e milioni di metri cubi di acqua si riversarono a valle distruggendo tutto al loro passaggio e provocando almeno 500 morti (356 quelli accertati). Un invaso di 400 mila metri quadrati con 6 milioni di metri cubi d’acqua costruito, seppur con le conoscenze del tempo, in modo approssimativo.

Prima un progetto iniziale di una diga a gravità, poi sostituito in corso d'opera (senza nessuna autorizzazione) da una struttura ad archi multipli meno costosa. Peccato che undici arcate fossero state appoggiate direttamente sul tampone a gravità, quello costruito inizialmente, creando una discontinuità strutturale.

Perché quella diga si squarciò è ormai una verità storica, malgrado qualcuno tenti ancor oggi di dimostrare che la diga avesse i requisiti necessari a garantirne la sicurezza. Centinaia di pagine di verbali di interrogatori di ex dipendenti delle ditte che avevano lavorato alla costruzione della diga concordarono nel descrivere la scarsa qualità dei materiali e la cattiva lavorazione degli stessi.
Inoltre sbagli di progettazione portarono alla costruzione di un’opera ad alto rischio di crollo. A quel tempo tutti sapevano della pericolosità di quella diga e il ricordo indelebile è nel racconto di un sopravvissuto: ” Pioveva da alcuni giorni a dirotto e noi, che sapevamo com'era stata costruita, guardavamo preoccupati verso la diga e dicevamo OL SARA' SA 'L GLEN.....OL SARA' SA 'L GLEN..... (Arriverà il Gleno…..Arriverà il Gleno).

Il testimone chiave del processo che ne seguì fu Francesco Morzenti, detto il “Petôsalti” (dal dizionario SCALVI' "Persona velocissima nella fuga.") il guardiano della diga, unico testimone della tragedia. Perchè lo chiamassero Petôsalti lo raccontava lui stesso: diceva che mentre stava transitando sulla strada della Valbona, una vecchia strada comunale ora abbastanza in disuso che collega Teveno a S. Andrea, con una bricolla di sigarette di contrabbando in spalla, per colpa di una spia venne inseguito dalla guardia di finanza. Riuscì a fuggire facendo grandi salti, da lì il nome Petôsalti.

Distintosi nella Prima Guerra mondiale, nominato in seguito Cavaliere di Vittorio Veneto, aveva segnalato prima del disastro le continue perdite nello sbarramento (e se ascoltato forse si sarebbe potuto evitare la tragedia).
La mattina dell'1 dicembre si salvò per miracolo riuscendo a aggirare il crollo. Chi lo ha conosciuto lo ricorda al cimitero durante i funerali dei suoi compaesani concludere lui stesso gli elogi funebri sempre con la solita frase: "Non eri degno di stare su questa terra, eri maturo per il cielo."

Anche se sono trascorsi così tanti anni è importante, per noi bergamaschi, non dimenticare quella tragedia. Doveroso soprattutto conservare e non stravolgere la verità storica sulle responsabilità che hanno portato al crollo.
Lo dobbiamo al Petôsalti, ai morti e alle genti scalvine cresciute nel dolore e nel ricordo di quel tragico giorno.

Johannes Bückler

29 Novembre 2017 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi qui >>>>>