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Al fine di mantenere il blog nell'ambito di un confronto civile e costruttivo, tutti i commenti agli articoli espressi dai lettori verranno preventivamente valutati ed eventualmente moderati. La Redazione.

mercoledì 7 gennaio 2015

Le imprese, le tasse e quell'appoggio che non c'è.


Galeotta fu la norma.
L’articolo 19/bis della legge delega sul fisco ha scatenato talmente tante reazioni da costringere il Governo a rimandare l'invio del testo alla Camera. L’esclusione della punibilità “quando l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato”, è stato visto come un salvacondotto per un noto personaggio politico. Tralasciamo il risvolto grottesco di una legge ritirata perché ritenuta “ad personam” dimenticando che in questo modo la si fa diventare “contra personam”, che certo meno grave non è.
Entrando nel merito ritengo che sarebbe un errore collegare comportamenti fraudolenti (ad esempio fatture per operazioni inesistenti) a percentuali sull'imponibile. Domani che facciamo? Ragguagliamo la punibilità di un furto al reddito della vittima? Via, siamo seri. Usiamola eventualmente per attenuanti o aggravanti, ma non per la punibilità o meno. Detto questo, l’ennesima “leggina” desta una preoccupazione ancora maggiore.
Una preoccupazione che ci porta ad affermare che forse è giunto il momento di fermarsi e di riflettere se sia giusto o meno continuare in questo modo. Non è possibile continuare a fare sempre nuove leggi e norme che non fanno altro che mandare tutti in confusione. Abbiamo bisogno tutti di un po’ di respiro. Per questo approfitto per fare una richiesta al nostro Presidente del Consiglio: il 13 ottobre, dal palco dell’assemblea di Confindustria a Nembro, aveva definito Bergamo come “una terra modello”.
Con la dichiarazione: «Ho deciso di venire qui, davanti a voi, a illustrare quanto stiamo facendo perché la realtà bergamasca è una realtà eccezionale…» aveva reso il giusto omaggio a una terra che produce, che prova sempre a correre, che anche quando fa fatica non si lascia mai sopraffare. Centinaia di aziende bergamasche, malgrado la congiuntura economica negativa, hanno avuto e hanno la capacità di crescere, aumentare vendite e fatturati.
E allora perché non cercare di aiutarli? Perché non cercare di dare una mano a tutti quelli che in questo Paese hanno cancellato dal loro vocabolario la parola “arrendersi”? (E sono tanti) Prima di crescita, lavoro o quant’altro tutta questa gente di una cosa ha assolutamente bisogno: di certezze. Imprese, ma anche contribuenti e cittadini tutti. Dobbiamo sapere che un comportamento sbagliato oggi, lo sarà anche nei prossimi mesi.
Che una norma approvata oggi non cambierà a ogni piè sospinto. Che una tassa, così com’è formulata ora, avrà in futuro, se non lo stesso importo, almeno lo stesso nome, accidenti. Non è possibile continuare a scrivere nuove norme, leggi, regolamenti o modificare quelle esistenti aggiungendo o eliminando centinaia di commi ogni volta.
Si prenda atto che il problema principale di questo Paese non sono le leggi o le norme in quanto tali (che già esistono e sono tante), ma semmai la loro applicazione.
Fermiamoci un attimo. Fateci respirare. Ma se proprio non potete farne a meno fatelo, ma seguendo il consiglio di un grande magistrato: “raramente e con mani tremanti”.

Johannes Bückler

07 Gennaio 2015 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

martedì 6 gennaio 2015

Il futuro dell'azienda-Italia è da «capitalismo straccione»


Napoleone Colajanni, presidente della Commissione Bilancio del Senato che per circa due anni ha indagato sulla crisi finanziaria della grande industria italiana, ha anticipato, rispetto al «libro bianco» di imminente pubblicazione, alcuni dati sui quali le
forze politiche in questo scorcio di campagna elettorale dovrebbero attentamente meditare.
L'occasione, al parlamentare comunista, l'ha offerta lo studio dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino presentato nei giorni scorsi a Bologna sulla «struttura finanziaria delle medie imprese. L'accurata radiografia del San Paolo, effettuata su un campione assai rappresentativo di 871 società per azioni, ha dato conferma di una serie di elementi da tempo intuiti.

Nel nostro Paese, al crescere della dimensione, l'impresa nella combinazione dei fattori produttivi è costretta a impiegare quantità sempre maggiori di capitale, senza ricavarne beneficio alcuno dal lato della redditività. Soffocata da rigidità crescenti, mortificata da norme amministrative, centro di conflittualità permanente, sovente oggetto di fameliche «attenzioni» politiche, sopravvive grazie all'indebitamento, allontanandosi sempre dal modello originario «profit-oriented» per divenire centro di un modello assistenziale i cui costi enormi entrano alla fine a far parte del mostruoso inventario che è divenuto il debito nazionale. Colajanni, utilizzando evidentemente alcune stime ricavate dall'indagine senatoriale, ha detto che 25 grandi imprese italiane hanno accumulato 9844 miliardi di debiti a breve termine e oltre 12 mila miliardi di debiti a medio lungo termine.

Un indebitamento verso gli intermediari finanziari che solo per queste aziende è di circa 22 mila miliardi, a fronte del quale il conto attivo patrimoniale dell'intero sistema bancario italiano è di appena 6600 miliardi. Anche accettando che le aziende di credito possono, previa autorizzazione della Banca d'Italia, superare negli impieghi di una volta e mezzo o anche due volte il capitale proprio, vuol dire che ogni limite è divenuto inoperante e che la patologia ha finito per far premio su ogni più elementare regola di comportamento. Con quali conseguenze?

La caduta tendenziale del saggio di profitto, la diminuita propensione all'assunzione di rischi imprenditoriali, l'annullarsi dei margini di autofinanziamento, la distruzione del mercato azionario, la sottocapitalizzazione delle banche, hanno assunto insieme ad altri fenomeni proporzioni tali da far pensare, almeno secondo il pensiero espresso dal senatore comunista, di essere in Italia ormai alla fine del capitalismo. Una conclusione personale e da accogliere con il beneficio di inventario derivante dall'estrazione ideologica del parlamentare del Pci.

Un fatto, comunque, è certo: una classificazione dell'economia italiana appare alquanto difficile. Capitalismo, forse, non lo è più da tempo. Socialismo non lo è almeno finora, anche se per Colajanni la capacità di organizzare i fattori di produzione (come?) non è caratteristica solo del capitalismo. Tentare di stabilire allora cos'è, costituisce impresa ardua. Per il momento appare come un groviglio di pubblico e di privato, di assistenzialismo esagerato, di tentativi di mediazione alquanto discutibili nei loro effetti economici.

Il salvataggio della Sir, voluto a tutti i costi dal governo, è il premio, così come si va risolvendo, per chi si è indebitato e per chi ha permesso quell'indebitamento senza preoccuparsi troppo del gravame che ora si intende scaricare sulla collettività. Il segno tra i più evidenti di un sistema che almeno dal lato delle grandi imprese significa la rinuncia, in molti casi, a perseguire ogni tentativo di accumulazione. Dal lato del sistema creditizio, l'assoluzione per aver accettato operazioni bancariamente «non esemplari».

Qualcuno ha fatto osservare al senatore Colajanni che, a questo punto, non ci sono altri modi di operare. Probabilmente ha ragione. In tal caso, però, lo sviluppo che ci aspetta è quello di un capitalismo straccione.

Natale Gillo - (La Stampa - 21 maggio 1979)

venerdì 2 gennaio 2015

Quando tutti fanno i furbi.


« Tutto dallo Stato, ma niente per lo Stato »: questo è un modo di pensare sempre più diffuso tra noi italiani e qui è la causa che più di ogni altra contribuisce a tenerci impiastricciati nel vischio della lunga crisi economica.
Evidentemente, se ci ostineremo a pensare in questo modo, i nostri guai non potranno che aumentare. Risalire nel tempo e indagare quando e perché cominciammo a vedere lo Stato come una specie di pozzo di San Patrizio, ci svierebbe lontano e in definitiva non servirebbe granché. Molto più salutare sarebbe invece persuadere gli italiani che cosi non si può andare avanti.
Ed essi cominceranno a rendersene conto solo il giorno in cui gli si farà constatare che l'immaginario pozzo senza fine è in realtà un modesto barilotto, e che ormai si sta grattando quel poco che resta sul fondo di esso. Però il governo si astiene dal farlo, sebbene ne sia sollecitato continuamente da più parti. Una delle conseguenze, diciamo la più perniciosa, è l'illusione che così si potrà andare avanti all'infinito, sempre all'insegna di « tutto dallo Stato, ma niente per lo Stato ». Facciamo qualche esempio. Aumenta il numero dei giovani che non riescono a trovare una prima occupazione, aumenta il numero degli anziani espulsi dal lavoro, diminuisce l'occupazione femminile. Viceversa continua a gonfiarsi il numero delle persone che riescono a conquistarsi un posto nella pubblica amministrazione.
Solo nel 1971 i nuovi assunti furono 140 mila, di cui 46 mila dallo Stato, 34 mila da aziende autonome, 45 mila da enti locali e 15 mila da enti di diritto pubblico. Ormai siamo vicini al grande traguardo di due milioni di dipendenti pubblici, con un fortissimo distacco rispetto a tutti i Paesi del Mercato Comune: nel settore dei servizi o terziario gli occupati presso pubbliche amministrazioni in Italia sono il 27 per cento, nella Germania il 19, nel Belgio il 14, nella Francia 11.

Per molti aspetti è una massa impiegatizia che suscita il ricordo dell'esercito che era al soldo dell'ultimo re borbonico, il mite e indeciso Franceschiello: un esercito mal pagato, con capi spesso incapaci e corrompibili, con truppe propense — per dirla con espressioni ora di moda — alla disaffezione e all'assenteismo; e dunque un esercito per modo di dire, sempre incline a sbracarsi e a sbandarsi. Poco lavoro, tirare a campare tra « ponti» e scioperi, un continuo mugugno anche quando uno riesce quatto quatto a farsi una posizione invidiabile: che nome vogliamo dare a uno Stato così, uno Stato che la progressiva elefantiasi rende incapace di riformarsi e di riformare le strutture della società anche quando siano palesemente storte e ingiuste, antiquate e paralizzanti.

Vogliamo parlare di Stato assistenziale? Oppure di un neosocialismo all'italiana? O addirittura di riaffioranti vocazioni borboniche e levantine? Fate come più vi piace; la sostanza non cambia. Se ora usciamo fuori dai pubblici uffici, la stessa mentalità di « tutto dallo Stato, ma niente per lo Stato » incontriamo un po' dappertutto. Per esempio, tra i titolari di imprese grandi o medie s'infittisce la schiera di coloro che trafficano por farsi comprare l'azienda dalla mano pubblica.

La tattica e semplice: da una parte essi esasperano le tensioni tra gli operai, dall'altra vanno nei ministeri e — conti alla mano — dimostrano di essere costretti a chiudere la loro impresa e a mettere sul lastrico centinaia di lavoratori. Sindacati e partiti entrano in ebollizione, e spesso «l'affare » va in porto con soddisfazione generale: dell'imprenditore che ha incassato una grossa somma e si è tolto dalla mischia, e parimenti dei lavoratori che ormai sanno di avere un padrone molle, di solito un amministratore designato da qualche partito e amante soprattutto del quieto vivere. Sono questi i frutti della qualità di cui noi italiani vili ci vantiamo, la furberia.

Però se ci mettiamo tutti a fare i furbi, allora andrà a finire come a quella squadra di soldati di colore, subito dopo la guerra, Ernesto Rossi osservò mentre trasportavano tubi metallici nel porto di Livorno. Per faticare meno degli altri, il primo della fila piegava un po' la spalla; quello che stava dietro lo imitava, e così faceva il terzo della fila, poi il quarto, il quinto...
Quando l'ultimo della squadra si era curvato anche lui, tutti venivano a trovarsi nelle stesse condizioni iniziali, e allora il primo si curvava un altro po', il secondo faceva lo stesso, e così il terzo, il quarto, il quinto...

A un certo punto, diceva Ernesto Rossi, a furia di abbassarsi per voler essere ciascuno più furbo degli altri, i soldati quasi strisciavano per terra, quasi contorcendosi come un millepiedi: e naturalmente in una posizione così scomoda faticavano il doppio, il triplo, chissà quanto di più che se avessero trasportato i tubi metallici stando diritti e ognuno facendo con semplicità il suo dovere.
Ci ridurremo così anche noi italiani se continuerà ad aumentare la voglia o la necessità di intrufolarci nella pubblica amministrazione, individui singoli e aziende intere, e se cercheremo — furbi come siamo — di lavorare sempre meno con settimane cortissime e con « ponti » che si rincorrono veloci attraverso festività, scioperi e ferie?

Direi che è inevitabile: a un certo momento saremo tutti più o meno pubblici dipendenti, avremo bensì i più vantaggiosi contratti di lavoro del mondo, magari saremo anche pregati di non recarci al posto di lavoro per mancanza di spazio; però togliamoci dalla mente di potere avere nello stesso tempo buste paga con un peso reale consistente.

Verosimilmente dentro le buste ci saranno tanti, tantissimi milioni, forse anche miliardi, ma con tutta quella carta straccia sarà già molto se riusciremo a sfamarci ogni giorno, tutti i giorni dell'anno.
E solo allora, quando saremo pieni di ozio e di squallore davanti al muro della realtà, potremo infine calcolare i costi esosi delle nostre furberie e convincerci che erano in malafede o ignorami o pazzi, pazzi da legare, coloro che ci davano a intendere che lo Stato fosse un forziere inesauribile, in tutto e per tutti un gran bel pozzo di San Patrizio.

Nicola Adelfi  (La Stampa - 24 Dicembre 1972)

P.S. Questo scriveva nel 1972. Come tutti, quando denunciavano sprechi e quant'altro rimase inascoltato. Pochi mesi dopo il Governo Rumor approvò il testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato, che consentiva le baby pensioni nell'impiego pubblico: 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli; 20 anni per gli statali; 25 per i dipendenti degli enti locali. Nessuno protestò. 

Nicola Adelfi  pseudonimo di Nicola De Feo. Giornalista italiano (Modugno 1909 - Roma 1987), fratello di Sandro.Viaggiò come inviato speciale di quotidiani e di settimanali (L'Europeo, L'Espresso, Epoca, ecc.), e curò varie rubriche radiofoniche e televisive. Redattore per molti anni de La Stampa, si occupò di politica e specialmente di costume, dei cui mutamenti, quali indici della trasformazione della società contemporanea, è stato acuto indagatore e perspicuo, quanto appassionato, commentatore. Nicola era un giornalista gentiluomo. La biografia di Nicola Adelfi è la testimonianza senza ombre di un impegno intellettuale e umano che non è mai venuto meno durante tutta la sua vita.

lunedì 22 dicembre 2014

L’uscita dall’euro!


Caro Johannes,
mi permetto di sottoporre alla sua attenzione come alcune forze politiche (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia ed altre forze politiche)ipotizzino e sostengano l’uscita dall’euro.
Invocano la creazione di una moneta parallela da affiancare all’euro. A tale proposito vorrei segnalare, a chi propende e sostiene questa soluzione, che con la nascita dell’UE, alcune funzioni istituzionali della Banca d’Italia sono state rivisitate.
Quella monetaria e quella ispettiva sono state assegnate ad organismi diversi. Alla Banca d’Italia è rimasta una attività ispettiva su categorie non meno importanti di banche e delle BCC. Viene spontaneo ricordare che non risulta Paese al mondo che fa ricorso contemporaneamente a due segni monetari. In ambito europeo vengono applicate le leggi, frutto di accordi tra i Paesi aderenti all’eurozona, e per la sua gestione è stato creato un organismo sovrano: la BCE.
In politica tutti possono dire tutto, però c’è un limite. Parlare alla pancia degli italiani, scontenti, delusi e senza lavoro, è uno sport molto praticato e molto diffuso, con ottimi risultati propagandistici. Piuttosto si può rimproverare alle Autorità competenti, che in occasione del change-over (passaggio dalla lira all’euro, gennaio 2002) il mancato controllo sul rispetto di un principio sacrosanto: l’obbligo nei confronti degli operatori del commercio, di esporre i doppi prezzi per le merci in vendita. Infatti presso le Prefetture furono istituiti dei Comitati preposti a tali controlli.
Non risultano multe o provvedimenti a carico dei commercianti, nonostante la scarsa applicazione del predetto principio. Questa inosservanza è stata una concausa (se non proprio la causa scatenante) del precipitare e il degenerare della politica dei prezzi al consumo.
Nessuno, a suo tempo, si pose il quesito: come mai i prezzi al consumo, a distanza di sei mesi, risultano tutti raddoppiati?

Rino Impronta

giovedì 11 dicembre 2014

Migranti tra realtà e percezione.


Ci mancava pure la scusa di un presepe per scatenare l’ennesimo caso politico. Al grido di “salviamo i nostri valori cristiani”, Salvini è fiondato a Bergamo come novello Templare in difesa di Gerusalemme.
E’ chiaro che è l’ennesima strumentalizzazione politica.
Perché è facile chiedersi a quali “valori cristiani” facciano riferimento giacché poco tempo fa hanno portato gente in piazza per impedire l’operazione “Mare Nostrum”. Operazione che forse avrebbe impedito le recenti 18 morti al largo di Lampedusa. E al riguardo mi chiedo dove sia finito quel partito politico che al governo di questo Paese ha dato soluzione all’immigrazione facendo la più grande regolarizzazione di clandestini (più di 600.000).
E’ chiaro che queste strumentalizzazioni possono trovare terreno fertile in un Paese dove il “The Ignorance Index (uno studio dell’Istituto Ispos Mori per la Royal Statistical Society condotto in 14 Paesi) ha posto al primo posto per quanto riguarda l’indice d’ignoranza su alcuni temi facendo peggio di Usa, Corea del Sud, Polonia, Ungheria, Francia, Canada, Belgio, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Germania, Svezia.
Il rapporto mette in evidenza una cosa chiara: siamo il paese col più alto tasso di ignoranza per quanto riguarda i flussi migratori. Alla domanda “quanti sono i musulmani in Italia” la risposta è stata il 20% mentre quella corretta è il 4%. Alla domanda: “Quanti sono gli immigrati in Italia”, la risposta è stata il 30%. Quanti sono in realtà? Il 7%.
Eppure basterebbe leggere il recente “Dossier statistico immigrazione 2014” realizzato dall’IDOS per conto dell’Unar (l’Ufficio nazionale anti discriminazioni istituito dalla presidenza del Consiglio) per capire che queste strumentalizzazioni sono ormai triti e ritriti luoghi comuni.
Prendiamo per esempio gli irregolari rispetto al totale degli immigrati. Nel 1991 gli irregolari erano il 47%. Nel 2002 il 34% e poi 19% nel 2006, 17% nel 2008, 9% nel 2011, 7% nel 2012 fino al 6% del 2013.
Nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25.683 per quello subordinato e 1.810 per quello autonomo. Mentre ben 76.164 sono stati rilasciati per «ricongiungimento familiare». Nel 2013 il più alto numero di richieste d'asilo è stato registrato in Germania con 127.000, seguito da Francia (65mila), Svezia (54mila), Regno Unito (30mila) e Italia (28mila).
Sul tema sicurezza, i dati elaborati dal 2004 al 2012 dalla Direzione centrale di polizia, dimostrano che gli immigrati delinquono meno degli italiani (il maggior numero d’immigrati in prigione è dato dal fatto che molti sono reati dipendono dal loro status d’irregolari).
Per quanto riguarda le spese, il contributo degli immigrati all’economia italiana è in attivo. Tra entrate e spesa pubblica c’è, infatti, un saldo positivo di 3,9 miliardi di euro (16,5 miliardi di euro di entrate per lo Stato a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese). E ancora.
Gli immigrati contribuiscono in modo rilevante al pagamento delle pensioni degli italiani pur beneficiandone, data l’età più bassa, in maniera modestissima. Infatti, i versamenti dei contributi effettuati dagli stranieri (8,9 miliardi nel 2009), sono per larga parte destinati al pagamento delle pensioni degli italiani.
E’ chiaro quindi che gran parte del nostro senso della società in cui viviamo si basa su errate percezioni che spesso si scontrano con la realtà dei fatti. Questo scollamento ha ovvie implicazioni nel dibattito pubblico (spostano per esempio le priorità) e pone sfide reali ai politici.
Politici che, oltre a essere informati, devono essere quindi maggiormente responsabili.
Evitando quello che sembra ormai diventato un “modus pensandi” : “Perché cercare di capire, informarsi o impegnarsi a trovare una soluzione ai problemi quando basta trovare un capro espiatorio?”

Johannes Bückler

10 Dicembre 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

mercoledì 10 dicembre 2014

Migranti, tra realtà e percezione.


Ci mancava pure la scusa di un presepe per scatenare l’ennesimo caso politico. Al grido di “salviamo i nostri valori cristiani”, Salvini è fiondato a Bergamo come novello Templare in difesa di Gerusalemme.
E’ chiaro che è l’ennesima strumentalizzazione politica.
Perché è facile chiedersi a quali “valori cristiani” facciano riferimento giacché poco tempo fa hanno portato gente in piazza per impedire l’operazione “Mare Nostrum”. Operazione che forse avrebbe impedito le recenti 18 morti al largo di Lampedusa. E al riguardo mi chiedo dove sia finito quel partito politico che al governo di questo Paese ha dato soluzione all’immigrazione facendo la più grande regolarizzazione di clandestini (più di 600.000).
E’ chiaro che queste strumentalizzazioni possono trovare terreno fertile in un Paese dove il “The Ignorance Index (uno studio dell’Istituto Ispos Mori per la Royal Statistical Society condotto in 14 Paesi) ha posto al primo posto per quanto riguarda l’indice d’ignoranza su alcuni temi facendo peggio di Usa, Corea del Sud, Polonia, Ungheria, Francia, Canada, Belgio, Australia, Gran Bretagna, Spagna, Giappone, Germania, Svezia.
Il rapporto mette in evidenza una cosa chiara: siamo il paese col più alto tasso di ignoranza per quanto riguarda i flussi migratori. Alla domanda “quanti sono i musulmani in Italia” la risposta è stata il 20% mentre quella corretta è il 4%. Alla domanda: “Quanti sono gli immigrati in Italia”, la risposta è stata il 30%. Quanti sono in realtà? Il 7%.
Eppure basterebbe leggere il recente “Dossier statistico immigrazione 2014” realizzato dall’IDOS per conto dell’Unar (l’Ufficio nazionale anti discriminazioni istituito dalla presidenza del Consiglio) per capire che queste strumentalizzazioni sono ormai triti e ritriti luoghi comuni.
Prendiamo per esempio gli irregolari rispetto al totale degli immigrati. Nel 1991 gli irregolari erano il 47%. Nel 2002 il 34% e poi 19% nel 2006, 17% nel 2008, 9% nel 2011, 7% nel 2012 fino al 6% del 2013.
Nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25.683 per quello subordinato e 1.810 per quello autonomo. Mentre ben 76.164 sono stati rilasciati per «ricongiungimento familiare». Nel 2013 il più alto numero di richieste d'asilo è stato registrato in Germania con 127.000, seguito da Francia (65mila), Svezia (54mila), Regno Unito (30mila) e Italia (28mila).
Sul tema sicurezza, i dati elaborati dal 2004 al 2012 dalla Direzione centrale di polizia, dimostrano che gli immigrati delinquono meno degli italiani (il maggior numero d’immigrati in prigione è dato dal fatto che molti sono reati dipendono dal loro status d’irregolari).
Per quanto riguarda le spese, il contributo degli immigrati all’economia italiana è in attivo. Tra entrate e spesa pubblica c’è, infatti, un saldo positivo di 3,9 miliardi di euro (16,5 miliardi di euro di entrate per lo Stato a fronte di 12,6 miliardi di euro di spese). E ancora.
Gli immigrati contribuiscono in modo rilevante al pagamento delle pensioni degli italiani pur beneficiandone, data l’età più bassa, in maniera modestissima. Infatti, i versamenti dei contributi effettuati dagli stranieri (8,9 miliardi nel 2009), sono per larga parte destinati al pagamento delle pensioni degli italiani.
E’ chiaro quindi che gran parte del nostro senso della società in cui viviamo si basa su errate percezioni che spesso si scontrano con la realtà dei fatti. Questo scollamento ha ovvie implicazioni nel dibattito pubblico (spostano per esempio le priorità) e pone sfide reali ai politici.
Politici che, oltre a essere informati, devono essere quindi maggiormente responsabili.
Evitando quello che sembra ormai diventato un “modus pensandi” : “Perché cercare di capire, informarsi o impegnarsi a trovare una soluzione ai problemi quando basta trovare un capro espiatorio?”

Johannes Bückler

10 Dicembre 2014 - Corriere della Sera - Bergamo - Leggi >>>>>

lunedì 8 dicembre 2014

Gli inamovibili.


E’ notizia delle ultime ore che il sindaco di Roma, Marino, ha disposto la rotazione dei Dirigenti comunali. A tale proposito vorrei segnalare una mia riflessione sull’argomento: perché solo oggi si pensa a porre un rimedio a tanti disastri?
Quanto sia necessario sottoporre a trasferimenti e nuovi incarichi, tutti quei dirigenti che occupano posizioni apicali e decisivi per un’azienda, l’avevo già esposto in una nota rubrica del Corriere della Sera.
Tutto nasce dopo aver letto l’intervista di alcune settimane fa all’ex Commissario della spending review Cottarelli. Testualmente dichiarava "Non mi davano neanche i documenti. Le resistenze dei burocrati a Roma". Sono stato assalito da una forma di rabbia e comunque - per i miei trascorsi - mi sono sentito chiamato in causa.
In particolare quando il Commissario ha dichiarato (con riferimento ai capi di gabinetto) che “si conoscono tutti tra loro, parlano tutti lo stesso linguaggio” e di quelli che “scrivono leggi lunghissime, difficilmente leggibili”.
A tale proposito mi viene spontaneo segnalare come una qualsiasi azienda (lo Stato lo è a tutti gli effetti, ha un bilancio con cui fare i conti e degli obiettivi da raggiungere), al fine anche di una gestione trasparente ed efficace, debba necessariamente sottoporre a continui spostamenti i dirigenti preposti.
Ciò è necessario per tanti motivi. Ne cito uno per tutti: si evita la nascita di legami con il territorio, causa di tanti scandali. La nascita di queste amicizie, prima o poi impongono richieste di favori o privilegi.
Vedi tutti gli scandali degli ultimi tempi. A tutto ciò si può ovviare, invitando (sarebbe più giusto dire “obbligando” per norme interne all’azienda o all’Amministrazione, sindacati permettendo) i dirigenti, in occasione di promozioni, di assumere i nuovi incarichi e il nuovo grado, presso altre sedi. Invece mantenendo la loro posizione (Capo di gabinetto o altri), cambiando semplicemente la targhetta posta sulla porta, si innesca un meccanismo vizioso e acquisizione di potere, accentrando nelle mani di pochi, il destino e le decisioni vitali di un Paese.
Non voglio lodarmi da solo, ma tutti quelli come me che hanno avuto la fortuna di intraprendere una carriera dirigenziale in un’Azienda importante, possono vantarsi di aver cambiato (per motivi legati alla progressione in carriera) otto città.
Otto traslochi, otto volte disagi per la famiglia, sradicare otto volte gli affetti dei figli verso amici o compagni di studi, otto volte rifarsi conoscenze e amicizie. Vorrei sapere se quei Capi di gabinetto conoscono tutti questi disagi, il nome di qualche impresa che effettua traslochi, ricordando loro che l’Italia è un Paese molto lungo, per cui, anche se da Trento a Palermo vi sono quasi 2.000 Km da percorrere, in occasione degli interpelli per l’accettazione della nuova sede, abbiamo sempre risposto “si, grazie, accetto con piacere e sono lusingato dell’incarico presso la nuova sede”.
Fermo la voglia irrefrenabile di continuare a scrivere su situazioni chiaramente inique e comunque risolvibili. In questo settore, il nostro Capo del Governo, avrebbe di che lavorare. Non mancando di segnalare tutta l’indignazione rappresentata dall’ex Cavaliere, contenuta nella dichiarazione fatta in occasione dello scandalo della capitale: “si devono dimettere tutti” . Tutti chi?

Rino Impronta

Pubblicata da Beppe Severgnini  nella sua rubrica Italians